Copti perseguitati del Nord Sinai

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Centinaia di famiglie sono già in cammino verso casa. Dopo l’escalation jihadista anti-cristiana divampata lo scorso gennaio, ad al Arish, sulla costa settentrionale della penisola del Sinai, in Egitto, la situazione sembra essersi normalizzata.

La conferma arriva dall’agenzia Fides che riporta le dichiarazioni di Anba Kosman, vescovo di al Arish e del Sinai del nord. Secondo il presule, infatti, da domenica 26 marzo, sarebbe iniziato un contro-esodo delle famiglie sfollate che hanno trovato riparo principalmente ad Ismailia, sulle sponde del Canale di Suez, ma anche a Qalybiya, Assiout e Il Cairo.

Le ragioni dell’esodo copto

Si tratta di circa 1.500 persone, ovvero la quasi totalità dei cittadini copti registrati nel capoluogo del Sinai settentrionale, messe in fuga dalle recrudescenze del terrorismo islamista. Lo spopolamento di al Arish da parte dei cristiani copti, la minoranza religiosa più importante del Paese sia in termini numerici che storici, era iniziato lo scorso febbraio, dopo che la scure dello Stato islamico, nel giro di appena dieci giorni, si era abbattuta su ben sette persone. Kamel Raouf, 40 anni, ucciso a colpi di arma da fuoco assieme a sua figlia, Justina, decapitata. Poi Saad Hakim, 65 anni, colpito a morte dopo aver assistito all’agonia di suo figlio, di 45 anni, bruciato vivo. Prima di loro, anche un medico di 67 anni, un commerciante di 45 anni ed un insegnante di 55 anni erano stati brutalmente assassinati.

La  “caccia” ai “crociati”

A rivendicare quei crimini erano stati i miliziani della “Wilayat Sinai”, l’auto proclamata “Provincia del Sinai”, attiva nell’area settentrionale della penisola già dal 2011 con la sigla “Ansar Beit al Maqdis”. Nel 2013, in seguito alla deposizione del presidente Mohammed Morsi, il gruppo si rafforza e stringe contatti con Abu Bakr al Baghdadi sposando, un anno più tardi, il jihad transnazionale. Lo scorso anno il contrafforte egiziano delle bandiere nere aveva, però, subito un duro contraccolpo: un’operazione condotta dalle forze armate egiziane aveva infatti portato all’uccisione del leader della costola egiziana delle bandiere nere, Abu Duaa al Ansari, e di più di una cinquantina di elementi di spicco dell’organizzazione salafita.

Nonostante questo, il gruppo – tornato alla ribalta mediatica, all’inizio di quest’anno, con un video in cui minacciava i “crociati d’Egitto” – è sempre rimasto attivo anche grazie ad un humus culturale-religioso che, con la presidenza di Abdel Fattah al Sisi, ha continuato a premiare il settarismo. Secondo l’ultimo rapporto della Ong “Open Doors”, infatti,  l’Egitto, con un trend in crescita rispetto all’anno precedente, si colloca al 21° posto nella lista dei Paesi in cui i cristiani subiscono aggressioni. E, come racconta Il Manifesto, le vittorie quasi quotidiane annunciate dal generale Mustafa al Razaz, capo del comando militare del Sinai, sarebbero “soltanto degli annunci propagandistici che non riflettono la realtà sul terreno”.

Ritorno alla normalità

Ed è proprio in merito allo scetticismo nei confronti della “bonifica” di al Arish che, dalle colonne di Fides, il vescovo Anba Kosman ha voluto fornire le sue rassicurazioni. Il vescovo ha riferito che, ad al Arish, vengono celebrate messe ogni giorno e che, pur usufruendo della protezione assicurata dalle forze di sicurezza, i sacerdoti si muovono liberamente in città. Insomma, i copti possono far ritorno alle proprie case, in attesa della visita apostolica di Papa Francesco nella Repubblica araba d’Egitto, prevista per il mese prossimo, all’insegna del rafforzamento del dialogo interreligioso.