Dal 21 al 23 giugno si terrà a Oslo il sesto Congresso contro la pena di morte. Quest’anno uno dei temi centrali sarà l’aumento della pena capitale nell’era del terrorismo islamico. Gli occhi della guerra ne hanno parlato con Eleonora Mongelli, responsabile del programma culturale del Congresso contro la pena di morte.Chi organizza il Congresso?Il Congresso mondiale contro la pena di morte è un evento promosso dall’associazione francese Ensemble contre la peine de mort (ECPM), impegnata dal 2000 nella lotta per l’abolizione universale della pena capitale, in collaborazione con la World Coalition Against the Death Penalty, un network di cui fanno parte circa 150 organizzazioni ed istituzioni locali, tra cui, in Italia, Nessuno tocchi Caino e la Comunità di Sant’Egidio. Dopo Strasburgo nel 2001, Montreal nel 2004, Parigi nel 2007, Ginevra nel 2010 e Madrid nel 2013, il Congresso mondiale è arrivato alla sua sesta edizione. L’appuntamento di quest’anno è ad Oslo, presso l’Opera House, dal 21 al 23 giugno. Il Congresso di Oslo, con la sponsorizzazione dei Ministeri degli Affari Esteri di Norvegia, Francia ed Australia (e con un contributo anche dell’Italia), è coordinato da Antonio Stango (del Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino) e si pone come obiettivo quello di riunire rappresentanti di governi, premi Nobel, accademici, ONG, avvocati, giuristi e testimoni della pena di morte, provenienti da circa ottanta Paesi, al fine non solo di promuovere l’abolizione della pena capitale nei Paesi che attualmente la prevedono e la praticano, ma anche di trasformare i Paesi abolizionisti di fatto in abolizionisti di diritto, affinché cancellino definitivamente, dai loro codici penali, la pena di morte.Sono aumentati o diminuiti i paesi che praticano la pena di morte?Nel 2015 si è registrato il più alto numero di esecuzioni dal 1989: parliamo di circa 1634 persone giustiziate in 25 Paesi, cui vanno aggiunte probabilmente, secondo Nessuno tocchi Caino, circa 2400 esecuzioni in Cina, cifra attendibile ma non ufficiale, poiché in Cina le esecuzioni restano un segreto di Stato. Nonostante questo, resta indubbia la tendenza mondiale verso l’abolizione. Ben quattro sono i Paesi che nel 2015 hanno deciso di diventare abolizionisti: Figi, Madagascar, Repubblica del Congo e Suriname, mentre la Mongolia si è impegnata per adottare un nuovo codice penale abolizionista che entrerà in vigore quest’anno. Questi dati hanno fatto salire a 102 il numero dei Paesi che hanno detto basta alla pratica inumana della pena di morte, facendo diventare più della metà dei Paesi del mondo abolizionista. Il dato, invece, su cui c’è da riflettere è senza dubbio quello che mostra come l’89% delle esecuzioni, non considerando la Cina, sia avvenuto in soli tre Paesi: Iran, Arabia Saudita e Pakistan. L’Iran, con un numero di reati punibili con la pena capitale tra i più alti al mondo, mette a morte più persone pro capite di ogni altro Paese, battendo ogni record. Questo significa che, anche se diminuiscono i Paesi che conservano la pena di morte, allo stesso tempo, ce ne sono altri che aumentano drammaticamente il numero delle loro condanne e, conseguentemente, di esecuzioni. Proprio su quei Paesi, il lavoro da fare per la difesa dei diritti e per il superamento del concetto di giustizia come vendetta di Stato, rappresenta l’obiettivo più ambizioso e più difficile.Con la lotta al terrorismo islamista sono aumentate le pene capitali nei paesi islamici?Come ha recentemente ricordato Nessuno tocchi Caino, Paesi autoritari e illiberali, in nome della lotta al terrorismo, hanno portato avanti le loro politiche perpetuando efferate violazioni dei diritti umani al proprio interno e in alcuni casi, giustiziando e perseguitando persone in realtà coinvolte solo in un’opposizione pacifica, ma comunque sgradita al regime. Nonostante, quindi, la tendenza globale verso l’abolizione, molti sono i governi che negli ultimi anni hanno incrementato o addirittura, dopo anni, sono tornati ad eseguire condanne a morte in seguito ad attacchi terroristici nei loro Paesi. Negli ultimi dieci anni, diversi governi, tra cui quello nigeriano e tunisino, hanno adottato nuove leggi che estendono, a diversi crimini legati al terrorismo, i crimini punibili con la pena di morte, mentre più recentemente, sempre nel nome della lotta al terrorismo, Ciad, Pakistan e Giordania sono tornati sui loro passi, mettendo fine così ad una moratoria de facto che durava da anni.  Purtroppo, è facilmente prevedibile che la guerra al terrorismo continuerà a far crescere il numero di esecuzioni capitali e lo dimostra anche l’escalation delle condanne in Arabia Saudita nell’ultimo anno, proprio nel momento in cui il regno saudita, su cui già grava il peso della sistematica violazione delle norme di diritto internazionale, si è posto alla guida della lotta allo Stato Islamico la quale offrirà un’ulteriore legittimazione ad agire violando i diritti umani.Molti paesi occidentali praticano gli omicidi mirati di terroristi islamisti con i droni, rischiando anche di fare vittime tra i civili. Si tratta di una questione molto controversa, anche perché in alcuni casi si tratta di cittadini americani o europei che vengono condannati a morte senza processo. Tratterete il tema?Il Congresso di Oslo prevede una tavola rotonda dedicata alla pena di morte e al terrorismo. L’obiettivo dei lavori che si svilupperanno intorno alla tavola rotonda è quello di analizzare, con i suoi partecipanti, le conseguenze che le misure antiterroristiche adottate dai diversi Stati nel mondo hanno avuto sui diritti umani. La pratica controversa che vede l’utilizzo dei droni, i cosiddetti killer silenziosi, per omicidi mirati di terroristi, è diventata il simbolo della lotta al terrorismo, soprattutto per una gran parte dell’Occidente. Si tratta in realtà di una guerra extragiudiziaria al terrorismo, che si basa su informazioni d’intelligence segrete e di cui è praticamente impossibile verificare l’attendibilità. Anch’essa rappresenta, quindi, una risposta al terrorismo che sicuramente merita un’accurata analisi sulla sua efficacia e sulla sua pericolosità.Si può combattere il terrorismo senza la pena di morte?La pena di morte non è mai necessaria e come dimostrato dalle statistiche, non rappresenta un deterrente. Per quanto riguarda la questione strettamente connessa al terrorismo, la condanna a morte, pur con la consapevolezza che non possiede alcuna efficacia nella lotta al terrorismo, chi commette un atto terroristico mette di solito a repentaglio la sua vita per la “causa”, per alcuni governi ha un valore simbolico, ovvero, rappresenta una risposta immediata alla richiesta di protezione da parte della popolazione. Inoltre, la mancanza della definizione di cosa costituisce un atto terroristico nel diritto internazionale, permette a ogni Paese di dare una propria interpretazione del concetto di terrorismo, legittimando, a volte, la pena di morte per un crimine caratterizzato come atto terroristico, ma che in realtà non ha niente a che vedere con esso.È possibile combattere il terrorismo senza pena di morte e abbiamo l’obbligo di difendere e rispettare i diritti umani in ogni azione, anche in quelle messe in campo dagli Stati per combatterlo. Assicurare il rispetto dei diritti umani, nonché il ruolo della legge, è l’unica strada percorribile per combattere il terrorismo.I paesi occidentali hanno alleanze molto strette con nazioni islamiche che praticano la pena di morte anche per reati di pensiero. Come tratterete il tema? Come convincere questi paesi a cambiare le loro politiche?Il Comitato scientifico del Congresso ha predisposto alcune linee generali per il programma di Oslo, che includeranno sessioni plenarie, tavole rotonde, gruppi di lavoro, costruzione di reti internazionali, proprio allo scopo di analizzare e discutere, con gli addetti ai lavori, ogni singolo tema nella sua complessità. Sicuramente, nello scenario che vede alleanze di Paesi abolizionisti con Paesi che applicano la pena di morte, anche per reati non violenti e per ragioni essenzialmente politiche, come in Cina, Iran e Corea del Nord, la questione è più complessa e non può più essere ridotta all’azione di advocacy. Si tratta, ancora una volta, della scelta dei governi che si dicono difensori dello stato di diritto, di anteporre i propri interessi economici a quelli degli individui, finendo così per diventare complici delle costanti violazioni dei diritti umani, nel nome di un partenariato commerciale. Sono molteplici gli appelli che le diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno fatto nel corso delle varie visite di leader di governi europei in Paesi come l’Iran o l’Arabia Saudita, chiedendo di porre al centro del dibattito la difesa dei diritti umani, questione che invece è sempre rimasta coperta da un velo di complice reticenza.

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