Terrorismo /

Dieci giorni fa, il capo dell’Agenzia di sicurezza israeliana (Shin Bet), Nadav Argaman, ha rivelato, durante la riunione del governo israeliano presieduto da Benjamin Netanyahu, che dall’inizio di quest’anno, in Israele, sono stati sventati circa 200 attacchi terroristici, 70 dei quali nei soli mesi di agosto e settembre. Va detto che Argaman ha incluso in questa lista non soltanto gli attentati terroristici come li percepiamo noi in Europa, ma anche rapimenti e scontri a fuoco. Quindi una vasta gamma di episodi terroristici di cui, alcuni, non ancora parte dell’immaginario collettivo europeo sul terrorismo di matrice islamica, come appunto possono essere i rapimenti. In particolare, a destare preoccupazione nell’intelligence israeliana è la situazione in Cisgiordania, che per lo Shin Bet è “fragile” e caratterizzata da una forte presenza simultanea di organizzazioni terroristiche e attori individuali privi di legami con le forze principali del terrorismo, ma pieni di sentimenti di odio verso Israele.

Con l’avvento del fenomeno terroristico in Europa, in molti considerano il sistema israeliano come un modello da prendere ad esempio per combattere il radicalismo islamico e reprimere le organizzazioni terroristiche. Gli attentati di Barcellona, Manchester, Londra, Parigi, Bruxelles, così come i vari attacchi all’arma bianca o con pulmini tra Regno Unito, Germania e Svezia, hanno posto l’accento su quello che da molti è teorizzato come l’israelizzazione dell’Europa. Ogni capitale europea si sta, infatti, lentamente trasformando, a detta di molti osservatori, come una Tel Aviv del Vecchio Continente. Non c’è più una città tranquilla e non si rischia più soltanto un attentato di vaste proporzioni come potevano essere quelli orribili e devastanti degli anni precedenti, Oggi la tensione è continua e la minaccia costantemente presente in ogni area del continente. Per controllare questa nuova minaccia, il sistema israeliano sembra essere l’unico modello in grado di poter far fronte al problema, comprimendo il rischio nei limiti del possibile. Gianluca Perino, per il Messaggero, ha riportato le parole di un ex 007 dello Shin Bet, Adi Carmi, che ha spiegato come l’Europa dovrebbe comportarsi di fronte al pericolo jihadista.

“Ci sono soltanto due possibili scenari – spiega Carmi al quotidiano romano – e in entrambi i casi il nostro obiettivo è arrivare prima dell’attacco. Di fronte a gruppi terroristici tradizionali, se hai una buona intelligence, la possibilità di far saltare i piani dei terroristi è sicuramente alta. Di solito gli jihadisti commettono degli errori o, comunque, utilizzano smartphone, computer, tablet e altri sistemi che possiamo intercettare. Lo stesso discorso vale in presenza di una rete che si muove sul territorio, che  importa armi ed esplosivo o che è comunque costretta a spostamenti nelle città: anche in questo caso possiamo riuscire a fermarli in tempo. E lo abbiamo già fatto, noi come le polizie di altri paesi europei. Ma questo scenario potrebbe non essere più prevalente, perché in realtà il mondo del terrore è cambiato”. Secondo l’ex agente dell’intelligence israeliana, il problema nasce dal fatto che ai miglioramenti del terrorismo islamico nell’uso delle tecnologie, deve esserci un contemporaneo miglioramento delle forze di sicurezza per prevenire queste nuove forme di sviluppo ed espansione dello jihadismo. Nell’ambito dei social network, ad esempio, alcuni sistemi europei si sono ritrovati nettamente impreparati. Le parole di Carmi sono essenziali per comprendere cosa deve cambiare: “La nostra salvezza è rappresentata dalla capacità di cambiare mentalità e strutture, magari anche qualche legge: dobbiamo pensare come loro, vivere come loro, infiltrare i loro ambienti. Servono agenti che parlino arabo perfettamente, che studino il Corano in modo maniacale, che riescano a capire cosa accade realmente nelle moschee dove si predica quell’odio che poi arma i terroristi improvvisati”.

Secondo Adi Carmi, va cambiata anche la percezione delle leggi in materia di antiterrorismo. Nel 2002, Israele modificò le leggi in materia di antiterrorismo unificando i vertici dell’intelligence, che adesso rispondono solo al primo ministro e soprattutto concessero ampi poteri discrezionali alle agenzie di sicurezza del Paese e alla polizia. Il tempo è essenziale, non si può perdere in rimpalli di responsabilità e in cavilli burocratici. E devono essere riformate anche le leggi per prevenire il terrorismo. L’ex agente israeliano pone in particolari due temi fondamentali: migranti e moschee. Per Carmi il problema delle migrazioni è una tema semplicemente di sicurezza interna., E le sue parole sono chiarissime nel delineare quali sono le politiche che l’Italia dovrebbe intraprendere: “Se devo occuparmi della sicurezza del mio Paese, devo sapere tutto: chi sono, da dove vengono, quali contatti hanno, dove stanno andando, dove vanno a dormire. Arrivano a milioni, e tra questi volete che non ci sia qualche potenziale pericolo?”. E le moschee e i centri culturali islamici sono un altro grave problema che la politica italiana dovrebbe regolare il prima possibile con leggi più dure. “Perché l’estremismo islamico passa proprio da quei posti, proprio come a Bruxelles o a Malmö”, e, aggiunge Carmi, “il problema è che le nostre democrazie devono essere nette quando si parla di integrazione: diritti sì, ma rispetto totale delle nostre regole”. Parole che dovrebbe essere stampate a caratteri cubitali nelle aule del nostro Parlamento.