Il giornalista ed ex direttore del quotidiano turco Cumhuriyet, Can Dundar, è stato condannato mercoledì scorso da un tribunale di Ankara a 27 anni e 6 mesi di reclusione; 18 anni ed 9 mesi per l’accusa di “spionaggio” ed altri 8 anni e 9 mesi per “sostegno al terrorismo”. Il processo si è tenuto in absentia dell’imputato in quanto dal 2016 Dundar si trova in esilio in Germania, ma pur sempre in pericolo di vita, in quanto nel Paese la presenza dei servizi segreti turchi (Mit) è ben nota. Lo scorso ottobre le proprietà del giornalista in Turchia erano state sequestrate e il suo conto presso una banca turca congelato, sempre su ordine del tribunale.

Erdogan ha immediatamente puntato il dito contro l’Europa, accusandola di “proteggere un criminale” e chiedendone l’immediata estradizione. L’Unione Europea ha però condannato la sentenza, esprimendo serie preoccupazioni sulla situazione giudiziaria e dei diritti umani in Turchia, nonchè ricordando che tale situazione non fa altro che minare ulteriormente i rapporti tra Bruxelles ed Ankara.

Erdogan riforniva i jihadisti e Dundar lo aveva scoperto e denunciato

Con la sentenza contro Dundar, la Turchia guidata da Erdogan si mostra ancora una volta come la più grande galera per giornalisti a livello globale, come illustrato anche sul sito di Amnesty International e non che ad altre categorie che osano criticare Erdogan vada meglio, come nel caso dei parlamentari turchi del partito Chp, Enis Berberoglu, Leyla Guven e Musa Farisugullari, arrestati a inizio giugno 2020 anche loro con l’accusa di “spionaggio”.

Qual’è però la reale colpa di Can Dundar? Semplice, l’aver scoperto le carte di Erdogan e del Mit nel 2015, con uno scoop giornalistico che documentava il rifornimento di armi trasportate su tir dei servizi segreti, camuffati da medicinali e destinati ai jihadisti in Siria, attraverso la oramai nota “autostrada del jihad“.

Lo scoop aveva mandato su tutte le furie Erdogan e Dundar era anche stato vittima di un agguato a colpi di pistola fuori dal tribunale di Istanbul nel maggio del 2016, durante uno dei primi processi, ma era scampato all’attentato con una ferita alla gamba. Pochi mesi dopo il giornalista era costretto a fuggire in Germania.

Come se non bastasse, Dundar veniva anche accusato di aver cospirato assieme all’acerrimo nemico di Erdogan, Fetullah Gulen, nel fallito golpe del 2016. Da anni il governo turco chiede infatti anche l’estradizione di Gulen, in esilio negli Stati Uniti.

Emrullah Uslu, ricercatore turco presso il Washington Institute ed ex ispettore di polizia di Ankara e dell’unità nazionale anti-terrorismo, nel 2015 espresse le proprie preoccupazione per quanto riguarda la già citata “autostrada del jihad”, mettendo in evidenza come il sostegno turco ai jihadisti non fosse soltanto una tattica per rimuovere Assad, ma parte di una ben più ampia strategia volta ad influenzare gli equilibri mediorientali attraverso l’utilizzo di attori non statali ( i cosiddetti “proxies”). Uslu aveva inoltre evidenziato come Erdogan utilizzasse i Fratelli Musulmani e Hamas ma anche i jihadisti di al-Qaeda, ai quali era permesso l’uso di media filo-governativi per promuovere la propria propaganda. L’ex ispettore di polizia denunciava poi la repressione nei confronti di pubblici ministeri e dirigenti di polizia che avevano cercato di impedire il rifornimento di armi ai jihadisti.

La Turchia jihadista

Non si può certo negare che Uslu c’aveva visto lungo già nel 2015 e infatti molti dei jihadisti utilizzati da Ankara in Siria sono poi stati trasferiti dal Mit in Libia per combattere affianco alle truppe del Gna con l’obiettivo, poi riuscito, di trasformare l’esecutivo di Tripoli in un regime-fantoccio di Ankara. A settembre, il presidente francese, Emmanuel Macron, aveva inoltre lanciato l’allarme sull’utilizzo di jihadisti da parte di Ankara anche nel conflitto azero-armeno in Nagorno-Karabakh.

All’epoca delle denunce sugli armamenti ai jihadisti si sapeva anche che molti di loro venivano curati in appositi ospedali in territorio turco e del resto, gran parte dei jihadisti unitisi all’Isis sono transitati per gli aeroporti turchi ed è veramente difficile credere che le autorità di Ankara e il Mit non ne fossero al corrente. Del resto, ci sono anche i più recenti filmati di militari turchi a fianco di jihadisti a Idlib, al grido “Allahu Akbar”.

Che dire poi di quei membri di Hamas (organizzazione nella black list di Unione Europea, Stati Uniti e Canada) che hanno ricevuto la cittadinanza turca, incluso passaporto e documento di identità, con tanto di falsi nominativi turchi, per nasconderne la reale identità? Come riportato lo scorso agosto dal quotidiano britannico The Telegraph.

Purtroppo si è arrivati al paradosso in quanto la Turchia, Paese membro della Nato con l’obiettivo di entrare in Europa, è oggi non soltanto la più grande prigione per giornalisti ed oppositori, come già precedentemente illustrato, ma anche un Paese che promuove l’ideologia islamista pro-Fratelli Musulmani, che sostiene e utilizza jihadisti e milizie per i propri obiettivi egemonici che mettono a serio rischio la stabilità dell’area Mediterranea e del Medio Oriente. Come se non bastasse, Erdogan è anche arrivato a minacciare altri Paesi membri della Nato come Grecia e Francia, in relazione alle proprie mire espansionistiche nel Mediterraneo orientale.

E’ evidente che Nato ed Unione Europea devono inevitabilmente affrontare il problema Turchia una volta per tutte e ciò nonostante le resistenze della Germania che mantiene con Ankara forti relazioni fin dagli anni ’60. Girarsi dall’altra parte e aspettare che Erdogan vada a casa è illusorio perchè ulteriori attese non faranno altro che rendere la situazione ancor più problematica.

Per quanto riguarda la Libia, sarebbe forse il caso che l’Italia cessasse di fornire supporto di intelligence e contro-terrorismo al Gna, assieme agli alleati turchi, perché questo è quanto emerso in una serie di documenti twittati dall’analista israeliano Oded Berkowitz. Dinamiche piuttosto imbarazzanti, tanto più considerando la recente visita del premier Conte e del Ministro degli Esteri Di Maio alla “corte” del generale Haftar. Fornire supporto di intelligence al Gna, assieme alla Turchia di Erdogan, significa sostenere gli islamisti. Non chiediamoci poi per quale motivo l’Italia non è colpita da attentati.

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