Com’era bella la vita sotto il Califfato. Quel forte rimpianto dell’Isis

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Nel campo siriano di Al-Hol, accalcati sotto tettoie in ferro, in fila per ricevere il loro pasto quotidiano, donne e ragazzi fedeli all’Isis invocano il ritorno del califfato. Nonostante l’Isis sia stato ormai sconfitto a livello territoriale, i suoi seguaci continuano a mantenerne viva l’ideologia e sono convinti che sia solo di una questione di tempo prima che il califfato risorga dalle sue ceneri.

La profondità dell’ideologizzazione a cui sono stati sottoposti è particolarmente evidente all’interno del campo profughi di Al-Hol. Situato nel territorio siriano, al confine con l’Iraq, e gestito dalle autorità curde, la struttura ospita più di 73mila persone, il 65% delle quali sarebbero minori.

Nel campo sono presenti decine di migliaia di persone che sono riuscite ad abbandonare Baghouz, l’ultima enclave dell’Isis in Siria, mantenendo intatte le loro convinzioni. “Le donne e i bambini cresciuti secondo i dettami dell’Isis e del terrorismo devono essere sottoposti a un percorso di riabilitazione e reinserimento all’interno della comunità – afferma Abdulkarim Omar, funzionario della regione curda siriana – altrimenti metteranno le basi per il futuro terrorismo”.

La loro resa – durante gli ultimi giorni di vita del califfato -, infatti, non sarebbe avvenuta sull’onda di una “redenzione”, ma con il benestare della leadership del gruppo e per esplicita richiesta di Abu Bakr Al-Baghdadi. Non solo: il califfo avrebbe incitato le donne dell’Isis ad arrendersi e a tornare nei Paesi di origine con l’obiettivo di riprendere in loco il progetto del califfato.

Una minaccia concreta che non è rimasta a lungo nascosta. Nel campo profughi di Al-Hol, infatti, i seguaci dell’organizzazione terroristica non nascondono il loro attaccamento all’ideologia, dimostrando intransigenza nei confronti di coloro che reputano infedeli. “Questo campo è pieno di infedeli – si lamentano – c’è la musica, le guardie, sia maschi che femmine, indossano vestiti aderenti e fumano”. Niente a che vedere con la vita sotto il califfato: “Lì, una donna poteva camminare a testa alta, sicura che l’uomo avrebbe abbassato gli occhi. Qui, invece, è il contrario”.

La loro insofferenza è talmente forte da non poter essere controllata. Non sono rari gli episodi di violenza che vedono protagonisti i militanti dell’Isis. Nel marzo 2019, alcune donne fedeli all’organizzazione terroristica hanno cercato di aggredire alcune “infedeli”. “Ci hanno urlato contro, dicendo che siamo infedeli perché mostriamo il volto e hanno cercato di colpirci” racconta una delle vittime.

L’ideologizzazione non avrebbe risparmiato neanche i cosiddetti figli dell’Isis, nati o cresciuti sotto il califfato. Secondo Jane Arraf, giornalista per la National Public Radio (Npr), all’interno del campo di Al-Hol, sarebbe proprio una bambina di 11 o 12 anni, proveniente dalla città irachena di Tikrit, una delle sostenitrici più accanite dell’Isis. Ai responsabili del campo profughi, la ragazza avrebbe detto di chiedere ogni giorno a Dio che “ nell’altra vita accenda le fiamme dell’inferno con i capelli delle donne che non si coprono il capo”.

Il livello di radicalizzazione dei seguaci dell’Isis potrebbe peggiorare all’interno dei campi di detenzione proprio a causa delle condizioni di vita disperate. Secondo quanto denunciato dall’Organizzazione mondiale della sanità, nel campo di Al-Hol mancano cibo e cure mediche e la malnutrizione avrebbe causato la morte di numerosi bambini.

Una condizione che accomuna tutti gli abitanti del campo, ma che i fedelissimi di Al-Baghdadi sono convinti sia parte di un atteggiamento volutamente discriminatorio nei loro confronti. “È un’ingiustizia! Preghiamo che torni il califfato” afferma una delle donne, per nulla pentita di essersi unita allo Stato islamico. “Se non fosse stato per i bombardamenti che hanno colpito le nostre tende, uccidendo i nostri figli, non avremmo mai abbandonato il califfato”.

“Nel territorio del califfato c’era giustizia, non corruzione” afferma un ragazzo iracheno. “Abu Bakr Al-Baghdadi era come qualsiasi altro pastore” continua. Secondo lui, nei territori dello Stato islamico, le derrate alimentari venivano distribuite tra la popolazione, mentre nel campo di Al-Hol il cibo mancherebbe in continuazione.

Nessuna traccia di rimorso, dunque, per i crimini commessi dall’Isis. Tutto nel califfato rifletteva la volontà di Dio, secondo una sua seguace che vive nel campo: “Certo, c’erano decapitazioni perché dovrei mentire? Ma è scritto nel Corano, sono le leggi di Dio”.