Negli ultimi anni l’Europa è stata scossa da diversi attentati terroristici. Uno di questi è stato commesso a Manchester il 22 maggio del 2017. Si tratta di uno degli episodi più cruenti che ha destato molto scalpore per via del contesto in cui è avvenuto, con l’attentatore che si è fatto esplodere durante un concerto. Le indagini scopriranno poco dopo che l’autore della strage proveniva dalla Libia. Quest’ultimo è uno dei Paesi maggiormente destabilizzati dalla Primavera Araba del 2011. In che modo le rivolte  che hanno scosso il nord Africa hanno inciso sul deterioramento delle condizioni di sicurezza in Europa? Le Primavere hanno realmente dato maggior forza ai gruppi terroristici nel Mediterraneo?

Il cambiamento geografico del terrorismo

Dopo l’11 settembre del 2001 gli occhi del mondo sono stati rivolti verso l’Afghanistan perché in quel paese Osama bin Laden ha fondato Al Qaeda, divenuta negli anni il fulcro dei movimenti terroristici legati agli ideali del fondamentalismo islamico. Ed è stata proprio ricondotta a lui la strage dove hanno perso la vita circa 3mila persone. In quei frangenti l’Afghanistan era considerato come base del terrorismo internazionale. Qualcosa è cambiato negli anni successivi, quando il Paese è diventato meno appetibile per il terrorismo. Un evento significativo in tal senso è stato dato proprio dalla Primavera Araba, la quale ha indirizzato altrove le radici delle organizzazioni terroristiche. A scoraggiare queste organizzazioni criminali nel proseguimento con le loro attività sul territorio afghano, è stata anche la presenza delle truppe della Nato.

“Con la Primavera Araba – afferma su InsideOver Marco Lombardi, docente dell’Università Cattolica e fondatore del gruppo di ricerca Itstime– si è assistito ad un significativo spostamento degli jihaidisti dall’Afghanistan ai Paesi vicini il Mediterraneo. Libia e Siria in questo caso sono apparsi più appetibili perché destabilizzati”. Il docente della Cattolica spiega che il cambiamento dell’assetto geografico del terrorismo si è mosso in base ad un principio: “Laddove c’è un vuoto di potere è più facile insediarsi e prendere in mano la situazione”.

Cos’è accaduto in Libia

La Primavera Araba ha comportato, tra le altre cose, la caduta del potere di Gheddafi  in Libia. È stato infatti durante la guerra civile esplosa nel 2011 contro i rivoltosi che la massima autorità libica è stata catturata e uccisa. La fine di Gheddafi ha comportato anche un vuoto di potere e quindi la destabilizzazione dell’intero territorio. Ed ecco che secondo il principio spiegato dal professor Lombardi, quel contesto è stato un terreno fertile che ha consentito agli jihadisti di insinuarsi, affondare le proprie radici e creare una nuova base organizzativa del terrorismo. Il trasferimento dall’Afghanistan all’area che si affaccia sul Mediterraneo da parte del terrorismo ha iniziato a prendere forma. Nel Country Report on Terrorism 2017, la Libia è stata inserita dagli Stati Uniti nella lista dei Paesi in cui il terrorismo internazionale è da considerarsi maggiormente radicato. I territori sono così vasti, si legge nel rapporto, da rendere difficile la possibilità di individuare le organizzazioni criminali. E questo nonostante i raid statunitensi hanno preso di mira i campi dell’Isis nel 2016 a Sirte.

Le caratteristiche geografiche del territorio inoltre hanno reso difficile alle autorità di Tripoli il tracciamento dei flussi di combattenti terroristi stranieri dentro e fuori i propri confini. Ma il vero problema dell’intero contesto libico, è rappresentato dalla sua perdurante instabilità: ancora oggi lo Stato libico è da considerarsi fallito, nel Paese esistono almeno due governi, uno guidato dal premier Fayez Al Serraj con sede a Tripoli e l’altro vicino al generale Khalifa Haftar, con sede in Cirenaica. Un mix di elementi dunque che hanno spianato la strada all’insediamento del terrorismo.

Il caso particolare della Siria

All’inizio del 2012 le piazze siriane cambiano volto. Ufficialmente qui la primavera araba è arrivata nel marzo dell’anno precedente, sulla scia di quanto stava accadendo in molti altri Paesi della regione. Ma le prime vere proteste sono state registrate soltanto alla fine del 2011. C’è una differenza per l’appunto tra le manifestazioni di questo periodo e quelle dell’inizio dell’anno successivo: molti giovani dimostranti venivano notati con la barba lunga, gridavano Allah Akbar e slogan contro gli sciiti. La protesta cioè stava diventando settaria. E soprattutto, a scendere in piazza erano adesso militanti islamisti. Da lì a breve Aleppo e Damasco sono state attaccate militarmente da gruppi radunati sotto la sigla del Free Syrian Army (Fsa), ma al suo interno buona parte dei combattenti sono risultati affiliati a milizie islamiste.

In poche parole, si è assistito alla trasformazione della primavera siriana nella guerra civile in cui il governo di Damasco è stato sfidato da gruppi terroristici: “In Siria si è avuta una situazione opposta a quella della Libia – sottolinea Marco Lombardi – Qui il terrorismo non si è ben ramificato perché ha sfruttato la destabilizzazione del Paese. Al contrario, le sigle jihadiste sono state usate per destabilizzare uno Stato fino a quel momento solido”. L’islamismo nel caso siriano non è stato opportunista, bensì strumentalizzato. Del resto nel 2012 era noto come diverse potenze regionali chiedevano la testa di Bashar Al Assad, al potere a Damasco dal 2000. La Turchia ha aperto la cosiddetta “autostrada del jihad”, permettendo il passaggio nel suo territorio di centinaia di combattenti islamisti per raggiungere il nord della Siria. Le petromonarchie sunnite, che hanno visto nelle proteste siriane l’occasione per abbattere il governo filo sciita di Assad, hanno armato e finanziato decine di sigle poi rivelatesi affiliate alla galassia jihadista. L’occidente, nella migliore delle ipotesi, ha chiuso un occhio.

Il risultato oggi è ben lampante: la Siria è un pericoloso laboratorio jihadista a due passi dal Mediterraneo. Soprattutto nella provincia di Idlib, l’ultima ancora rimasta parzialmente fuori dal controllo di Damasco, il cui governo negli ultimi anni ha progressivamente ripreso in mano il territorio. A dimostrarlo è il fatto che Abu Bakr Al Baghdadi, fondatore dell’Isis, è stato catturato e ucciso nell’ottobre 2019 proprio ad Idlib. E la stessa Isis per anni ha dominato in buona parte del territorio siriano, rimasto fino allo scorso anno fulcro di quel “califfato islamico” progressivamente spazzato via dal medio oriente. Se l’Isis oggi è diventata quell’organizzazione in grado di attrarre i fondamentalisti di tutto il mondo, lo si deve alla ramificazione avvenuta in Siria nei primi anni di guerra civile. E oltre alle bandiere nere di Al Baghdadi, nel Paese permangono altre sigle molto pericolose: dall’ex Fronte Al Nusra, braccio siriano di Al Qaeda oggi chiamato Tahrir Al Sham, ai gruppi di ispirazione islamista appoggiati dalla Turchia ed attivi soprattutto ad Idlib.

“Il pericolo ora viene da sud”

La primavera araba ha dunque influito sul radicamento del terrorismo nell’area mediterranea. La destabilizzazione innescata dalle proteste di dieci anni fa, ha comportato la crescita della pericolosità del fenomeno jihadista, soprattutto in nord Africa, e il deterioramento delle condizioni di sicurezza delle aree circostanti. Non solo in Europa, ma anche più a sud. Non è un caso che i primi califfati islamici costituiti nel nord del Mali, Paese tra i più provati dal terrorismo, risalgano al 2012. E ora è proprio dalle aree centrali e meridionali del continente che occorre guardarsi: “Dal sud la pressione jihadista è sempre più forte – ha commentato Marco Lombardi – Si è avviato un meccanismo molto pericoloso per il quale è possibile pensare ad ulteriori destabilizzazioni causate dal dilagare del terrorismo dalle regioni meridionali dell’Africa”.

Dal Sahel alla Nigeria, passando per il corno d’Africa e il Mozambico. Sono queste le nuove frontiere del terrorismo: “Si può parlare – aggiunge Lombardi – di una Black Belt Road, un vero corridoio jihadista capace di unire nell’Africa centrale e meridionale l’Oceano Pacifico con quello Atlantico”. È da questo fenomeno che anche il nord Africa destabilizzato dalle primavere dovrà guardarsi nel prossimo futuro. E, con esso, quell’Europa non in grado di capire dieci anni fa la deriva deleteria che stava prendendo la situazione lungo la sfonda opposta del Mediterraneo.

Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA
Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA