Il nord del Mozambico è una ”no man’s land”, una ”terra di nessuno”. È con questo termine, tanto immediato quanto caustico, che la testata The New Humanitarian ha ribattezzato la regione settentrionale del Paese africano affacciato sull’Oceano indiano, dove la guerriglia islamista si sta facendo sempre più concreta e spietata. Tutto ha avuto inizio nel 2017 quando un gruppo ribelle che sventolava il vessillo del Califfato di Al Baghdadi ha iniziato a compiere rapine, attacchi a caserme e ad avamposti dell’esercito e a seminare paura e insicurezza nel Nord del Paese. I militanti chiamavano la propria organizzazione Al Shabaab, proprio come la più nota organizzazione fondamentalista somala, ma non rilasciavano comunicati, non presentavano una chiara agenda politica, si limitavano ad azioni eclatanti ad esecuzioni intimidatorie chiedendo, in modo alquanto sommario, l’instaurazione di uno stato islamico dove vigesse una radicale applicazione della Sharia.

Per molto tempo analisti ed esperti della galassia dell’internazionalismo jihadista si sono infatti chiesti se il gruppo mozambicano fosse una nuova cellula della guerra santa islamica o una formazione di banditi che utilizzava la retorica e la simbologia islamica radicale semplicemente come un’uniforme di facciata per compiere attività criminali e banditismo. Oggi, a seguito delle ultime azioni e dei comunicati diffusi dal gruppo ribelle, molti dubbi si sono dipanati e la situazione in Mozambico appare ora, nella sua essenza, molto chiara: il gruppo islamista Al Shabaab, che adesso invece sembra essersi presentato ai media internazionali con il nome di Ansar al-Sunnah, è una formazione di stampo jihadista che mira a prendere il controllo della regione del Nord del Paese e che sta sfruttando la delicata situazione di crisi economica per reclutare uomini e ampliare il proprio controllo attraverso quella che è stata definita la propaganda del ”cuore e delle menti”; il jihadismo è sbarcato in Africa australe e il Mozambico è la roccaforte delle bandiere nere nella regione meridionale del continente africano.

Tra marzo e maggio la guerriglia è venuta allo scoperto. Attacchi sempre più intensificati e mirati, saccheggi e una specializzazione maggiore da parte delle forze ribelli ha causato la morte di oltre mille persone e gli sfollati sono oltre 150mila. Il governo di Maputo, attraverso la figura del Ministro degli Interni Amada Miuidade, ha espresso preoccupazione dichiarando di aver inviato rinforzi nel nord est del Paese. Ma questa non è stata la sola mossa dell’esecutivo del presidente Filipe Nyusi che ha infatti firmato anche un contratto con il Gruppo Wagner, agenzia di contractor appartenenti alle forze speciali russe già attivi in Siria, Libano e Repubblica centrafricana, che però non sembra riuscire a venire a capo dell’intricata situazione mozambicana tanto che, stando a quanto cita la rivista Africa, gli stessi mercenari sembra che abbiano subito diverse perdite sul terreno. La situazione non sta impensierendo soltanto le autorità del Mozambico, pure i paesi limitrofi, in particolare il Sud Africa e la Tanzania si sono dimostrati seriamente impensieriti da quanto sta accadendo nel paese confinante e hanno già esternato la volontà di intensificare la presenza delle proprie forze governative lungo il confine con l’ex colonia portoghese. Ad aver fatto scattare l’allarme e ad aumentare paure e preoccupazioni è stata l’ultima azione eclatante del gruppo guerrigliero che, a fine maggio, ha preso controllo di uno dei principali centri strategici della Provincia di Cabo Delgado: la città di Macomia. I ribelli hanno messo in fuga i soldati regolari, hanno occupato i principali centri cittadini, i simboli dell’offensiva islamista sono stati issati nei luoghi simbolo del potere amministrativo e la popolazione, dopo esser stata radunata, ha ricevuto aiuti umanitari e ha ascoltato i proclami della propaganda islamista.

”La propensione del gruppo a scagliarsi contro i civili è stata mitigata dalla volontà di comunicare: negli incontri pubblici, in cui viene distribuito cibo che è stato recuperato durante i saccheggi, i residenti sono stati informati e indottrinati, ed è stato spiegato loro che il governo umilia i poveri”. Ha raccontato a The New Humanitarian un residente della provincia di Cabo Delgado, inoltre, a marzo, i residenti di Mocimba da Praia, dopo un offensiva da parte delle forze ribelli, sono stati filmati applaudendo mentre i militanti si aggiravano per la città rimuovendo i simboli legati allo stato e sollevando le bandiere nere. “Forse vogliono mostrare qualcosa, un ideale, un concetto. Ma comunque uccidono senza pietà se si sentono minacciati”. Ha commentato Liazzat Bonate docente di lettere all’Università delle Indie Orientali. Certo è che, quella che è stata definita la propaganda ”del cuore e delle menti”, ora come non mai, sta ottenendo enormi risultati visto che nella regione, una delle più povere del Paese, le organizzazioni umanitarie sono dovute fuggire, lo stato è assente da anni e l’unica realtà che provvede a distribuire aiuti alla popolazione è quella del gruppo jihadista che sta allargando le proprie fila grazie anche alla presenza di moltissimi giovani disoccupati.

“Gli ultimi attacchi sono stati ben pianificati – ha spiegato un missionario che lavora in Mozambico alla rivista Africa, aggiungendo – Si è notato un salto di qualità nell’azione. Le strutture del governo sono state bruciate in modo sistematico. La matrice religiosa, però, è emersa solo poco tempo fa. In Mozambico si pensa che ci siano interessi particolari che si nascondono dietro la copertura religiosa”. Nel 2010 infatti, difronte alle coste di Cabo Delgado, sono stati scoperti enormi giacimenti di gas da parte dell’americana Andarko e dall’italiana Eni e al momento sono in fase di realizzazione tre dei più grandi progetti di estrazione e trasformazione di gas al mondo per un investimento superiore ai 50 miliardi di dollari. Un interrogativo aleggia quindi tra i giornalisti e gli analisti che si occupano di Africa e terrorismo: in Mozambico siamo difronte a un’autentica rivoluzione jihadista oppure, dietro alla retorica della guerra santa, in realtà, si nasconde dell’altro?

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