Nei giorni d’oro della sua espansione territoriale attraverso la Siria e l’Iraq, il cosiddetto Stato islamico (Isis) attraeva reclute occidentali come falene verso una fiamma incandescente. Per un gruppo che cercava di diffondere a livello internazionale la propria sanguinaria causa, ogni defezione occidentale era un brillante strumento propagandistico.

Questo era allora. Ora non rimane che una singola roccaforte, Baghouz, nelle mani di un califfato in rovina. Il suo potere si è esaurito, la sua causa si è indebolita – e il destino di quanti hanno messo a rischio la propria vita e i propri arti per unirsi al gruppo è incerto.

Shamima Begum è una di questi. Insieme a due amici di scuola, ha lasciato la sua casa di East London ad appena quindici anni per diventare una sposa della jihad, sposando un militante olandese. Rintracciata in un campo profughi siriano, la sua è una storia che parla di sofferenza e avversità – ha appena partorito un neonato, dopo aver già perso due bambine piccole – ma anche del portare il peso delle proprie decisioni.

Professando la propria innocenza e dichiarando di non rappresentare una minaccia, Begum vuole tornare nel Regno Unito con suo figlio. Costruendo il suo caso di rimpatrio in una moltitudine di interviste, la ragazza si dice in grado di riabilitarsi. La sua narrativa è confusa e in cerca di simpatie mentre parla con disinvoltura delle decapitazioni rituali dell’Isis. Lei è tutto ciò che ci si aspetterebbe da una diciannovenne indottrinata, contrita, combattuta e disperata.

Il caso di Begum e quelli simili al suo hanno accesso un feroce dibattito in Occidente sul ritorno delle reclute dell’Isis. Il gruppo si è nutrito delle menti impressionabili della gioventù emarginata, trasformando il loro malcontento nei confronti della società occidentale in un arma. Dovremmo offrire a queste persone la possibilità di riabilitarsi per reintegrarsi nella società che hanno così radicalmente rifiutato?

Nel caso di Shamima, l’età è un fattore da tenere in considerazione. Al momento della sua partenza lei era – agli occhi delle norme sociali comunemente accettate – troppo giovane per guidare, per bere, per il consenso. Non è così azzardato ipotizzare che a quell’età potesse prendere decisioni sbagliate anche riguardo all’ideologia.

Tuttavia lei era, per sua stessa franca ammissione, “ok” con le esecuzioni e gli altri orrori perpetrati dall’Isis. La giovane età potrebbe spiegare la sua insensibilità a simili atrocità, ma non equivale all’ignoranza, all’essere all’oscuro delle carneficine del gruppo.

Il governo britannico si è mosso in fretta per revocare a Begum la sua cittadinaza, sostenendo che “devono esserci conseguenze per chi sostiene il terrore”.

Ora lei si trova in una terra di nessuno, dal punto di vista legale. Un governo non può rendere un individuo apolide, per la legge internazionale, ma può revocare la nazionalità se l’individuo in questione ne ha più di una e i btitannici credono che Shamima abbia ereditato la nazionalità bengalese da sua madre (cosa che Dacca contesta vigorosamente).

Per quanto complicato possa essere il suo ritorno, qualcosa di buono potrebbe venire dal reimpatrio di Begum. Avendo vissuto e respirato gli orrori di una società militante religiosa, la sua voce sarebbe una formidabile risorsa nel combattere la radicalizzazione. Dei video montati in modo spettacolare l’hanno convinta a perseguire uno stile di vita islamista e il suo racconto di quell’esistenza potrebbe aiutare a scacciare le false promesse del fondamentalismo.

Tania Joya, un’ex sposa dell’Isis che ha rinunciato alla propria fede ed è fugita dal califfato, sostiene che “l’umanesimo e i valori laici” spesso non vengono insegnati nelle case musulmane conservatrici e l’esperienza di Shamima potrebbe aiutare a far crollare queste strutture.

E si corre anche un rischio nel chiuderle completamente la porta in faccia. Per molti giovani disillusi, la risposta del governo britannico è tipica di un’istituzione che si preoccupa ben poco per loro, che preferisce lasciare una giovane madre a marcire in uno squallido campo profughi piuttosto che tenderle una mano. Se Shamima, o peggio, il suo bambino, dovessero morire, rischierebbero di diventare martiri proprio di quella causa che il mondo civilizzato sta cercando di estirpare.

Ma speso i deterrenti sono più efficaci quando sono strumenti duri e inflessibili. Estromettendo Begum, è stato dato un messaggio forte: quando si tratta di terrorismo, non ci sono seconde chance. Se lei dovesse tornare e cercasse di diffondere la propria dottrina di adozione, il danno sarebbe enorme.

Schierare le forze del sistema giudiziario potrebbe produrre il risultato migliore. Mettere Shamima e altre reclute pentite sotto processo nei loro Paesi d’origine affermerebbe la regola della superiorità della legge su qualsiasi ideologia distorta, e metterebbe a tacere ogni accusa di trattamento deliberatamente disumano. Presentare il fondamentalismo come una palese attività criminale aiuterebbe anche a sgonfiare l’allure di cui esso è circondato nelle menti più impressionabili.

Tuttavia l’iter legale può essere complesso. I reati commessi all’estero sono spesso difficili da dimostrare nelle corti domestiche, con le prove scarse o inammissibili. Gli Usa sono riusciti a incarcerare alcune reclute dell’Isis – un uomo è stato condannato a 20 anni di reclusione – ma altri sono stati rilasciati per mancanza di prove. Shamima dice di essere pronta ad andare in prigione se le verrà permesso di tornare, tuttavia ci sono ancora poche prove che dimostrano che il suo periodo come casalinga islamista abbia violato la legge.

Il carcere potrebbe sembrare il luogo più adatto per i militanti pentiti, ma il radicalismo può diventare contagioso per chi marcisce dentro una prigione. Le Forze democratiche siriane (Sdf) dicono di avere 800 foreign fighter sotto la propria custodia – il presidente Usa Donald Trump sostiene che questi debbano essere processati nelle loro nazioni d’origine, per lo più europee. Un flusso di radicali che converge con il crimine organizzato in prigione potrebbe avere conseguenze catastrofiche.

Nel caso di Shamima, le prospettive di un suo ritorno dalla sua famiglia sono alquanto scarse. Anche se l’appello contro la decisione del governo avesse successo, l’utilizzo delle risorse britanniche per riportare indietro la ragazza madre e tutti quelli nella sua situazione è escluso.

Con l’ultima enclave dell’Isis sul punto di cadere, una vittoria faticosamente conquistata contro il brutale Califfato è finalmente in vista. Dopo aver pagato un carissimo prezzo in vite umane, soprattutto nel Medio Oriente, ma anche nelle insanguinate strade dell’Europa e nel resto del pianeta, il mondo civilizzato è in procinto di vincere la guerra contro la barbarie. Ma con migliaia dei suoi cittadini bloccati nel limbo, la domanda è: riuscirà a conquistare anche la pace?