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Terrorismo

I cattivi maestri del terrorismo

Dietro al discorso dell’Isis c’è anche un’impronta culturale e dietro questa ci sono anni di riflessione fondamentalista. Anche il Califfato islamico, insomma, ha i suoi intellò, per quanto questi, tuttavia, debbano necessariamente essere storicizzati e legati a fasi precise del...

Dietro al discorso dell’Isis c’è anche un’impronta culturale e dietro questa ci sono anni di riflessione fondamentalista. Anche il Califfato islamico, insomma, ha i suoi intellò, per quanto questi, tuttavia, debbano necessariamente essere storicizzati e legati a fasi precise del dibattito interno al mondo religioso e politico musulmano. Questi “intellettuali”, infatti, non rilevano tanto per il singolo fenomeno del Califfato attuale, quanto per l’intero universo jihadista. Collegare questi nomi agli attentati che i terroristi perpetrano in giro per il mondo, infatti, rappresenta a volte una discreta forzatura. Meno complesso, invece, è etichettarli come “cattivi maestri” ossia come influencer culturali che hanno contribuito a far sì, che, nell’islam, si sia radicata anche un’anima profondamente esclusivista ed estrema. Alcuni, invece, sono per loro stessa ammissione dei veri e propri teorici del jihad globale. Quelli presentati qui sono, in definitiva, solo alcuni esempi di intellettuali del terrorismo armato. 

   Sayyid Qutb 

Sayyid Quṭb  è stato uno scrittore egiziano, educatore e studioso dell’islam. Aderente al movimento dei Fratelli Musulmani durante gli anni 50′ e 60′, fu autore di 24 libri, tra cui romanzi, critiche di letteratura e opere sull’istruzione. Ha svolto un ruolo fondamentale, dal punto di vista culturale, per quanto attiene alle riflessioni sul ruolo che l’Islam avrebbe dovuto avere, secondo la sua visione, nella storia dell’uomo e nella politica. Il concetto di base da cui mosse fu il “jahiliyya“, cioè il periodo precedente all’avvento del messaggio profetico di Maometto. Un’epoca buia, nella quale, l’uomo era completamente immerso nell’ignoranza e nella mancanza di consapevolezza.  Una fase dalla quale, ovviamente, sarebbe stato necessario uscire mediante un totale riscatto. Qutb, scrive Giuliano Battiston in questo pezzo: “Adotta quel concetto e lo usa come un’affilata arma dialettica. Fa ciò che nessuno prima di lui aveva osato fare così apertamente: attacca i regimi arabi. Corrotti, tirannici e apostati, promotori di “false leggi e false dottrine” perché incapaci di riconoscere e dare vita all’unica sovranità, quella divina (hakimiyya)”. Dopo qualche anno negli Stati Uniti, Qutb scrisse ” L’America che ho visto”. Un libro denso di critiche esplicite allo stile di vita occidentale: materialismo, libertà individuali, capitalismo, razzismo, superficialità dei rapporti umani, entusiasmo ingiustificato per lo sport, disinibizione delle donne e così via. Sulla musica occidentale, arrivò a scrivere: ” La musica “Jazz” è la sua musica preferita (dell’americano). Questa è la musica che i negri hanno inventato per soddisfare le loro inclinazioni primitive, così come il loro desiderio di essere rumorosi da un lato e di eccitare le tendenze bestiali dall’altro. L’intossicazione americana nella musica “jazz” non raggiunge il suo completamento fin quando la musica non è accompagnata dal canto che è altrettanto grossolano e insopportabile come la musica stessa. Nel frattempo, il rumore degli strumenti e delle voci si aggrappa e squilla nelle orecchie ad un livello intollerabile…”.  Un anti-americanismo a 360 gradi, quindi, condito dalla necessità di un vero e proprio riscatto della comunità islamica, di una rivoluzione fondamentalista di stampo salafita. Crea così il concetto di tafkir, scomunica, poi divenuto centrale per l’emisfero estremista dell’islam. Incarcerato per essersi opposto a Nasser dopo aver contribuito alla sua ascesa, ancora oggi è studiato e discusso da alcune frange estreme dell’islamismo. 





   Abu Muhammad al-Maqdisi

Questo è probabilmente lo studioso che più ha influenzato le basi teoriche di Daesh. Scrittore jihadista di origine giordana, è conosciuto per essere stato il maestro spirituale di Abu Musab al-Zarqawi, primo leader di al-Qaeda in Iraq. In realtà, al-Maqdisi, trovò differenze  con al-Quaeda  prima e  l’Isis stesso poi. Rimane, però,  il più seguito tra gli “intellettuali” adiacenti il terrorismo e, probabilmente, resta, tra i viventi, l’ideologo più importante della jihad globale. Scrive in questo pezzo Giuliano Battiston, citando inizialmente parole del teorico in questione:  “Sono le sceicco che gli ha insegnato il concetto di tawhid”, l’unicità di Dio, ha affermato una volta al-Maqdisi, rivendicando di aver dato la rotta ai clerici dello Stato islamico. Questi lo avrebbero poi disconosciuto, quando al-Maqdisi contesta la legittimità teologica del progetto califfale di Abu Bakr al-Baghdadi. Ma le idee di questo studioso nato nel 1959 in Cisgiordania hanno comunque modellato la costellazione ideologica dell’Is”.Uno studio condotto dal Centro di Combattimento Terrorismo dell’Accademia Militare degli Stati Uniti (USMA), del resto, concluse che Maqdisi “è il teorico vivente jihadista più influente”. Durante la sua opera culturale è sproliferato, poi, nei centri culturali dell’Arabia Saudita, salvo scrivere, successivamente, Millah Ibrahim, un’opera celebre nei circoli fondamentalisti, nella quale segna un solco assoluto tra l’islam moderato e quello estremista di stampo salafita-rivoluzionario, finendo per attaccare culturalmente l’Arabia Saudita stessa. 

  Abdullah Yusuf Azzam

Abdullah Yusuf Azzam è stato ucciso con un’autobomba in Pakistan nel 1989. Ha fatto in tempo, però, ad inventarsi i foreign fighters. Insegnante di Osama Bin Laden, è stato uno scienziato sunnita, un teologo ed è conosciuto per essere stato il coofondatore della rete jihadista di Bin Laden, appunto. Originario di Jenin nel 1941, divenne dottore in giurisprudenza islamica e peregrina in tutto il continente arabo. Inventò essenzialmente due cose: l’internazionale jihadista, cioè la teoria per cui il terrorismo non dovesse essere confinato solo all’interno delle nazioni di matrice islamica e il mito dei mujahideen, che divennero nell’immaginario collettivo fondamentalista dei veri e propri eroi da eguagliare in quanto oppositori della modernità, considerata per lo più impura. Tutta la sua operazione culturale venne retta dalla base ideologica del tawhid, la già citata unicità di Dio, riletta però in termini militari. Abdullah, è risaputo, divenne nel tempo un vero e proprio reclutatore di giovani disposti al martirio per il jihad, tanto che la sua attività principale finì per essere quella di viaggiare col fine di raccogliere liquidi utili alla causa internazionalista. Tra le opere più lette, sicuramente, c’è “La difesa delle terre islamiche”: un trattato nel quale sostiene che gli infedeli, ossia tutti coloro rivelatisi non corrispondenti l’islam più rigoroso ed estremo -e ovviamente anche gli atei o i fedeli di altre religioni- dovessero essere espulsi dalle terre musulmane. 

Teorici, intellettuali, studiosi dell’islam e persino poeti. Se il ruolo dell’intellettuale, in definitiva, in Europa è ritenuto largamente in crisi, le trasformazioni della parte del mondo arabo che guarda all’integralismo sono spesso mediate, coordinate e culturalmente predisposte da persone provenienti dalla cultura. Uno dei tratti comuni, certamente, è la feroce critica alla società per come noi la conosciamo. Uno stato delle cose ritenuto, da questi intellettuali del fondamentalismo, come assolutamente inaccettabile. Se si volesse trovare una radice, quindi, alla ferocia con cui, anche nelle terre d’Europa, si è soliti assistere a scene di brutale distruzione di vite umane durante eventi tipicamente occidentali, questa potrebbe essere rintracciata anche all’interno degli scritti dei signori qui presentati. 

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