Tra gli Stati dell’Asia Centrale, il Tagikistan è quello che sta subendo in maniera più evidente una forte ascesa del problema del radicalismo islamico sul suo territorio. Ed il problema non è assolutamente da relegare a una mera questione di politica interna, né tale da dargli un’importanza prettamente regionale.Il Tagikistan potrebbe presto infatti diventare un problema ben più grave di quanto possa apparire agli occhi di molti osservatori delle questioni asiatiche e far deflagrare una bomba dai risvolti tutt’altro che di facile soluzione. A confermare questa tendenza sono alcuni dati recentemente portati alla luce dallo stesso governo tagiko, che per il tramite del proprio ministero dell’Interno, ha voluto manifestare al mondo il rischio di un radicamento islamista sul suo territorio.Il primo dato è quello inerente il numero di tagiki arruolati dal Daesh per combattere in Siria ed Iraq: un numero che secondo Dušanbe si aggirerebbe intorno alle 1200 unità. Un numero elevato che va messo in correlazione con un altro dato, questa volta del International Center for Counter-Terrorism, secondo il quale il numero degli attentatori suicidi di cittadinanza tagika coinvolti in attacchi terroristici in tutto il mondo, nel 2016, sono stati ben 27: il numero più alto fra tutti i Paesi a maggioranza islamica.Questi numeri hanno avuto una conferma anche nel miglioramento della capacità di reclutamento dell’Isis in Tagikistan. In tal senso, è importante ricordare come nel 2015 il comandante delle forze speciali tagike,  il colonello Gulmurod Halimov, addestrato per anni dalle forze statunitensi, abbia deciso di arruolarsi nello Stato islamico. Questa notizia ha profondamente allarmato tutte le forze di sicurezza del Tagikistan, non soltanto perché Halimov ha le qualità per diventare uno dei comandanti militari più importanti del sedicente Califfato, ma anche per le sue potenzialità da reclutatore. Le sue apparizioni nei video di propaganda per arruolarsi nel jihad ai giovani tagiki, nonché i suoi messaggi contro lo Stato, colpevole di aver arginato le derive fondamentaliste islamiche nel Paese, sono un campanello d’allarme importante sull’importanza che il colonnello ha assunto nella guida dello Stato Islamico in Asia Centrale. A confermare le paure espresse dal governo, è stata di recente la Banca Centrale del Tagikistan, che ha pubblicato un report sul flusso di finanziamenti che arrivano ai miliziani presenti nel Paese o di provenienza tagika, soffermandosi in particolare sul ruolo del Partito della Rinascita Islamica, di recente messo al bando dallo stesso governo.E sono il molti gli analisti che hanno puntato il dito sul Partito della Rinascita Islamica, ma anche sulla repressione posta in essere dal presidente Rahmon, come fattore di scontro fra componenti religiose del paese e come causa scatenante del ritrovato radicalismo islamico nel Paese. Il governo tagiko negli ultimi anni ha infatti attuato politiche decisamente rivolte a vietare qualunque presenza manifesta degli islamici nella vita politica e civile del Paese ed ha attuato una serie di divieti e di bandi che hanno scatenato vivaci proteste da parte dei musulmani presenti in Tagikistan. Dal bando al Partito islamico in Parlamento ai più simbolici “divieto di barba lunga” per gli uomini e il divieto di portare veli per le donne, il governo di Rahmon ha portato il conflitto ad altissimi livelli di tensione, sfociati più volte in violenze e scontri  in più parti del Paese.A fare da cornice a questo quadro interno di profonde divisioni e radicalizzazioni, contribuisce naturalmente la posizione geografica del Tagikistan, che ha, ai suoi confini, aree del pianeta decisamente critiche. In particolare il confine Sud del Paese che poggia sull’Afghanistan, è diventato nel corso del tempo un corridoio jihadista che dal Tagikistan conduce centinaia di miliziani verso le province afghane di Kunduz i quali alimentano il terrorismo per tutto il paese.Non a caso, proprio poche settimane fa, l’attentato che ha ucciso cinquanta persone a Kabul è stata opera di due attentatori tagiki che avevano deciso di compiere il loro violento e sanguinario sacrificio in Afghanistan. Ma anche ad Est, sul confine cinese, la presenza della provincia dello Xinjiang, patria degli Uiguri e preda anch’esso di focolai di terrorismo islamico, desta altrettante preoccupazioni. Tutto ciò ha portato nel corso del tempo un rapido elevamento degli standard di sicurezza del Paese, ma soprattutto ad un più costante coinvolgimento delle forze militari russe in territorio tagiko per contrastare l’espansione del terrorismo islamico nel Paese alleato. I russi, già intervenuti per gli scontri con i ribelli uzbeki, stanno rafforzando la loro presenza sul confine fra Afghanistan e Tagikistan e sembrano interessati ad aumentare il numero di aerei e uomini in tutto il Paese. La guerra tra Mosca e il Califfato ha un nuovo terreno di scontro.

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