Boko Haram, “l’educazione occidentale è proibita”. È questo il nome della setta jihadista nigeriana che, dal 2009, sta seminando terrore nel più popoloso Paese del continente africano e negli Stati della regione del Lago Ciad. La guerra condotta dagli islamisti africani ad oggi ha causato la morte di oltre 30mila persone, più di 2,5 milioni sono gli sfollati e, nonostante siano stati dispiegati contingenti di forze internazionali e la lotta contro Boko Haram sia uno dei punti cardine del mandato del presidente della Nigeria Muhammadu Buhari, l’esercito ribelle ora sembra essersi rafforzato ulteriormente. A riprova di ciò è il fatto che dopo anni di avveniristici proclami di un’imminente sconfitta del gruppo salafita, lo stesso Buhari, a inizio del mese, attraverso un tweet, si è così espresso in merito alla formazione irregolare:

Boko Haram e i suoi membri sono ancora un problema per noi

I combattenti della branca africana dell’Isis che oggi è divisa in due rami, uno con al vertice lo storico leader Abubakar Shekau e con la roccaforte nella foresta di Sambisa, l’altro sotto la guida di Al Barnawi stanziato nel bacino del Lago Ciad, continuano a ottenere successi sia in termini di conquiste territoriali ma anche da un punto di vista di allargamento delle proprie file e pure per quel che riguarda l’acquisizione di armi e competenze sempre più tecnologiche.

Nelle ultime ore infatti il deputato federale Ahmadu Jaha ha fatto sapere che i terroristi occupano ben quattro delle dieci zone in cui è suddiviso lo stato federale del Borno  ma ancor più inquietante è l’inchiesta di Dionne Searcey del New York Times che ha documentato un incremento della violenza da parte della setta islamista che ora impiega anche i droni per compiere attacchi contro postazioni dell’esercito e contro la popolazione civile.

Leggendo il reportage della testata statunitense si evince che la formazione islamista dispone di armi più sofisticate di quelle dello stesso esercito nigeriano, che nei villaggi affacciati sulle sponde del Lago Ciad, così come nelle località rurali dello stato del Borno, le incursioni e gli attacchi degli jihadisti sono all’ordine del giorno e che ora il governo della Nigeria sembra essere in seria difficoltà nel respingere l’avanzata degli insorti. Le forze dell’ordine del Paese africano non riescono a far fronte alla minaccia islamista e, se sul campo continuano a registrarsi sconfitte delle truppe federali, allo stesso tempo si annoverano continue violazioni dei diritti umani da parte dei soldati nigeriani che sembrano fare della repressione e della paura l’unico andito contro il terrore. È di questo mese infatti un report dell’organizzazione Human Rights Watch che denuncia il fatto che oltre 3600 bambini tra il 2013 e il 2019 sono stati arrestati, detenuti in condizioni disumane e in molti casi torturati, perché sospettati di essere membri della setta salafita.

Tracciate le linee generali della situazione in corso nel nord est della Nigeria, e nella fascia saehliana, quello che emerge è che Boko Haram, a differenza dello Stato islamico in Siria, continua ad ottenere successi e sta rivelandosi una seria spina nel fianco per quello che è un dei Paesi portanti dal punto di vista economico, politico e strategico del continente africano.

Il governo di Abuja stanzia ogni trimestre circa 80 milioni di dollari per la lotta contro Boko Haram, ma come vengono impiegati questi fondi se l’esercito regolare vessa in pessime condizioni? Mancano armamenti e munizioni, i soldati lamentano di essere sottopagati e di non essere ancora tornati a casa dopo tre anni, il morale delle truppe, stando ai verbali dell’esercito, è quanto mai basso e si sono registrati diversi casi di diserzione e abbandono delle postazioni.

Una cosa è quindi evidente: quanto fatto sino ad ora non ha portato agli obiettivi sperati e Buhari e i suoi omologhi dei Paesi limitrofi, devono rivedere le proprie strategie se vogliono riuscire a sconfiggere Boko Haram. Una formazione terroristica che ora non è più soltanto una semplice minaccia jihadista.