Proclami di vittoria del governo che si sbriciolano contro video che i terroristi in risposta diramano all’indomani. Avveniristici discorsi di cessazione della violenza che vengono interrotti dall’eco di un’improvvisa esplosione. La guerra tra Boko Haram e lo Stato nigeriano è un continuo susseguirsi di notizie e smentite e mai come ora è stato complesso capire quale sia il reale stato delle cose nel conflitto tra il gruppo terroristico e il governo di Abuja. Per farlo occorre armarsi di pazienza e addentrarsi nelle maglie della più intricata e nebulosa guerra del terrore contemporanea.
Boko Haram, la setta jihadista che dal 2009 sta conducendo il jihad nel nord del Paese più popoloso d’Africa, e che ad oggi ha provocato 20mila morti, è tornata alla ribalta delle cronache nelle ultime ora con la diffusione di un video in cui sono ritratte 14 studentesse rapite dal collegio di Chibok (Qui per approfondire la loro storia) che annunciano che non torneranno mai più a casa. E non è il solo video ad essere stato diffuso dal gruppo in questi primi giorni del 2018.
A inizio anno infatti lo storico leader Abubakar Shekau era apparso in una clip attraverso la quale scherniva il presidente nigeriano Muhammadu Buhari e il capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Yusuf Buratai, ricordando loro come per l’ennesima volta l’avessero erroneamente dato per morto, e inoltre celebrava la violenza che negli ultimi mesi ha attraversato il nord della nazione. Parole che, sommate alle stragi commesse a fine 2017, dimostrano come la setta jihadista non sia stata affatto decapitata. Ma, allo stesso tempo, non si può negare che la setta islamista sta affrontando ora una fase di difficoltà interna. E alcune formazioni appartenenti alla sigla terroristica africana stanno mutando la loro natura: dall’essere una struttura armata islamista si stanno convertendo in gruppi criminali implicati nei traffici di droga internazionali.
Per comprendere però come si è arrivati a questo punto bisogna procedere con massima calma. Il terremoto all’interno del gruppo irregolare ha iniziato nell’agosto del 2016 quando i vertici dell’Isis, a cui il gruppo nigeriano era affiliato, hanno estromesso Shekau dalla leadership dell’organizzazione e hanno nominato come nuovo leader Abu al Barnawi, figlio del fondatore del gruppo Mohamed Yusuf. Ad oggi quindi all’interno della formazione ribelle nigeriana c’è una frangia legata all’Isis con a capo Al Barnawi che ha assunto il nome di Islamic State’s West African Province, Iswap, e che controlla la zona settentrionale dello stato del Borno e le rive del lago Ciad. Poi, ovviamente, c’è Shekau arroccato nella foresta di Sambisa che ha rispolverato il nome originario della formazione: Jama’at Ahl al Sunnah Wal Jihad Lil Dawa, e che continua a praticare una lotta radicale contro gli infedeli e i miscredenti. E un terzo attore sta affermandosi in questo mosaico del terrore: Mamman Nur, membro di spicco di Boko Haram che oggi, visti i suoi contatti con Aqmi e Al Shabaab, è la figura che fa da ponte tra lo jihadismo nigeriano e Al Qaeda.
Appurate quindi le faide interne, è facile capire come lo stato di salute del gruppo, che può comunque contare su un numero di miliziani che si aggira intorno ai 7mila combattenti, non sia dei migliori. Inoltre, l’avanzata della Multinational Joint Task Force, seppur con le sue problematicità, ha causato ingenti perdite ai ribelli. Tracciato il quadro generale è possibile comprendere il perchè gli jihadisti nigeriani stiano effettuando delle rivoluzioni strutturali in seno al gruppo: una su tutte è quella che hanno portato alla luce alcuni giornalisti locali e l’UNODOC (United Nations Office on Drugs and Crime), ovvero che diverse brigate di Boko Haram, per non soccombere, stanno avvicinandosi sempre più alla criminalità organizzata. La guerra del terrore e l’impiego delle armi non vengono più utilizzate per creare un Califfato analogo a quello di Al Bagdadi, ma per assicurarsi il controllo di porzioni di territorio all’interno del quale praticare attività criminali come il traffico di cocaina ed eroina, sequestri, rapine e razzie.
Il nord della Nigeria sembra assomigliare quindi sempre più alla Somalia: da un lato ci sono infatti gli irriducibili della guerra santa che praticano un conflitto asimmetrico con un incremento degli attentati kamikaze, dall’altro lato invece sono nate formazioni analoghe ai warlord del Corno d’Africa che attraverso il controllo del territorio e sotto la copertura dei vessilli jihadisti stanno dando vita a una capillare rete criminale e poi c’è la Multinational Joint Task Force. Il contingente internazionale sembra, anche in questo caso, ripercorrere il copione di quanto fatto dalla missione Amisom in Somalia: riporta vittorie sul campo senza però mai riuscire a infliggere il colpo di grazia ai ribelli. Concludendo quindi è evidente come la realtà sia sempre più frastagliata e camaleontica, quel che è certo però è che nei fatti, la cessazione della violenza e del conflitto è lontana dal poter essere annunciata.
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