Il Belgio rimpatrierà sei bambini orfani di jihadisti del Califfato. “Ci sono dei bambini nati nel nostro Paese (il Belgio, ndr) che ora non hanno più i genitori e si trovano nei campi rifugiati della Siria nord orientale sotto supervisione dei curdi siriani. Quattro dei sei bambini hanno più di dieci anni ma nessuno di questi è sospettato di aver compiuto atti di guerriglia o essere radicalizzato”, ha dichiarato il Ministro belga delle finanze Alexander De Croo alla radio pubblica belga VRT. “Le scelte dei genitori non possono essere dimenticate o perdonate ma queste sono state le loro decisioni, non dei bambini,” ha poi aggiunto il politico belga.

L’accordo di rimpatrio tra il Belgio e i curdi siriani prevede il passaggio dei bambini dalla Siria al territorio del Kurdistan iracheno per facilitare il loro ritorno verso l’Europa. Sessanta orfani di jihadisti belgi sono presenti nei campi curdo siriani, altri ventuno sono stati già rimpatriati, non senza polemiche. “NO al rimpatrio dei bambini figli dei combattenti dello Stato islamico. I loro genitori non sono più cittadini belgi”, ha twittato l’ex Ministro per l’immigrazione belga Teo Francken (N-VA, movimento nazionalista fiammingo). “In Belgio abbiamo più di 500 bambini in centri adottivi in attesa di essere affidati a delle famiglie o di ricevere un aiuto da parte della nostra società,” ha poi riaffermato durante un’altra trasmissione radiofonica su Radio 1.

Il Consiglio di sicurezza nazionale del Belgio però ha stabilito che rimpatrierà tutti i bambini di età inferiore ai dieci anni, mentre per il resto dei minorenni dovrà essere valutata la situazione caso per caso. Il ritorno dei bambini, delle mogli dei jihadisti e dei foreign fighters, apre una cicatrice mai veramente chiusa per il Belgio. Più di 400 cittadini con passaporto belga hanno lasciato il Paese per andare a combattere con le bandiere nere; 140 sono probabilmente caduti durante le battaglie; 130 sarebbero già tornati in Belgio o in Europa e 150 si troverebbero ancora in Medio oriente. Da segnalare come i foreign fighters di ritorno in Belgio, siano stati gli autori del tragico attentato a Bruxelles il 22 marzo 2016. Jihadisti belgi erano tra gli organizzatori dell’attentato a Parigi nel novembre del 2015 e l’attacco al Museo ebraico di Bruxelles nel 2014 fu perpetrato da un foreign fighters belga di ritorno dalla Siria. Le falle all’apparato di sicurezza del Regno del Belgio sono poi state rese evidenti quando la comunità internazionale si rese conto che nel cuore della capitale europea Bruxelles, c’era Molenbeek, paradiso dei jihadisti dove Salah Abdeslam, il famigerato attentatore del Bataclan, trovò rifugio e copertura.

Secondo la legge belga, ai foreign fighters di ritorno viene applicata la detenzione preventiva e le pene variano dai tre ai cinque anni (in alcuni casi sono previste pene maggiori). La brevità degli anni di detenzione e la loro permanenza nelle prigioni belghe, ad alto rischio radicalizzazione islamica, potrebbero far si che i foreign fighters escano velocemente dal carcere non de radicalizzati, diventando nuovamente una minaccia per la società europea.

Le autorità curdo siriane già da tempo hanno chiesto insistentemente agli Stati europei di riprendersi i combattenti islamici con passaporto europeo, le loro donne e i bambini. Ma fino ad ora poche nazioni si sono adoperate per i rimpatri. A parte il Belgio, solo Norvegia, Svezia, Francia e Olanda sono riuscite a riportare in patria i bambini con passaporto del proprio Paese. Mentre per i foreign fighters la comunità internazionale sta discutendo la possibilità di una Norimberga dell’Isis attraverso l’istituzione di un Tribunale internazionale su suolo iracheno.

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