Un 13 novembre come oggi, ma del 2015, un commando armato composto da nove persone, che avevano giurato fedeltà allo Stato Islamico, si infiltrava nei luoghi-chiave della vita notturna parigina per portare a compimento una strage che è entrata negli annali del terrorismo.

Quel giorno, o meglio quella sera, i soldati dello Stato Islamico avrebbero condotto il più sanguinoso attentato terroristico della storia francese, nonché il secondo per dimensioni mai effettuato in Europa – il primo resta Madrid 2004 –, assassinando 130 persone e ferendone 368. Sette jihadisti avrebbero trovato la morte quella stessa notte, portando il bollettino finale a 137 decessi, mentre altri due sarebbero stati uccisi nel corso del celebre “raid di Saint-Denis”, avvenuto cinque giorni dopo.

Per lo stupore dell’opinione pubblica, ma non degli investigatori, le indagini successive avrebbero appurato che la strage di Parigi del 13 novembre 2015 fu pianificata a Bruxelles, più precisamente tra i palazzi fatiscenti di Molenbeek-Saint-Jean, da una cellula capeggiata da Abdelhamid Abaaoud e formata da altri combattenti. E oggi, a distanza di sei anni da quei tremendi avvenimenti, è il momento giusto per tornare a Molenbeek e scoprire se qualcosa è cambiato, se il terrore continua ad annidarsi qui.

Lo spettro Molenbeek a sei anni dall’11/9 parigino

Sono passati sei anni dall’11/9 francese e l’unico superstite di quella cellula del terrore passata alla storia per aver messo a ferro e fuoco Parigi per una sera si trova dietro le sbarre, dove è in attesa di ricevere una condanna per quelle gesta brutali. Quel superstite risponde al nome di Salah Abdeslam e, parimenti ad alcuni dei defunti compagni di merende insanguinate, è cresciuto nel più celebre ghetto di Bruxelles e dell’intero Belgio: Molenbeek.

A sei anni da quella sera funerea e tragica sulla questione Molenbeek, questo ghetto dimenticato da Dio e dal Belgio, è calato il sipario. Ed è calato nonostante la storia recente parli di questo piccolo quartiere alle porte di Bruxelles come di uno dei più grandi semenzai di jihadismo della contemporaneità, essendo il luogo che ha dato i natali e/o ha allevato gli assassini di Ahmed Shah Massoud, Hassan el-Haski (Madrid 2004), Mehdi Nemmouche (Bruxelles 2014), Ayoub El Khazzani (Oignies 2015), Oussama Zariouch (Bruxelles 2017), che ha fornito le armi ad Amedy Coulibaly (Parigi 2015) e che soltanto quattro anni or sono risultava essere la casa di ben 51 associazioni legate al terrorismo islamista.

La domanda è lecita: come va interpretato questo silenzio tombale, quest’oblìo nel quale ha fatto ritorno Molenbeek una volta che i riflettori sono stati spenti? È un silenzio rassicurante, che è indicativo di un problema risolto dalle autorità, oppure è un silenzio ipocrita, che verrà squarciato dalla prossima tempesta? Alcuni eventi sembrano suggerire che la Molenbeek del 2021 non si discosti molto da quella che il mondo ebbe modo di conoscere nel 2015.

A ricordarsi della dimenticata Molenbeek, in occasione del sesto anniversario degli attentati di Parigi, è stato il celebre quotidiano francese Le Figaro, che qui si è recato per scattare una fotografia del luogo e dei suoi abitanti. Quell’istantanea racconta che qualcosa è cambiato dal 2015 ad oggi, come mostra la presenza in loco di un collettivo femminista (RWDM Girls), ma non è priva di dettagli inquietanti, di prove, più che di indizi, a supporto dell’ipotesi che qui stia regnando la classica pace prima della tempesta.

Testimoni, che hanno parlato coi giornalisti de Le Figaro a patto di restare anonimi, hanno raccontato che tra belgi e marocchini – la prima nazionalità di Molenbeek – non c’è dialogo, men che mai se l’argomento al centro della discussione è il terrorismo. E il clima non è migliore negli ambienti frequentati da operatori sociali, politici locali e inquirenti, i quali preferiscono non parlare né interferire eccessivamente negli affari di Molenbeek per paura di alimentare tensioni.

I numeri della paura

Oggi come ieri, nel 2021 come nel 2015, le autorità belghe non mettono piede a Molenbeek, se non per effettuare arresti e operazioni antiterrorismo, e questo impedisce loro di creare un legame con il territorio e di risolverne i problemi. Problemi come l’esclusione dal mercato del lavoro – il 40% dei residenti è disoccupato; il tasso più alto del Belgio –, la segregazione spaziale e la ghettizzazione che, mai risolti dallo Stato, favoriscono e facilitano l’operato di predicatori dell’odio e reclutatori di narco-bande.

I numeri danno ragione alle preoccupazioni dei cronisti del quotidiano francese: dei 640 affiliati ad un’organizzazione terroristica di stampo jihadista che risiedono nel territorio belga, 70 hanno la propria dimora a Molenbeek. Spiegato altrimenti, questo quartiere ai margini della capitale belga, che è al tempo stesso la capitale informale dell’Unione Europea, ospita l’11% dell’intera popolazione jihadista della nazione – una percentuale che non tiene in considerazione, però, i radicalizzati e i soggetti in fase di radicalizzazione.

Il quadro, già abbastanza cupo, presenta delle tinte persino più fosche se analizzato nella sua interezza. Perché il Belgio, invero, è costellato di realtà periferiche dove prosperano criminalità e radicalizzazione religiosa; realtà che circondano Bruxelles – come Molenbeek e Laeken –, Anderlecht e Anversa – quest’ultima, che da anni è la “porta d’accesso della cocaina all’Europa”, è un crocevia babelico in cui si incontrano islamisti e jihadisti di ognidove, finanche della Cecenia.

Meno sangue, più colonizzazione culturale

Sebbene il terrorismo belga sia entrato in stand-by da qualche tempo – gli ultimi atti eclatanti risalgono al 2016 –, inquirenti e politici invitano a tenere alta la guardia. Perché la minaccia, lungi dall’essere scomparsa, ha semplicemente mutato forma. Oggi, infatti, i predicatori dell’odio preferiscono il controllo territoriale e l’influenza culturale al fragore delle armi, nella consapevolezza che scommettere sull’islam politico e su un comunitarismo esclusivistico equivale ad ottenere un vantaggio sostanziale nel lungo e lunghissimo termine.

Dal parlamentare Georges Dallemagne all’esperta di terrorismo Fadila Maaroufi, tutti sembrano essere d’accordo su un fatto: la pace che regna sopra Bruxelles è chimerica, fittizia, perché “l’islam politico e il comunitarismo continuano a guadagnare terreno, [mentre] le influenze esterne – Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Egitto – pesano sempre di più”. E sempre qui, in un caso più unico che raro, i vari gruppi islamisti e jihadisti hanno siglato una sorta di cessate il fuoco, alternando collaborazione e competizione, guidati dal comune obiettivo di riuscire nell’impensabile e nell’impossibile: l’islamizzazione della città-simbolo dell’Europa.

Difficilmente l’internazionale dell’islam radicale – che in Belgio è capeggiata da Fratellanza Musulmana e salafiti di varie estrazioni – riuscirà nell’anelo di islamizzare il cuore pulsante del liberal-progressismo occidentale, ma un’altra tempesta, prima o poi, esploderà di nuovo. E fermarla, questa volta, potrebbe rivelarsi più arduo, perché, come ha denunciato la Maaroufi, “la verità è che Fratelli musulmani e salafiti hanno infiltrato i partiti e il tessuto associativo” e che la pandemia, almeno per loro, è stata una manna dal cielo in termini di propaganda ed evangelizzazione. Perché a Molenbeek e negli altri quartieri dimenticati dal Belgio, dove la crisi sanitaria ha colpito più duramente che altrove, ad aiutare disoccupati e malati sono stati i volontari delle associazioni islamiste. E finita la pandemia, che per i teologi dell’islam radicale è stata vissuta come una semina, giungerà il tempo del raccolto.

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