Bataclan, il terrorismo islamista dieci anni dopo i massacri di Parigi: parla Carlo Biffani

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Terrorismo /

Sono passati ormai 10 anni da quando, il 13 novembre 2015, Parigi fu insanguinata da una serie di attacchi terroristici organizzati dallo Stato Islamico che ebbero il loro epicentro nell’assalto di un commando di jihadisti alla discoteca Bataclan. 130 civili furono uccisi nel più sanguinoso attentato della storia francese e in uno dei più scioccanti casi di terrorismo jihadista della storia europea.

A dieci anni di distanza, che lezioni ha insegnato il Bataclan e che sfide pone ancora il terrorismo islamista? Ne abbiamo parlato con l’esperto Carlo Biffani, ricercatore in materia di sicurezza e intelligence e da oltre 20 anni in campo come operatore nel settore del Risk Assesment e del Risk Management. Dal 2009, Biffani è CEO del Security Consulting Group ed è un attivo divulgatore di tematiche legate agli scenari securitari e all’antiterrorismo.

Dieci anni dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, cosa resta di quella notte nella memoria collettiva europea e nelle politiche di sicurezza del continente?

“Leggevo lunedi sul Corriere una interessante intervista all’ex presidente francese Hollande, in merito agli attacchi multipli a Parigi di dieci anni fa, e una cosa ha attirato la mia attenzione, ovvero quando in un passaggio lo stesso definisce quanto accaduto una “azione di guerra” e non un attacco terroristico. In effetti la definizione è quantomai adeguata e calzante, oltre che pienamente in linea con la soluzione strategica dettata ed auspicata dal Califfo Al-Baghdadi che, nel sermone di tenuta a battesimo di Isis a Mosul, invitò gli affiliati e i suoi seguaci a, cito testualmente “portare la guerra nelle città abitate dagli infedeli”. Quella che accadde fu a tutti gli effetti una azione di guerra, visto che un team di più di dieci terroristi attaccò praticamente in simultanea una serie di obiettivi diversi, utilizzando armi individuali come fucili d’assalto e pistole oltre che cariche esplosive”.

Quali furono i tratti salienti che consentono di definirlo un vero atto di guerra?

“Come ho avuto modo di sottolineare più volte, l’aspetto importante sta nel fatto che, in buona sostanza, si presero la città per ore, generando oltre che morte e dolore, uno stato di panico e di isteria generale che gettò nella costernazione il Paese e l’Europa intera, lasciando inoltre per mesi insinuarsi la sensazione che, malgrado Charlie Hebdo e l’attacco al supermercato Kosher del giorno successivo, fossero accaduti solo poco tempo prima, il pericolo fosse stato largamente sottovalutato e loro potessero agire come e quando volevano, nelle nostre città. Ho analizzato quello che accadde e pur riconoscendo le enormi difficoltà che sussisterebbero per gli attaccanti nel voler replicare una azione simile e gli innumerevoli errori commessi dai terroristi, non solo in quello ma in episodi precedenti e successivi, non possiamo sottovalutare la pericolosità che azioni di questa portata, generano in via indiretta anche in termini di tentativi di emulazione”.

Cosa ci ha insegnato il Bataclan in termini di vulnerabilità dei sistemi di sicurezza e capacità di risposta operativa? 

“Come spiegavo in precedenza, uno degli aspetti fondamentali è quello del lascito di “modelli da emulare e replicare” e questo vale tanto per chi è in attacco quanto per chi deve difendersi. Il Sistema di Sicurezza che ricordiamolo, si basa sulla interazione fra aspetti quali gli investimenti che vengono fatti in materia di prevenzione e contrasto, l’integrazione dell’attività degli organismi di intelligence e di messa a sistema e condivisione dei dati che vengono raccolti, l’azione degli organi inquirenti e l’operato dell’anti terrorismo e del contro terrorismo, tutto questo congiuntamente alla creazione di banche dati che contengono le informazioni su soggetti in odore di contiguità o di partecipazione diretta a gruppi ispirati al jihadismo, ha generato un sistema di prevenzione e reazione molto più performante se paragonato a quanto accadeva dieci o quindici anni fa.

Si è inoltre molto lavorato in questi ultimi dieci anni e più, a modelli di risposta da parte di Unità specializzate nel contro terrorismo, cercando di generare un modello che consentisse l’intervento di operatori addestrati ed in possesso di dotazioni e piattaforme che li mettano nel minor tempo possibile, in condizione di intervenire per contenere la minaccia, evitando che a farlo debba essere il personale impegnato nelle cosiddette attività di routine delle Forze di Polizia. Oggigiorno esistono, anche sul territorio nazionale, Unità e Reparti che si addestrano incessantemente per mantenere altissima la loro performance in ipotesi di scenari di intervento complessi e si cerca di lavorare al meglio sui tempi di reazione che devono necessariamente essere quanto più contenuti sia possibile, visto che, come anche io sottolineo da anni, il vero discrimine fra la riuscita o il fallimento di una azione terroristica è rappresentato principalmente dal tempo di intervento di quelli che in gergo vengono definiti First Responder”.

Come è cambiata, in questi dieci anni, la natura della minaccia islamista in Europa?

“Non esistendo più un territorio geografico, ovvero il cosiddetto Stato Islamico in Siria ed Iraq, nel quale dei leader esercitano il loro potere, raccolgono cifre ingenti, dettano la strategia ed organizzano in maniera verticistica e piramidale le azioni da compiere, è venuta meno la componente di strutturazione e pianificazione organica degli attacchi, ma Isis Daesh va considerato come una sorta di organizzazione svincolata dalla necessità di strutturazione classica dei gruppi terroristici che abbiamo visto nascere e svilupparsi negli ultimi 50 anni. “Andate e colpiteli con qualsiasi mezzo” è il dogma e il credo emanato dal Califfo Al-Baghdadi, quindi è lecito attendersi un lungo sviluppo negli anni a venire di azioni forse, ma non è detto, meno complesse e strutturate di quella di dieci anni fa, ma non per questo meno pericolose, sanguinose e a fortissimo impatto mediatico. Non esiste più una linearità fra chi decide cosa fare, dove, quando farlo ed a chi farlo fare e la perdita di una struttura verticistica, potrebbe essere sotto molti aspetti, un motivo di ulteriore preoccupazione”.

Oggi siamo di fronte a una minaccia “diffusa” e meno strutturata, o esistono ancora reti organizzate in grado di colpire con la stessa efficacia di allora?

“Esistono regioni, aree e zone del mondo nelle quali i gruppi di ispirazione quaedista o jihadista più in generale agiscono ancora potendo contare su una serie di debolezze sistemiche dei Paesi nei quali agiscono. Basti pensare all’area Sub Sahariana, nella quale i terroristi che si ispirano alle modalità tattiche ed agli obiettivi propri di Isis, agiscono pressoché da padroni, permettendosi il lusso, come accaduto in Mali recentemente, di costringere a sganciarsi ed a abbandonare il terreno ad una forza armata delle dimensioni e della potenza della compagine francese”.

Quali sono oggi le priorità operative e strategiche nella lotta al terrorismo in Europa?

“Si potrebbero riassumere nella necessità di continuare a sostenere nel tempo, aggiungerei in una economia di guerra per altro, i costi di una imponente attività di prevenzione e di raccolta e condivisione delle evidenze di intelligence. Non mollare la presa significa continuare a investire, a monitorare, a raccogliere informazioni e dati ed a mantenere alte le capacità ed il livello di performance di chi è deputato a contrastare tali minacce integrando e perfezionando i piani di contingenza, ma si tratta, mi spiace dirlo, di attività estremamente dispendiose”.

Come valuta l’efficacia delle misure di intelligence condivisa tra i Paesi europei? Esiste ancora una carenza di coordinamento?

“Sarò lapidario, mi spiace, riguardo a questo. Riterrei, pur riconoscendo che qualcosa in tal senso sia stato tentato, che l’intelligence information sharing rappresenti più una aspirazione da dare in pasto alla opinione pubblica che un perseguibile e concreto obiettivo strategico in cima alla lista dei desiderata degli organismi di intelligence alleati e non. Il dato di intelligence rappresenta da sempre un elemento di assoluto valore strategico, che solo nella fantasia, visto il vantaggio che rappresenta per chi lo detiene, può essere condiviso con chi è al di là dei propri confini”.

La dimensione “ibrida” delle minacce (terrorismo, radicalizzazione, cyber e disinformazione) richiede una nuova mentalità di difesa?

“Quello di affrontare le minacce in maniera integrata e globale e di considerarle come un unicum è un passaggio obbligato ed una modalità di pensiero ed azione che si è andata consolidando nel tempo. Le minacce sono sempre più integrate le une con le altre ed ultimamente, come è chiaramente evidente, anche gli Stati si ispirano a strategie e modalità applicative meno rigide, compartimentate e più ispirate al modello ibrido. Basta guardare cosa accade nel conflitto Ucraina-Russia ed all’utilizzo di strumenti come i droni od i cyber attacchi”.