Numerosi “figli dell’Isis” sarebbero detenuti in “insediamenti” e “centri di detenzione segreti” situati nel governatorato siriano di Al-Hasaka, senza poter comunicare con le loro madri. Questa la denuncia dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), Michelle Bachelet, che ha accusato le autorità curde di essere responsabili della segregazione dei minori.

Secondo l’Ohchr, nel campo di Al-Hol, i bambini che hanno compiuto il tredicesimo anno di età sarebbero stati allontanati dalle loro madri e isolati all’interno di “insediamenti” non identificati. Altre testimonianze li vorrebbero detenuti dalle autorità curde in “centri di detenzione segreti”, all’interno del governatorato di Al-Hasaka. In entrambi i casi, non sarebbe consentito loro di comunicare con le loro madri e queste ultime non riceverebbero alcuna informazione su di loro.

La situazione dei bambini dei campi curdi è disperata, secondo il direttore esecutivo dell’Unicef, Henrietta Fore, che si è detta preoccupata per le “condizioni disastrose” in cui sono costretti a vivere all’interno dei campi profughi, dei centri di detenzione e degli orfanotrofi, dove vedono continuamente minacciati “il loro benessere, la loro salute e sicurezza”. Secondo Fore, sono bambini “respinti due volte: stigmatizzati dalle loro comunità e ignorati dai governi”.

Il rimpatrio dei figli dell’Isis

Secondo le stime dell’Unicef, soltanto in Siria, ci sarebbero circa 29 mila bambini stranieri, molti dei quali avrebbero meno di 12 anni. Di questi, 20 mila sarebbero iracheni, mentre gli altri 9 mila proverrebbero da circa 60 Paesi. A questi minori si aggiungono circa mille bambini, figli di foreign fighter, che si ritiene vivano in Iraq.

La maggior parte di questi bambini sono nati nel territorio del Siraq o vi sono giunti insieme ai genitori, unitisi allo Stato islamico. Gli altri, per la maggior parte maschi, sono stati costretti a unirsi ai gruppi armati. Qualunque sia la ragione per cui si trovano all’interno dei campi curdi, “sono tutti vittime di circostanze tragiche e della violazione dei loro diritti” – ha dichiarato Fore – “e devono essere trattati come bambini”.

Anche il rimpatrio di questi minori è problematico. Finora ne sarebbero stati rimpatriati solo una piccola parte, circa 270. Molti di loro sono nati nei territori che si trovano sotto il controllo dello Stato islamico e non hanno documenti di identità validi nei Paesi di origine dei loro genitori. Spesso, gli Stati in cui si trovano non hanno relazioni diplomatiche con i Paesi di origine e questo rende ancora più complesso il loro ritorno.

A ciò si aggiunga che, secondo quanto riferito dall’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, i governi dei Paesi di provenienza di questi bambini avrebbero ripetutamente bloccato le loro procedure di rimpatrio, nonostante molti di loro possano dimostrare di essere cittadini occidentali. La motivazione addotta dalle autorità è che questi bambini potrebbero diventare futuri terroristi, costituendo, quindi, una minaccia alla sicurezza nazionale.

Nonostante la presenza di norme internazionali – in particolare il Madrid Guiding Principles e la risoluzione vincolante n.2396 del 2017 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu -, il principale ostacolo al rimpatrio dei figli dei combattenti dello Stato islamico rimane la volontà politica dei governi dei Paesi occidentali.

In ogni caso, secondo Fore, “prima di tutto, questi bambini devono essere trattati come vittime, non come carnefici”. Di conseguenza, “ogni decisione che li riguardi, incluso il rimpatrio, deve tenere in considerazione l’interesse di ciascun bambino e deve essere in conformità con gli standard previsti dal diritto internazionale”.

I figli dell’Isis

In Siria e in Iraq, a partire dalla nascita del califfato, l’Isis ha reclutato circa duemila bambini, con il duplice scopo di realizzare attentati e di promuovere l’organizzazione. I bambini sono stati impiegati sia nei combattimenti sia nella realizzazione di attacchi terroristici, essendo ritenuti più “economici” degli adulti: consumano una quantità inferiore di cibo e non richiedono una paga alta.

A ciò si aggiunga che sono più facilmente indottrinabili e questo avrebbe garantito allo Stato islamico una futura generazione di jihadisti. Dal punto di vista mediatico, la diffusione di video e immagini in cui vengono mostrati i bambini combattenti ha contribuito ad attirare l’attenzione internazionale sul califfato, rafforzandone l’immagine pubblica.