L’attentato avvenuto presso la prefettura di Parigi lo scorso giovedì è un atto di terrorismo islamista a tutti gli effetti e l’autore, un convertito all’islam sordomuto originario della Martinica e identificato come Mickael Harpon, non era affatto un impiegato modello, come inizialmente dichiarato dal ministro dell’Interno francese, Cristopher Castaner, bensì un soggetto radicalizzato, con precedenti penali per violenza domestica che aveva anche esultato in seguito all’attentato a Charlie Hebdo del gennaio 2015. Non solo, ma non è neanche vero che si era convertito all’islam 18 mesi fa; Harpon aveva infatti abbracciato la fede islamica nel lontano 2008, ben prima di sposarsi con la moglie musulmana nel maggio 2014.

Se dunque fino a qualche giorno fa non c’erano elementi sufficienti per poter fornire un quadro preciso sull’assalitore e sul movente, ora tutto inizia a prendere forma. Del resto era già stato detto che risultava prematuro andare oltre le ipotesi prima di aver indagato approfonditamente sul background di Harpon, sui contatti personali e sulle sue attività via web.

Le divergenze tra governo e inquirenti

Un primo elemento sospetto, forse il più evidente, è risultato da subito nella premeditazione dell’atto, con Harpon che si era preoccupato di procurarsi un coltello in ceramica, consapevole del fatto che armi bianche in acciaio sarebbero state individuate dal metal detector. Un dettaglio di non poco conto che è suonato da subito come campanello d’allarme.

In seguito era intervenuto il ministro dell’Interno francese, come già precedentemente citato, a dichiarare che Harpon era un impiegato modello, osservazione che non coincideva però con quanto affermato da alcuni colleghi e dalla moglie dell’attentatore stesso, che avevano reso noto che Harpon non era affatto soddisfatto della propria posizione lavorativa, convinto di non riuscire ad avanzare di carriera a causa dei superiori che non ne riconoscevano il valore. Era inoltre emerso come l’attentatore non fosse preso molto sul serio a lavoro. Dettagli che mal si coniugano con il profilo di un “impiegato modello”.

Per quanto riguarda la fede islamica abbracciata da Harpon, le informazioni inizialmente fornite sono risultate fuorvianti, visto che il soggetto in questione non si era convertito all’islam 18 mesi prima, bensì nel lontano 2008. Esclusa quindi l’ipotesi della conversione per venire incontro alla moglie musulmana, visto che i due si erano sposati nel 2014. Risulta dunque fondamentale comprendere tutto il percorso religioso di Harpon, dalla lontana fase iniziale pre-conversione fino ad oggi, incluse le attività su canali virtuali e social.

Sono poi risultate inaccurate le testimonianze di alcuni conoscenti di Harpon che lo definivano come un islamico “moderato”, non estremo,  dal profilo psicologico fragile ma tendenzialmente tranquillo. Il procuratore nazionale anti-terrorismo, Jean-Franocis Ricard, ha infatti reso noto che sono stati rilevati contatti tra Harpon e diversi soggetti legati alla galassia islamista; Ricard ha inoltre aggiunto che l’attentatore “aveva aderito a una visione radicale dell’Islam” e che “non voleva più avere alcun contatto con le donne”. A ciò si aggiungono le dichiarazioni dei colleghi che lo avevano sentito esultare in seguito agli attentati di Charlie Hebdo. Un dettaglio interessante considerato che il suo imam di riferimento presso la moschea di Gonesse (banlieue dove viveva Harpon), personaggio quanto meno controverso di nome Hassan El Houari, durante un sermone ripreso in video aveva affermato, pur prendendo le distanze dal terrorismo: “Non sono Charlie e non sarò mai Charlie“. L’imam, intervistato ai microfoni di Bfmv, ha dichiarato di non vedere Harpon da tre o quattro mesi.

Non è poi risultato veritiero neanche il fatto che Harpon avesse la fedina penale pulita, visto che nel 2009 era stato denunciato per violenza domestica.

Emergono poi ulteriori dettagli sulla notte precedente all’attentato; dopo le grida “Allahu akbar” segnalate da un vicino di casa, sono emersi anche una trentina di messaggi scambiati tra Harpon e la moglie, tutti terminanti con “Allahu akbar” e “segui il nostro amato Profeta e medita sul Corano”. È ancora poco chiaro il ruolo avuto dalla moglie nella radicalizzazione del marito. Ha cercato di fare da argine? Oppure l’ha incoraggiata? Ora spetta agli inquirenti chiarire anche questo aspetto.

L’ennesimo flop dell’intelligence francese

Il caso Harpon è un flop senza precedenti per l’intelligence francese; il terrorista non svolgeva infatti un ruolo qualunque all’interno della prefettura, ma era inserito presso l’unità informatica del Drpp (la direzione d’intelligence della polizia) ed era dunque abilitato ad accedere a documenti e atti coperti dal segreto di Stato, avendo accesso anche a dati sugli islamisti sorvegliati. Insomma, era un perfetto infiltrato.

È possibile che nonostante gli evidenti segnali, nessuno si fosse preoccupato di rimuovere Harpon dal ruolo estremamente sensibile che ricopriva? Possibile che ai vertici della polizia non fossero arrivate segnalazioni sull’esultanza di Harpon in seguito all’attentato a Charlie Hebdo? Vi sono poi tutti i contatti che Harpon avrebbe intrattenuto con elementi legati all’islamismo radicale, tra cui alcuni soggetti salafiti dediti alla dawa sui quali sono attualmente in corso delle verifiche.

Del resto si è già discusso più volte dell’allarme legato all’infiltrazione di islamisti radicali all’interno delle forze dell’ordine francesi, al punto che lo scorso giugno i parlamentari Eric Diard ed Eric Poulliat, rispettivamente della destra gollista e del partito di Emmanuel Macron, avevano presentato un rapporto sull‘infiltrazione islamista nel settore pubblico transalpino, forze dell’ordine incluse. I due politici avevano inoltre organizzato una serie di audizioni a porte chiuse, a partire dal novembre 2018, con alti funzionari delle istituzioni come prefetti, dirigenti dell’intelligence, ufficiali di polizia e dell’esercito, con l’obiettivo di far presente la situazione. Gli islamisti radicali risultano infatti infiltrati in diversi settori tra cui l’azienda trasporti parigina Ratp, gli aeroporti, le scuole, le università ma anche in polizia, nell’esercito, tra i vigili del fuoco, negli uffici pubblici e all’interno dei sindacati. Inoltre, secondo un rapporto del DSPAP (Direzione sicurezza dell’agglomerato parigino) citato da Bfmtv, tra il 2012 e il 2015 sono stati 17 i casi di radicalizzazione nella polizia. Vale inoltre la pena ricordare che uno degli uomini della scorta di Laurent Sourisseau “Riss”, direttore di Charlie Hebdo, venne rimosso dall’incarico dopo un’indagine svolta dalla Direction genérale de la sécurité extérieure (Direzione generale della sicurezza esterna).

Nella giornata di ieri lo stesso deputato Eric Diard ha affermato: “Abbiamo circa 150 mila poliziotti, e trenta sono suscettibili di essere radicalizzati e su 43mila agenti della prefettura, quindici sono sorvegliati per radicalizzazione”.

Il timore è che i numeri siano però ben più elevati e sono in molti a chiedersi quanti siano i radicalizzati inseriti negli apparati di sicurezza francesi e sfuggiti ai controlli, proprio come il caso di Harpon. Nel complesso, la vicenda della prefettura parigina mette in evidenza una struttura colabrodo dell’intelligence francese, un sistema allo sbando infiltrato da “serpi in seno” pronte a colpire in qualsiasi momento.