L’attentato di Pasqua in Sri Lanka emerge come il più sanguinoso mai perpetrato dai terroristi islamici contro un target cristiano e sono i numeri a parlare: 310 morti e più di 500 feriti secondo le ultime stime.

Un attacco ben pianificato e organizzato, con almeno una dozzina di operativi che conoscevano bene il territorio e che si sono mossi in maniera coordinata e simultanea su obiettivi specifici e in un giorno non casuale, quello di Pasqua. I terroristi erano consapevoli di chi andavano a colpire e in che occasione; su questo non ci sono dubbi. Un ulteriore aspetto riguarda la probabile “regia” dietro il gruppo di attentatori, una “regia” legata al jihadismo internazionale. Oggi l’Isis ha ufficialmente rivendicato l’attacco, ma i punti da chiarire restano molti.

Dinamiche dell’attacco

Gli attentatori-suicidi si sono orientati ancora una volta su dei soft-target, colpendo tre chiese piene di fedeli, tre hotel frequentati da turisti occidentali e specificatamente nel giorno di Pasqua, una serie di elementi che non lasciano dubbi sulle loro intenzioni: colpire i cristiani e gli occidentali in un giorno-simbolo della religiosità.

Secondo le ricostruzioni, tra le ore 8 e le 8:45 si sono verificate le prime sei esplosioni simultanee, per poi susseguirne altre tra le 14:10 e le 15:20. Gli attacchi erano stati pianificati per causare un elevato numero di vittime, colpendo in orari in cui le chiese erano piene per le cerimonie pasquali e in cui gli hotel pullulavano di turisti.

Un altro ordigno esplosivo improvvisato (ied) veniva inoltre rinvenuto e disinnescato dai militari srilankesi nei pressi dell’aeroporto internazionale Bandaranaike, mentre il giorno successivo un furgoncino con all’interno tre ordigni, individuato nei pressi della chiesa di Saint Anthony e appartenuto ai terroristi, è esploso durante un tentativo di disinnesco.

I terroristi erano ben al corrente di dove e quando colpire per massimizzare il numero delle vittime, conoscevano il territorio e sapevano muoversi. Il 23 aprile le autorità di Colombo rendevano noto che una quarantina di individui, tutti cittadini srikankesi, erano stati posti in stato di arresto, mentre un cittadino siriano era sotto interrogatorio.

I sospetti puntano tutti sul gruppo islamista radicale srilankese Ntj- National Thowheeth Jamaath, nato tra il 2016 e il 2017 nella parte orientale dell’Isola e noto per aver fomentato odio nei confronti della maggioranza buddhista dello Sri Lanka. Uno dei presunti attentatori sarebbe stato identificato come Moulvi Zahran Hashim, predicatore del Ntj già noto alle autorità srilankesi per aver pianificato un attacco contro la Indian High Commission a Colombo lo scorso 4 aprile, attentato poi sventato dopo un allarme lanciato dall’intelligence indiana.

Nella mattinata di martedì il governo di Colombo ha poi citato un secondo gruppo islamista, il Jammiyathul Millathu Ibrahim, anch’esso sospettato per l’attacco.

La regia del jihadismo internazionale

A questo punto è però lecito domandarsi se un gruppo di islamisti radicali del posto, nato tra l’altro da pochi anni, possa aver pianificato e portato a termine un’operazione del genere in totale autonomia e basandosi soltanto su una rete locale e la risposta è plausibilmente negativa. Nonostante le indagini siano ancora in corso e non vi siano attualmente sufficienti elementi per poter fornire una risposta chiara e definitiva, ci sono diversi elementi che fanno pensare a una regia del jihadismo internazionale.

Innanzitutto è bene tener presente che finora Ntj era stato attivo prevalentemente in chiave anti-Buddhista con feroce propaganda e atti di vandalismo in attesa del “salto di qualità” dello scorso gennaio quando veniva scoperto un piano per far esplodere i templi buddhisti di Anuradhapura.

Una lotta tutta locale quella del Ntj che poi ha improvvisamente cambiato rotta, puntando alla minoritaria comunità cristiana che in Sri Lanka è soltanto il 7% su una popolazione di 22 milioni.

È dunque ipotizzabile che questo cambio di rotta sia dovuto a una regia esterna che potrebbe aver fornito finanziamenti e supporto ai terroristi islamici srilankesi che si sarebbero invece occupati della parte “pratica”, conoscendo bene il territorio.

Il jihadismo internazionale ha del resto più di un motivo per voler colpire i cristiani e gli occidentali in generale, dall’intervento militare in Siria che ha portato alla disfatta del “Califfato” all’attacco alla moschea di Christchurch, in Nuova Zelanda, per il quale diversi predicatori avevano invocato vendetta.

Perché colpire in Sri Lanka? Plausibilmente perché un attacco di quella portata poteva essere attuato soltanto in un paese dove le misure preventive anti-terrorismo sono inadeguate e dove è facile infiltrarsi e muoversi. Del resto è stato lo stesso primo ministro srilankese Ranil Wickremesinghe ad aver affermato che l’allarme per possibili attentati nel giorno di Pasqua era stato lanciato almeno due settimane prima ed erano stati indicati anche i nominativi dei possibili attentatori, ma nonostante ciò nessuna adeguata misura era stata presa, come del resto hanno poi dimostrato i fatti.

I jihadisti volevano mettere in atto un attacco ad ampio raggio e dal forte impatto mediatico, ma sarebbe stato impensabile portare a termine un’operazione di tali dimensioni in un paese occidentale dove le misure di sicurezza sono state elevate ai massimi livelli; ecco dunque che emerge la strategia dell’attacco a paesi più vulnerabili. E’ dunque possibile che esponenti del jihadismo globale, magari in Pakistan o Afghanistan, abbiano stretto rapporti con l’Ntj per colpire i cristiani.

Un possibile ruolo del conflitto siriano

Un ulteriore aspetto che vale la pena considerare, in particolare in seguito alla rivendicazione dell’Isis, è la concomitanza con il flusso di volontari cingalesi per il jihad in Siria, una cinquantina secondo stime locali.

Nel 2017 alcuni di questi jihadisti sono rientrati in patria e ciò è coinciso con un incremento dell’attività islamista radicale sull’Isola, ma sempre prevalentemente in chiave anti-buddhista.

Non si può dunque escludere che alcuni di questi foreign fighters possano aver stretto legami con elementi del jihadismo internazionale durante il “periodo siriano”, sviluppando così una serie di contatti che si sono poi rivelati fondamentali per pianificare gli attentati di Pasqua. Del resto l’islamismo radicale srilankese avrebbe tutto l’interesse a fare il salto di qualità, passando da gruppo locale impegnato in uno scontro interno, a parte integrante di una rete jihadista globale.

Quanto sopra esposto è chiaramente parte di una serie di ipotesi, in assenza di elementi che possano confermare una specifica pista piuttosto che un’altra, considerato che le indagini sono ancora in corso. È vero che l’Isis ha rivendicato, ma è prassi di tale gruppo rivendicare buona parte degli attacchi jihadisti. Ciò che risulta invece fondamentale è capire gli effettivi collegamenti tra gli estremisti islamici locali e la rete jihadista internazionale che potrebbe aver fornito supporto per le stragi.