Asia centrale: anche la Cina si sente bersaglio della jihad afghana

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Il 18 novembre 2024 ha segnato una svolta geopolitica cruciale in Asia Centrale. Un gruppo di militanti afghani ha attaccato per la prima volta cittadini cinesi in territorio tagiko, distruggendo l’illusione di sicurezza che il Tagikistan aveva finora garantito ai suoi vicini. Questo attacco non è un semplice episodio isolato, ma un segnale inquietante di come i gruppi jihadisti della regione stiano riorganizzandosi e ridefinendo le loro priorità strategiche, puntando direttamente contro la Cina.

IL FATTO E LE SUE CONSEGUENZE

Nella notte del 18 novembre, nella provincia di Khatlon, al confine tra Tagikistan e Afghanistan, un gruppo armato ha attaccato il sito di una miniera d’oro gestita da una società cinese. L’incursione, avvenuta attraverso le gole di Zarbouz, è stata condotta da jihadisti del Partito Islamico del Turkestan (PIT) provenienti dal Badakhshan afghano. Secondo le autorità tagike, un cittadino cinese è stato ucciso e cinque feriti, ma fonti non ufficiali parlano di un bilancio ben più grave.

Questo episodio ha messo in luce gravi falle nel controllo delle frontiere tra Tagikistan e Afghanistan. Le autorità di Dushanbe non hanno spiegato come sia stato possibile che un gruppo armato entrasse e uscisse indisturbato dal territorio tagiko. Inoltre, la mancanza di reazione da parte della 201ª Divisione russa, tradizionalmente incaricata di garantire la sicurezza nella regione, ha sollevato ulteriori interrogativi sul ruolo di Mosca, ormai distratta dalla guerra in Ucraina.

UN ATTACCO SIMBOLICO E STRATEGICO

Dietro questo attentato non c’è solo un’azione violenta, ma una dichiarazione politica chiara. Il PIT e Ansaroullah – gruppo jihadista guidato dal leader Mahdi Arsalon – hanno mostrato al mondo di poter destabilizzare non solo il Tagikistan ma anche la Cina. L’attacco rappresenta un’operazione di propaganda per Ansaroullah, che si sta affermando come il principale attore del jihad anticinese nella regione. Il gruppo, secondo fonti russe, ha ormai una base solida di militanti stranieri provenienti da Siria, Iraq e Pakistan.

Ansaroullah ha anche consolidato la propria influenza sul PIT, trasformandolo in una sorta di vassallo. Il nuovo obiettivo è chiaro: destabilizzare il Tagikistan come primo passo per espandere il jihad nel vicino Xinjiang, regione cinese abitata dagli uiguri. Tuttavia, l’esercito cinese, ben equipaggiato e con esperienza, rappresenta un ostacolo formidabile per qualsiasi tentativo di conquista.

LE CONTRADDIZIONI DEI TALIBAN E LE CONSEGUENZE PER LA CINA

L’attacco del 18 novembre ha messo in crisi l’ambigua posizione dei taliban, che da un lato si presentavano come partner economici della Cina e dall’altro tolleravano o addirittura favorivano l’attività jihadista contro Pechino. Questo doppio gioco non è più sostenibile. I taliban dovranno decidere se sostenere la Cina – cruciale per i loro progetti infrastrutturali – o continuare a supportare i gruppi jihadisti. Allo stesso modo, il governo cinese è stato costretto ad abbandonare la sua neutralità di facciata e a unirsi più attivamente alla lotta contro il jihadismo, in linea con Russia, India e Occidente.

La Cina, investitrice principale nel Tagikistan, ora si trova costretta a rafforzare la sicurezza delle sue aziende e dei suoi cittadini. Le sue basi militari in Tagikistan e Afghanistan, tuttavia, rischiano di essere inefficaci contro una guerriglia in alta montagna.

UN TAGIKISTAN FRAGILE E L’OMBRA DELLA GUERRA FREDDA REGIONALE

Il Tagikistan, guidato dal presidente Emomali Rakhmon, è un Paese fragile, segnato da corruzione e instabilità. La dipendenza da Mosca – ora meno presente nella regione – e la debolezza interna rendono Dushanbe vulnerabile agli attacchi jihadisti. Questa situazione apre nuovi scenari geopolitici: l’India, alleato chiave del Tagikistan, potrebbe rafforzare il suo impegno nella regione, mentre il Pakistan – deluso dai taliban – potrebbe riconsiderare le sue alleanze.

L’attacco del 18 novembre non è solo una questione regionale, ma un nuovo capitolo nella lotta globale contro il jihadismo. La Cina è diventata un bersaglio dichiarato, e le dinamiche del potere in Asia Centrale stanno cambiando rapidamente. Il Tagikistan, un tempo considerato una roccaforte sicura, è ora il nuovo epicentro di un conflitto che promette di ridisegnare gli equilibri geopolitici nella regione.