Venerdì scorso un commando di miliziani dell’East indonesia mujahidin (Mit) ha compiuto una vera e propria mattanza contro la comunità cristiana nel remoto villaggio di Lemban Tongoa, sull’isola indonesiana di Sulawesi.

Diverse case sono state date alle fiamme e quattro uomini sono stati brutalmente uccisi. Uno di loro è stato decapitato, un altro è stato bruciato vivo. Oltre settecento persone si sono rifugiate negli uffici amministrativi del villaggio, protetti dalla polizia locale.

Tutte le vittime facevano parte dell’Esercito della salvezza, un movimento internazionale evangelico fondato nel 1865 che conta circa un milione di fedeli in oltre 160 Paesi nel mondo.

La condanna del presidente Joko Widodo

“Condanno fermamente l’atto disumano che ha provocato la morte dei nostri quattro fratelli”, ha detto ieri il presidente Joko Widodo in un messaggio televisivo. “L’attacco è un tentativo deliberato per seminare divisioni nella comunità”. Ha poi esortato la polizia a “sradicare al più presto il gruppo di terroristi”.

Hadi Tjahjanto, comandante dell’Indonesian armed forces (Tni), ha dichiarato guerra agli islamisti che hanno compiuto la strage, promettendo che gli autori sarebbero stati “immediatamente catturati”. E il portavoce della polizia nazionale Awi Setiyono, durante una conferenza stampa che si è tenuta a Giacarta, ha confermato che cento uomini, compresi quelli della divisione Densus 88, l’élite dell’antiterrorismo, sono stati inviati a Poso per dare la caccia agli assalitori.

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Andreas Harsono, ricercatore di Human Rights Watch nel Paese, ha detto che questo attacco fa parte “di una grave escalation di violenza contro la minoranza cristiana in Indonesia”. Mentre Yahya Cholil Staquf, il segretario generale di Nahdlatul Ulama, la più grande organizzazione mondiale musulmana, ha affermato che questi omicidi stanno seguendo un orribile schema di violenze in tutto il Mondo. “Non basta dire che queste barbarie non rappresentano l’islam, bisogna condannarle con fermezza”, ha dichiarato.

Gli islamisti in Indonesia

Il Mit è uno dei due gruppi legati allo Stato islamico che operano in Indonesia, il Paese del Sud-Est asiatico che ospita la più grande popolazione musulmana del Mondo.

L’altro è Jamaah ansharud daulah (Jad), accusato degli attacchi suicidi contro chiese e stazioni di polizia a Surabaya, nel maggio 2018, che hanno causato la morte di 27 persone e decine di feriti. L’attentato di due anni fa è considerato uno dei più gravi atti terroristici in Indonesia negli ultimi vent’anni, dopo quelli di Bali nel 2002, che hanno fatto più di 200 vittime.

Secondo le autorità, a guidare l’assalto di venerdì scorso, ci sarebbe stato Ali Kaliora, numero uno dell’organizzazione islamista, che ha preso il posto dello storico leader Santoso – conosciuto anche con il nome di battaglia Abu Wardah – ucciso durante l’operazione speciale congiunta della polizia e dell’esercito Tinombala nel luglio 2016.

“Questi omicidi sono il primo attacco significativo dopo la morte di Santoso”, ha spiegato Sidney Jones dell’Istituto di analisi politica dei conflitti di Giacarta. “Attraverso questo attacco il Mit vuole dimostrare che gli sforzi della polizia per arrestare e uccidere i membri del gruppo non hanno avuto alcun effetto su di loro”, ha aggiunto l’esperta.

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