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Il legame tra America latina e Medio Oriente, relativamente al tema del terrorismo di matrice islamista, negli ultimi anni ha catturato crescente attenzione da parte degli analisti. In un report dei primi mesi del 2017, David Grantham, membro del National Center for Policy Analysis, un think tank adesso non più in attività, aveva espresso preoccupazione circa l’influenza che Arabia Saudita e Iran esercitano sulla regione latinoamericana. L’analisi di Grantham si concentra prevalentemente sul pericolo iraniano, rilevando come alcuni paesi dell’area, tra cui, ad esempio, il Venezuela, stiano costruendo relazioni sempre più salde con Teheran. Un altro fattore che contribuisce ad alimentare tale allerta è la presenza di Hezbollah, che ha a Buenos Aires la base più importante al di fuori del Libano. Spiega Grantham che “La Repubblica Islamica (dell’Iran, Ndr) ha la capacità e le infrastrutture per colpire gli Stati Uniti dall’America Latina, ma gli esperti dissentono circa la possibilità che essa possa correre un rischio del genere”.

Di sempre maggior interesse risulta anche la presenza dello Stato islamico sul territorio latinoamericano. In Venezuela, Brasile e Trinidad e Tobago (da cui ben 125 foreign fighters sono partiti per la Turchia) si è registrato, infatti, un notevole incremento di radicalizzazioni e nel 2016, a ridosso dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, la polizia brasiliana ha arrestato 12 individui che avevano giurato fedeltà allo Stato islamico, progettando un attentato in concomitanza con la manifestazione.

Nello stesso anno, Gabriel Ben Tasgal, politologo israeliano di origine argentina, aveva ammonito circa l’utilizzo come porte d’accesso per gli Stati Uniti di paesi come Venezuela, Bolivia e Nicaragua, a causa dei legami, intrattenuti da questi ultimi, con “Paesi radicali”.

Inoltre, a giugno dello scorso anno, l’allora segretario di stato americano, Rex Tillerson, aveva affermato l’esistenza di collegamenti tra Daesh e i cartelli del narcotraffico messicani. Secondo il Soufan Group, un istituto di intelligence, il Messico è un paese da tenere sotto controllo anche rispetto alla presenza di militanti di Hezbollah, che potrebbe avere terreno fertile nell’ampliamento delle proprie schiere in virtù della presenza di oltre 200mila immigrati provenienti da Siria e Libano.

In un’intervista apparsa sul quotidiano argentino El Cronista, José Levy, giornalista della Cnn en Español e autore del volume Terror. Alerta Isis, ha dichiarato che, benché non si possa parlare di America Latina quale obiettivo prioritario per lo Stato Islamico, occorre tuttavia non abbassare la guardia considerando la sua nuova strategia, negli ultimi anni sempre più improntata ad attacchi meno organizzati, ma su scala globale.

Fatta eccezione per il già citato attacco sventato a ridosso dei Giochi, i vari allarmi lanciati non hanno trovato riscontro in alcun evento che potesse davvero rendere ragione dell’effettiva presenza di Daesh nella regione. Questo, fino al marzo di quest’anno, quando a Pereira, nell’ovest della Colombia, un’operazione congiunta tra le forze di polizia colombiana, spagnola e l’Fbi ha portato all’arresto del cubano Raúl Gutiérrez Sánchez.

L’uomo, la cui attività su internet era monitorata da tempo, stava progettando un attentato volto all’omicidio di diplomatici statunitensi a Bogotà. A differenza di quanto accaduto a Rio, dove il piano per l’attentato pare fosse in stato meramente embrionale, nel caso di Gutiérrez era quasi tutto pronto. Dalla location, un ristorante della capitale colombiana frequentato dagli obiettivi, già adeguatamente pedinati, fino alla data dell’attentato, programmata per il 13 marzo. Gutiérrez intratteneva su Telegram frequenti conversazioni con jihadisti, in particolare con un cittadino marocchino residente in Spagna, le cui parole lasciano pochi dubbi circa l’avvenuta radicalizzazione del cubano, ormai pronto ad agire da lupo solitario: “Allah ti riceverà in Paradiso con le braccia aperte. Fallo nel nome dell’Isis, guarda il fratello degli Stati Uniti a New York […]. I fratelli d’Inghilterra che hanno accoltellato e investito non l’hanno fatto con l’aiuto dell’Isis, ma comunque nel suo nome. Ti chiedo solo che tu lo faccia nel nome dell’Isis”.

A fronte di questi elementi, possiamo dedurre che l’America Latina faccia gola ai terroristi non tanto come possibile teatro delle operazioni (nonostante i tristi precedenti degli anni ’90) quanto per essere utilizzata come “ponte” per entrare negli Stati Uniti. Le preoccupazioni di Tillerson e le analisi di Grantham, di Ben Tasgal e del Soufan Group erano, infatti, rivolte proprio in tale direzione. E anche l’episodio, citato poc’anzi, dell’arresto di Gutiérrez, pur essendo avvenuto sul suolo colombiano, aveva comunque come obiettivo dei cittadini statunitensi. Le turbolenze interne di alcuni dei paesi della regione, in particolare Venezuela e Nicaragua (distanti da Miami rispettivamente 2mila e 1.200 km) costituiscono certamente una ragione per mantenere alta l’allerta.