Alle origini della radicalizzazione religiosa nelle carceri

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Carceri, luoghi di punizione e di correzione. Carceri, luoghi che possono rivelarsi una condanna nella condanna o che, al contrario, possono condurre alla redenzione. I carceri sono tutto questo: luoghi in cui il bene e il male si mescolano, diventando un tutt’uno indistinto e inscindibile, e dove sono presenti persone aventi a cuore il fato dei detenuti, come operatori sociali, psicologi, insegnanti e religiosi.

Nell’intrico delle carceri, quando si spengono le luci e vengono chiuse le celle, emergono dall’ombra anche degli altri operatori: gli operatori del male. Detenuti, e talvolta personale carcerario – come gli imam –, che lavorano notte e giorno, senza sosta e instancabilmente, per persuadere gli Ultimi a trasformare l’odio covato nei confronti della società in un’idea, o meglio in un’ideologia: il jihadismo.

Carceri, focolai di radicalizzazione

Il divenire del mondo un villaggio globale interconnesso – e connesso (ad Internet) – ha avuto delle implicazioni profonde per l’internazionale del terrorismo islamista, una realtà oggi più che mai de-territorializzata e internetizzata. Moschee e luoghi di ritrovo fisici, come scuole coraniche, centri culturali, palestre, bar e ristoranti, continuano a rivestire un ruolo centrale all’interno delle agende di proselitismo degli apostoli dell’islam radicale, ma la loro rilevanza va scemando di pari passo con l’incremento dell’internetizzazione delle relazioni sociali.

Oltre alla cosiddetta “radicalizzazione a cielo aperto”, però, c’è (molto) di più: un mondo fatto di camere da letto che diventano luoghi di autoradicalizzazione in rete, cullando futuri lupi solitari e aspiranti tagliagole, e di camere detentive esposte al rischio che i loro ospiti vengano introdotti ad una delle varie scuole dalla sfaccettata galassia dell’islam radicale – come il qutbismo, il salafismo e/o il wahhabismo – e si convertano in assassini una volta rimessi in libertà.

Quello della radicalizzazione religiosa nelle carceri è un problema di rilevanza mondiale, sentito e radicato in ognuna delle terre emerse, dall’Asia all’Africa, passando per Americhe e Oceania. Ed Europa e Stati Uniti, cuori pulsanti dell’Occidente, hanno scoperto di avere delle serpi in seno a partire dall’11 settembre 2001, il giorno che ha sancito l’inizio di una nuova epoca – macchiata dal sangue del terrorismo islamista e alimentata dal carburante offerto da periferie e carceri – che quest’anno compie esattamente vent’anni.

I numeri del fenomeno

Il fenomeno della radicalizzazione religiosa tra i detenuti delle carceri di Europa e Stati Uniti è ampio e datato – le sue origini risalgono, verosimilmente, agli anni della guerra fredda – e può essere illustrato chiaramente per mezzo dei numeri. Numeri che, in quanto imparziali e neutri, possono essere senz’altro utili a comprendere la vastità e l’effettiva pericolosità del problema. Numeri che, stando alle ricerche e alle indagini più recenti, sono i seguenti:

I numeri di cui sopra sono la conferma della natura intrinsecamente antipodica dei carceri: luoghi che offrono contemporaneamente correzione e corruzione e all’interno dei quali si possono conseguire la redenzione o la perdizione. Luoghi in cui si può riconquistare la fiducia nella società o nei quali si può imparare ad odiarla profondamente, a seconda dell’operatore che il detenuto ha la (s)fortuna di trovare. Luoghi che perscruteremo nel corso di questa rubrica dedicata al fenomeno della radicalizzazione religiosa nelle carceri di Europa e Stati Uniti.