La comunità di intelligence statunitense ha valutato che lo Stato Islamico in Afghanistan, chiamato Iskp acronimo di Islamic State Khorasan Province, potrebbe avere la capacità di attaccare gli Usa in appena sei mesi e avrebbe l’intenzione di farlo. Come riporta Reuters, martedì Colin Kahl, sottosegretario alla Difesa, ha riferito al Congresso americano l’ultimo rapporto sull’Afghanistan in cui si afferma che il Paese potrebbe ancora essere causa di serie preoccupazioni per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

I talebani, che hanno vinto il conflitto ventennale con la Nato e gli Stati Uniti, sono in questo momento acerrimi nemici dell’Iskp che li considera come dei traditori della causa islamica per aver trattato il ritiro statunitense dall’Afghanistan. Secondo la missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan, l’Iskp ha effettuato 77 attacchi nei primi quattro mesi di quest’anno ma soprattutto i loro assalti stanno crescendo in frequenza e ferocia: il ritiro occidentale, infatti, più che il crollo del precedente governo afghano, ha dato al gruppo terrorista l’opportunità di espandersi e acquistare vigore, stante l’incapacità dei talebani ad attuare il contrasto al terrorismo e all’insurrezione, qualcosa che, sino a qualche settimana fa, erano loro a mettere in atto.

In una testimonianza davanti alla commissione per i servizi armati del Senato, Kahl ha infatti affermato che non è ancora chiaro se i talebani abbiano la capacità di combattere efficacemente lo Stato Islamico dopo il ritiro degli Stati Uniti ad agosto. Il ministro degli Esteri ad interim Amir Khan Muttaqi del nuovo governo talebano ha affermato che la minaccia dei militanti dell’Iskp verrà affrontata e che l’Afghanistan non diventerà una base per attacchi contro altri Paesi. Kahl ha anche riferito che ad al-Qaeda – quasi totalmente sgominata dal Paese – potrebbero volerci “un anno o due” per rigenerare la sua capacità di effettuare attacchi al di fuori dell’Afghanistan stante l’attuale situazione.

Gli Stati Uniti pertanto, come affermato dal presidente Joe Biden, continueranno a vigilare contro le minacce provenienti dall’Afghanistan effettuando operazioni di raccolta di informazioni, e sembra che vogliano continuare nel loro obiettivo di distruggere i gruppi jihadisti in modo che non siano in grado di colpire gli Stati Uniti. Funzionari statunitensi avvertono però che identificare e smantellare gruppi come al-Qaeda e l’Iskp è estremamente difficile senza truppe nel Paese. Nell’area del Golfo Persico gli Usa, nelle loro basi, hanno droni in grado di colpire obiettivi dello Stato Islamico e di al-Qaeda, ma potrebbero non bastare secondo le intenzioni del Pentagono. Ancora Kahl ha spiegato che gli Stati Uniti non hanno per il momento alcun accordo con i Paesi confinanti con l’Afghanistan per ospitare truppe da impiegare negli sforzi antiterrorismo, e forse l’allarme lanciato sulla possibilità dell’Iskp di colpire entro sei mesi si riduce proprio a quest’ultima condizione.

L’altolà di Mosca

Il rapporto dell’intelligence Usa precede di poche ore la dichiarazione del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in cui si invitano i Paesi confinanti con l’Afghanistan a non ospitare le forze militari degli Stati Uniti o della Nato. Secondo Mosca gli Stati Uniti stanno cercando di instaurarsi nel vicinato afghano con il pretesto di combattere contro i gruppi terroristici, stabilendo basi per dispiegare veicoli aerei senza equipaggio e allestendo centri per formare le forze dell’ordine e di sicurezza locali. Qualcosa di simile era stato affermato dal Cremlino anche a luglio ma limitatamente alla propria sfera di influenza nelle repubbliche dell’Asia Centrale ex sovietica, anche per via dei timori delle repubbliche asiatiche per il ritorno del terrorismo. Un timore interpretato dal Tagikistan che ha espresso la preoccupazione che l’indifferenza della comunità mondiale nei confronti della situazione in Afghanistan possa portare a una “nuova lunga guerra civile”.

Nonostante i contatti tra Washington e i talebani in funzione antiterrorismo, possiamo supporre che quest’ultimo rapporto sul possibile ritorno di attentati di stampo jihadista sia funzionale a una narrazione che metta in dubbio la reale volontà dei talebani di combattere l’Iskp e al-Qaeda, e quindi minare il loro tentativo di ottenere riconoscimento internazionale in via ufficiale. Del resto, se venisse provata la connivenza o anche solo la tolleranza del jihadismo nell’Afghanistan talebano, si metterebbero in imbarazzo quei Paesi che si sono già dimostrati aperti al dialogo: Russia e Cina in primis.

Il rapporto dell’intelligence potrebbe anche essere funzionale alla ricerca di una nuova strategia di entrata in quel settore dell’Asia, diventato strategico perché collegato ai traffici commerciali ed energetici est-ovest. In particolare potrebbe riavvicinare gli Stati Uniti al Pakistan: l’amministrazione Biden sembra sia vicina un accordo formalizzato con Islamabad per l’utilizzo dello spazio aereo pakistano per condurre operazioni militari e di intelligence in Afghanistan. Il Pakistan, inoltre, ha espresso il desiderio di ottenere in cambio la firma di un Memorandum of Understanding (Mou) per ottenere assistenza nei propri sforzi antiterrorismo e aiuto nella gestione delle relazioni con l’India. I negoziati, comunque, sono ancora in corso. Gli Stati Uniti quindi vogliono ancora restare in gioco in Asia Centrale, sebbene stando fuori dal pantano afghano, e sono alla ricerca di qualcuno che “li ospiti” col pretesto della guerra al terrorismo.

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