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Terrorismo

Algeria, jihadisti usati per sedare le proteste

Potere e contro potere, governo ed organizzazioni criminali: qual è il vero rapporto in Algeria? In un momento come quello attuale, caratterizzato dalla protesta politica nel paese nordafricano e dallo spauracchio dell’instabilità dovuto alle dimissioni dell’ex presidente Bouteflika e ad...

Potere e contro potere, governo ed organizzazioni criminali: qual è il vero rapporto in Algeria? In un momento come quello attuale, caratterizzato dalla protesta politica nel paese nordafricano e dallo spauracchio dell’instabilità dovuto alle dimissioni dell’ex presidente Bouteflika e ad un faticoso quanto incerto momento di transizione, la domanda è più che mai attuale. Anche perché l’approccio algerino sulle organizzazioni criminali è un “caso” che, negli anni, fa scuola in medio oriente e non solo.

I rapporti storici tra potere e trafficanti

Come si sottolinea in un articolo di Limes dello scorso 10 luglio, la classe dirigente algerina già nel momento dell’indipendenza del paese nel 1962 si chiede in che modo gestire l’intricato quadro interno. L’Algeria del resto è contraddistinta da diverse spaccature in termini sia etniche che culturali. Il suo territorio è molto vasto e comprende un mosaico di tribù, clan e diversi gruppi culturali sempre complicato da tenere assieme. A grandi linee è possibile effettuare una prima grande distinzione: quella cioè che riguarda la differenza tra la popolazione residente lungo la costa e quella invece tradizionalmente legata al deserto. In quest’ultimo grande gruppo, è possibile comprendere popolazioni tuareg ed alcune tribù berbere che hanno stili di vita completamente differenti dalle città costiere. Si tratta il più delle volte di popoli nomadi, carovanieri del deserto e trafficanti di ogni genere di merce, anche illecita.

La scelta individuata già negli anni ’60 da Algeri è quella del “lassez faire“. Una complicità non ufficiale, che si traduce in un implicito appoggio dato a contrabbandieri e trafficanti. Nessuna lotta contro di loro anzi, in qualche modo i proventi dei loro traffici rendono più gestibile la situazione sociale nel deserto algerino, i servizi di sicurezza possono controllare maggiormente ciò che accade. Una “pax” quindi che garantisce equilibrio interno ad un mosaico frastagliato e non sempre facile da tenere saldo ed unito. Anche perché la classe dirigente algerina è quella residente lungo la costa, l’asse del potere è tutto orientato verso la parte settentrionale del paese, garantire occhi chiusi sui traffici delle popolazioni del deserto ripaga le tribù da un possibile senso di emarginazione.

Il potere potrebbe usare azioni jihadiste per placare le proteste?

Si sa poi come l’Algeria viva un profondo incubo durato più di un decennio, tra gli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000: la guerra civile, originata dall’emersione del fenomeno islamista, lascia sul campo 150mila vittime, un trauma da cui la società algerina ancora non appare pienamente ripresa. Anzi, proprio lo spauracchio di un nuovo conflitto evita di far compiere all’Algeria lo stesso passo fatto dai paesi vicini in occasione della cosiddetta primavera araba nel 2011. E quando a febbraio scoppiano le proteste contro Bouteflika, lo stesso ex presidente e molti leader politici agitano lo spettro di quanto avvenuto durante la guerra civile. Da qui dunque la domanda di inizio articoli: quali sono i rapporti tra potere e gruppi criminali? Potrebbero, visto lo storico approccio algerino del lassez faire, crearsi i presupposti per un’implicita alleanza volta a spegnere le manifestazioni che proseguono da febbraio?

Una domanda forse di difficile risoluzione, ma che è possibile inquadrare specificando quanto avvenuto durante la guerra civile, ossia la fusione tra brigantaggio e jihadismo. Molti jihadisti sono ex carovanieri del deserto, trafficanti che hanno poi indossato il cappello dell’estremismo islamico. Il più noto terrorista algerino, Mokhtar Belmokhtar, nasce proprio come trafficante del deserto prima di fondare uno dei gruppi più vicini in Africa alla galassia di Al Qaeda. I rapporti tra servizi algerini e terroristi islamici, figli del lassez faire originario che contraddistingue l’Algeria, potrebbero portare quindi ad una sorta di collaborazione volta a creare un “false flague” per riprendere in mano la situazione e togliere la piazza dalle mani dei manifestanti. Una circostanza non così lontana dal reale, ma nemmeno così scontata.

Anche perché dal 2012 i rapporti tra potere e briganti – jihadisti non sono così solidi come prima. In primis perché la caduta di Gheddafi e la guerra in Mali cambiano radicalmente gli equilibri nel Sahara, rendendo meno controllabile la situazione agli stessi servizi algerini. In secondo luogo, perché l’implicita collusione sopra descritta si regge sulla corruzione e quest’ultima può essere garantita solo quando le congiunture economiche lo permettono. E dal 2012 il crollo del prezzo del petrolio lascia l’Algeria con un’economia in affanno, con proventi energetici non in grado di garantire la “pax” silente del deserto. Inoltre, non pochi analisti algerini mettono in evidenza come i gruppi jihadisti siano di fatto consci della loro utilità al potere, circostanza questa che pone molti di loro nella condizione di non farsi “infiltrare” dai servizi di sicurezza per evitare di essere strumentalizzati.

Di certo però, per capire quello che sarà il destino dell’Algeria occorre visualizzare i rapporti tra potere e criminalità: è lungo questo asse che si giocherà, come spesso in passato, il futuro del paese.





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