Nel maggio del 1998 John Miller, un reporter della Abc si inerpicò con la sua troupe nei dintorni di Tora Bora, in Afghanistan. L’obiettivo era quello di intervistare Osama Bin Laden. Miller venne accolto da Ayman al-Zawahiri che lo istruì sulle modalità di intervista. Nel corso del colloquio il reporter e il capo di Al Qaeda parlarono della fatwa contro l’America e di altri aspetti del jihad afghano. Durante l’intervista diversi seguaci e membri di Al Qaeda parteciparono alle riprese. Al termine del lavoro i tecnici di Bin Laden vollero vedere il girato. Dopo un esame riconsegnarono i nastri agli operatori della Abc. Apparentemente non era stato tolto niente, tranne forse un piccolo particolare. I volti di due di loro, Mohammed al-Owhali e Jihad Ali, erano stati rimossi.

L’attentato contro le ambasciate

Intorno alle 10 del 7 agosto dello stesso anno, al-Owhali e Ali salirono a bordo di un camioncino Toyota e si diressero verso l’ambasciata americana nel cuore di Nairobi, in Kenya. Arrivato nei pressi del cancello di ingresso, al-Owhali scese dal camion e si diresse verso il posto di blocco all’entrata. Cercò di convincere la guardia ad aprire, ma senza successo. A quel punto lanciò una granata stordente riuscendo ad attirare alle finestre degli edifici un certo numero di persone. Subito dopo decise di fuggire lasciando a bordo Jihad Ali. Ma quasi subito venne scaraventato a terra dallo spostamento d’aria. Il suo compagno aveva azionato la bomba presente sul camion.

L’esplosione fu terrificante, la facciata principale dell’edificio venne squarciata e il bilancio fu tragico: 212 morti e quasi 4mila feriti. Nove minuti dopo, a circa 500 chilometri di distanza, un secondo ordigno esplose davanti all’ambasciata Usa a Dar es Salaam, in Tanzania. Un terzo uomo, Ahmed Abdallah, noto anche come Ahmed il tedesco, azionò una seconda bomba nel parcheggio vicino all’edificio principale causando la morte di 11 persone e il ferimento di altre 85. Entrambi gli ordini erano stati confezionati da un certo Saleh, noto anche con altri nomi, Abu Mohammed al-Masri e Abdullah Ahmed Abdullah, un egiziano (probabilmente appartenente alla truppa di al-Jihad legata ad al-Zawahiri), che oggi, a vent’anni di distanza, risulta latitante. Su di lui infatti pende ancora una taglia dell’Fbi da 10 milioni di dollari.

L’intensità degli attacchi al-Qaeda fino al 1998

Le rivelazioni: il numero yemenita

Tre giorni dopo l’attentato, in un albergo poco lontano dal centro della capitale, venne scovato al-Owhali. Dopo le iniziali resistenze iniziò a parlare. Raccontò della preparazione dell’attacco e della sua esperienza nei campi di addestramento di Al Qaeda. Ma i dettagli più interessanti furono due, ed entrambi legati a stretto giro a quello che sarebbe successo tre anni dopo. Il primo fu un numero di telefono, il 967-1-1200578, un numero yemenita che faceva capo a un certo Ahmed al-Hada. Il giorno dell’attacco al-Owhali aveva chiamato più volte il numero e lo stesso aveva fatto Bin Laden. Quel numero, negli anni successivi, sarebbe stato una miniera per ricostruire la rete di Al Qaeda. Un dettaglio che forse avrebbe potuto sventare l’11 settembre. L’altro dettaglio fornito da al-Owhali fu un inquietante avvertimento: “Abbiamo un piano per attaccare gli Stati Uniti, ma non siamo ancora pronti. Il grande attacco arriverà. Non c’è niente che possiate fare per fermarlo”.

La rappresaglia inutile

Nel frattempo Washington doveva dare una risposta. E la scelta dell’amministrazione Clinton, che nel frattempo era stata logorata dal sexgate, fu quanto mai disastrosa. Il 20 agosto, su suggerimento della Cia, gli Usa bombardano una fabbrica di prodotti farmaceutici nei pressi di Khartum, in Sudan. I servizi di intelligence americani, usando le indicazioni di Jamal al-Fadl, uno dei primissimi membri dell’organizzazione nonché il primo vero disertore, erano conviti che nella struttura si producessero componenti per armi chimiche. In realtà i lavori nella struttura erano finiti un anno prima. L’effetto dell’attacco fu quello di interrompere un tentativo del governo sudanese di uscire dallo status di “Stato canaglia” fornendo informazioni ai servizi segreti Usa.

L’intelligence del Paese africano aveva infatti segnalato che due membri di Al Qaeda si trovavano nel Paese e con ogni probabilità erano coinvolti degli attentati delle ambasciate. Il bombardamento coi missili Tomahowk interruppe ogni collaborazione e l’Fbi perse le loro tracce. Ma la Casa Bianca perse anche un’altra grande occasione. Nello stesso momento in cui i missili colpivano la struttura sudanese, un altro gruppo di razzi era diretto verso l’Afghanistan. I cruise alla fine si abbatterono nel campo di Faruq, nei pressi di Khost. I danni furono minimi, circa cinque morti e niente più. Ma la beffa fu duplice. Secondo l’intelligence russa molti Tomahowk non esplosero e Bin Laden fu abile a rivederne i pezzi alla Cine per una cifra intorno ai 10 milioni di dollari. Mentre il fatto che fosse sopravvissuto a un attacco della grande potenza lo rese ancora più popolare.

L’intensità degli attacchi al-Qaeda dopo il 1998

Gli effetti degli attentati e seme dell’Isis

Le bombe alle ambasciate ebbero degli effetti a cascata. In primo luogo sancirono la rottura definitiva tra i talebani e gli Stati Uniti, e un legame sempre più stretto tra il Mullah Omar e Bin Laden. Allo stesso tempo il saudita si era accreditato e aveva attirato l’attenzione di altri attori internazionali, tra questi l’Iraq di Saddam Hussein. I rapporti tra il presidente iracheno e il leader di Al Qaida non sfociarono mai in una collaborazione stretta, ma diedero il là a qualcos’altro. Nel 1999 al-Zawahiri volò a Baghdad con un nome falso e lì, probabilmente sotto la guida dei servizi segreti di Hussein, incontrò un jihadista giordano: Abu Musab az-Zarqawi, l’uomo che molti anni dopo avrebbe dato il via all’Isis.

Le attività si espandono e si allunga l’ombra dell’11 settembre

Tra il 1996 e il 2001 un numero variabile di combattenti passò per i campi afghani di Bin Laden. Secondo un rapporto della Cia del marzo 2001, tra il 1996, anno del ritorno in Afghanistan, e il 2000, sarebbero passati dai sui campi tra i 15 e i 20 mila combattenti. Nello stesso periodo in un laboratori non lontano da Kandahar, Midhat Mursi, conosciuto anche come Abu Khabab al-Masri, stava cercando di confezionare degli ordigni chimici con il supporto di un uomo d’affari malese, Yazid Sufaat. Il programma di Mursi, il cui figlio ha militato tra le file dell’Isis prima di fuggire nel 2015, fu però accantonato per le divisioni all’interno dell’organizzazione. Ma anche il solo fatto di mettere in cantiere un simile progetto mostrava come al-Qaeda fosse arrivata a un altro livello di specializzazione.

Ma l’attività di al-Qaeda non si svolgeva in un contesto vuoto. Come abbiamo, visto migliaia giovani arrivarono in Afghanistan creando una nuova generazione di combattenti, che poi confluì anche in Bosnia e Cecenia, che però era diversa di quella che aveva partecipato al jihad contro i sovietici negli anni ’80. Molti venivano da Paesi occidentali, erano figli delle seconde generazioni e sentivano sulla loro pelle l’effetto di vivere come espatriati. Basti pensare alle enclave algerine in Francia o quelle pakistane nelle città inglesi. A questo si unì la propaganda nelle moschee. Diverse erano state costruite con soldi sauditi che avevano poi messo a predicare imam radicali, salafiti e wahhabiti, con il risultato di un aumento della retorica jihadista. E fu così che migliaia di gruppi di giovani radicalizzati partirono per l’Afghanistan dei talebani. Tra questi ci furono anche i quattro di Amburgo: Mohammed Atta, Marwan ash-Shehhi, Ziad Jarrah e Ramzi bin ash-Shibh. Gli amici arrivarono nel campo di Khaldan, in Afghanistan nel novembre del 1999 e lì iniziarono il loro addestramento.

Rapporto della Cia sui campi di addestramento afgani

La mente dietro l’11 settembre

Nel 1996 quando Bin Laden si era appena sistemato a Tora Bora, andò a fargli visita una vecchia conoscenza dai tempi del jihad contro i russi: Khalid Shaykh Muhammad. Di origine pakistana, Muhammad ha avuto una vita quanto mai singolare. Rispetto a Bin Laden era un giramondo. Prima di combattere i sovietici aveva studiato negli Usa, in Nord Carolina, dove aveva conseguito una laurea in meccanica, poi era andato a combattere, successivamente aveva lavorato come tecnico in Qatar. In mezzo uno strano legame con il nipote: Ramzi Yusef. Di tre anni più giovane Ramzi divenne tristemente celebre per aver cercato di distruggere il World Trade Center. Nel 1993 Yusef fece detonare un ordigno nei parcheggi sotterranei di una delle due torri uccidendo sei persone e ferendone oltre un migliaio.

Su queste basi Khalid Shaykh Muhammad si presentò da Bin Laden con una nuova inquietante idea: usare degli aerei per compiere un attentato terroristico. Il progetto originale prevedeva di usare una decina di velivoli da lanciare contro obiettivi sensibili. Lì per lì l’ambiziosa, e in parte bizzarra idea di Muhammad, venne accantonata. Ma tre anni dopo, nel 1999 qualcosa si mosse. Bin Laden fece chiamare Khalid Shaykh a Kandahar e insieme ad Abu Hafs tennero una riunione a tre per decidere gli obiettivi. Alla fine il piano decise di prendere di mira simboli e centri nevralgici del potere americano. In quella riunione vennero fuori quattro luoghi: le torri del World Trade Center, il Pentagono e una tra il Campidoglio e la Casa Bianca. A quel punto però Al Qaeda si pose un interrogativo: chi piloterà i voli? In quel momento vennero in aiuto i ragazzi della cellula di Amburgo.

La creazione delle cellule

Il principale problema di Al Qaeda era trovare persone adatte per l'”operazione aeroplani“. Servivano non solo piloti addestrati ma anche persone capaci di parlare inglese e in grado di inserirsi in una società occidentale senza destare particolari sospetti. In questo senso i quattro “tedeschi” facevano al caso loro. Abu Hafs notò le loro qualità e li spedì da Bin Laden per inserirli nel piano d’addestramento. Al termine del quale solo tre di loro avrebbero poi preso parte attiva nell’attentato, Mohammed Atta, Marwan ash-Shehhi, Ziad Jarrah, mentre il quarto, Ramzi bin ash-Shibh, avrebbe lavorato alla parte finanziaria perché non sarebbe mai riuscito ad ottenere un visto per gli Usa. Secondo le disposizioni i quattro sarebbero dovuti tornare in Germania per ripartire poi alla volta degli Stati Uniti. Il leader del gruppo Atta, sbarcò negli Usa il 3 giugno del 2000. Da quel momento iniziò a girovagare per il Paese fino all’iscrizione in una scuola di volo in Florida. Gli altri membri della cellula hanno poi seguito un destino analogo.

Ma a Bin Laden servivano altri uomini e quindi si rese necessaria la creazione di un secondo gruppo. Il capo di Al Qaeda inserì nel programma altri due uomini fidati: Khaled al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi. I due avevano combattuto sia in Bosnia che con i talebani ed erano entrati in Al Qaeda molto giovani. Al-Mihdhar, di origine yemenita, aveva sposato Hoda al-Hada, la figlia di quel al-Hada che gestiva il numero telefonico yemenita chiamato da al-Owhali dopo gli attentati alle ambasciate nel 1998. Ai due vennero aggiunti altri uomini, il fratello di Nawaf, Salem, Abu Bara e Tawfiq bin Attash, noto soprattutto come Khallad.

Una parte di questa seconda cellula, Nawaf al-Hazmi, Khaled al-Mihdhar e Khallad, tra il 5 e 8 gennaio si incontrò a Kuala Lumpur in Indonesia. Il meeting si svolse in un appartamento di proprietà di Yazid Sufaat, quel Sufaat che a metà degli anni novanta aveva collaborato con Al Qaeda al programma di armi chimiche. Durante l’incontro si parò soprattutto del “operazione aerei” ma non solo. Il piano di attaccare i luoghi simbolo degli Stati Uniti non era l’unico sulla lista di Bin Laden e soci, l’offensiva contro l’America doveva continuare in altre forme. Dopo il summit, Khallad, grazie all’aiuto di un intermediario locale, il leader del gruppo Jemaah Islamiyah, con al-Hazmi e al-Mihdhar partirono alla volta di Bangkok dove Khallad incontrò altri uomini di Al Qaeda e dove uno di questi, Fahd al-Quso, gli consegnò quasi 40mila dollari, soldi probabilmente destinati a finire nell'”operazione aerei”.

Ma nel meeting thailandese si discusse anche di altro: si progettò quello che sarebbe successo una decina di mesi dopo, in Yemen: l’attacco diretto alle forze armate americane. A quel punto il gruppo si divise. Khallad tornò in Afghanistan per riferire a Bin Laden, mentre al-Hazmi e al-Mihdhar partirono per gli Usa dove arrivarono il 15 gennaio 2000, un anno e otto mesi prima degli attacchi dell’11 settembre. Nei mesi successivi, le attività di addestramento e organizzazione andarono avanti, fino al 12 ottobre del 2000. Alle 11 e 20 della mattina un barchino da pesca si avvicinò allo scavo della nave da guerra Uss Cole, alla fonda nei pressi del porto di Aden in Yemen, e saltò in aria. Il bilancio fu di 17 morti. In modo molto meno timido questa volta Al Qaeda rivendicò l’attacco.

Gli effetti dell’attentato alla Cole e l’accelerazione sull’11 settembre

L’effetto immediato di un simile attentato fu un’enorme attenzione per la causa di Al Qaeda. I centri di addestramento attirarono nuove reclute ma soprattutto da diversi paesi del golfo arrivarono migliaia di donazioni. E così le casse dell’organizzazione poterono concentrarsi sull’operazione principale. Ma l’accelerazione verso l’11 settembre paradossalmente arrivò perché gli Usa scelsero di non reagire all’attacco. Bin Laden prese molto male la notizia. L’obiettivo delle sue operazioni era quello di provocare un’invasione americana (cosa poi avvenuta dopo l’11 settembre), e successivamente di distruggerli in una sanguinosa guerra coi mujaheddin. Ma l’attacco alla marina americana non portò a questo. Tuttavia Al Qaeda era ormai lanciata verso il grande obiettivo. E niente sembrava fermarla. L’ultimo disperato tentativo di mettere in guardia il mondo arrivò da un alleato inaspettato: Ahmed Shah Massud.

Documento parzialmente secretato sulle segnalazioni diAhmed Shah Massud

Il comandante dell’Alleanza del Nord era l’ultimo mujaheddin che si opponeva allo strapotere dei talebani in Afghanistan. Massud, era visto come la valida alternativa al regime del Mullah Omar e lo strumento che Washington poteva usare per liberarsi della fastidiosa questione Bin Laden. Nell’aprile del 2001 Massud, chiamato anche il Leone del Panjshir, si recò in Europa e tenne un discorso davanti a una commissione del Parlamento Europeo spiegando le difficoltà della guerra e mettendo in guardia il mondo sulla pericolosità dei talebani e la loro saldatura con Al Qaeda. Non solo. Secondo un cablogramma declassificato della Dia, Massoud aveva cercato di avvisare l’amministrazione Bush che la sua intelligence aveva ricevuto avvisaglie che Osama Bin Laden stava preparando un nuovo attacco contro l’America molto più imponente di quello alle ambasciate in Africa del 1998. Il suo appello cadde nel vuoto. Il 9 settembre Massoud accolse due inviati di una tv nel suo rifugio afghano. Poco dopo una bomba piazzata nella telecamera esplose uccidendo i due, il traduttore e Massoud. L’ultimo argine era caduto.

Il giorno degli attacchi: quattro obiettivi per quasi 3 mila morti

Alle 8:19, ora di New York, la hostess Betty Ong del volo AA11 partito da Boston e diretto a Los Angels contatta al telefono l’American Airlines. «Credo che il nostro aereo sia stato dirottato». Alle 8:46 il volo si schianta contro la Torre Nord del World Trade Center. È l’inizio degli attacchi dell’11 settembre. Alle 9:03 un secondo velivolo colpisce la Torre Sud. L’aereo United Airlines 175 si schianta tra il 77° e 85° piano a una velocità di oltre 900km orari. Da qualche parte, nelle montagne dell’Afghanistan, tra Khost e Tora Bora qualcuno esultava, qualcuno pregava e qualcun altro fece segno di aspettare. Alle 9:30 un volo American Airlines 77 partito da Washington e diretto a Los Angels, si schianta sul lato ovest del Pentagono. A quel punto Osama Bin Laden alzò quattro dita, ma il quarto obiettivo non venne mai colpito. Alle 10:03 il volo UA-93 precipita in un campo nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania. L’obiettivo non è mai stato chiarito ma pare fosse la Casa Bianca o il Campidoglio. Nel frattempo alle 9:59 la Torre Sud era collassata su se stessa. Alle 10:28 crolla anche la Torre Nord che bruciava a 102 minuti. Alle 11:02 arriva l’ordine di evacuare Lower Manhattan. Nel pomeriggio crolla anche un terzo edificio il Wtc7 situato vicino alle Torri. Il bilancio sarà il più grave della storia degli Stati Uniti: 2996 morti. 265 erano a bordo degli aerei mentre 125 hanno perso la vita nell’attacco al Pentagono. Ancora oggi, a 17 anni di distanza, 24 persone risultano disperse e almeno 1.100 non sono ancora state identificate. L’atto di sfida all’America di Osama bin Laden era stato lanciato.

spostamenti Bin Laden dopo l'11 settembre