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Pochi giorni di prima degli eventi di Barcellona, un altro attentato ha colpito una delle più importanti capitali dell’Africa sub Sahariana: domenica 13 agosto, l’antivigilia dello scorso ferragosto, un commando ha attaccato l’Aziz Istanbul di Ouagadougou, ristorante turco nel cuore della capitale del Burkina Faso, provocando la morte di 18 persone; apparentemente le assonanze tra questa azione terroristica e quella perpetuata in Catalogna appaiono ristrette soltanto alla matrice dell’attentato, la quale in entrambi i casi è di origine islamista. Pur tuttavia, i due attacchi così ravvicinati e distanziati da meno di una settimana, pur se non direttamente collegati appaiono però quanto meno un campanello importante per capire l’evoluzione della galassia jihadista e, in particolare, la sempre più crescente influenza dell’islam radicale africano il quale ad oggi appare forse ancora più pericoloso di quello proveniente dal medio oriente. A colpire in Burkina Faso è stato un gruppo composto da miliziani locali, mentre a Barcellona è probabile l’azione di una cellula di origine magrebina: dal Marocco fino al profondo Sahel, l’islamismo sembra essersi sempre più radicato ed appare più minaccioso rispetto agli anni passati.

Il commando terroristico che ha seminato morte nel centro di Ouagadougou

La capitale burkinabé è tornata a vivere l’incubo di un attentato terroristico a distanza di un anno e mezzo dal gennaio 2016, quando altri luoghi turistici e ristoranti sono stati attaccati da uomini collegabili a gruppi locali affiliati ad Al Qaeda; in quell’occasione, è stato effettuato un triplice attacco contro altrettanti obiettivi frequentati soprattutto da stranieri, provocando trenta morti. L’azione di domenica è apparsa molto simile, con un commando entrato in azione all’interno del ristorante turco situato nella Kwame Nkrumah Avenue, zona centrale di Ouagadougou, facendo fuoco tra i cittadini presenti al suo interno; tra le vittime, anche una coppia canadese fresca di matrimonio, un francese, un turco ed un libanese. Al momento non sembra esserci in questa occasione lo zampino dell’ISIS: il califfato infatti, nel Sahel non avrebbe molti adepti visto che la capacità di reclutamento di jihadisti è in gran parte ancora affidata ai gruppi vicini ad Al Qaeda; in Burkina Faso come in Mali, in Mauritania come in Ciad, l’islamismo sub Sahariano ha ancora l’impronta della rete del terrore fondata da Bin Laden.





Sono diversi i gruppi che hanno agito nella regione a partire dagli anni 2000, per poi intensificare le proprie azioni criminali subito dopo il 2011 soprattutto in Mali, lì dove nel nord del paese era stato creato un califfato che per diversi mesi aveva messo sotto scacco sia le autorità centrali di Bamako che i gruppi tuareg presenti nella zona. Oggi quel califfato non c’è più, ma i terroristi fanno ancora paura: nonostante l’intervento francese infatti, voluto tra il 2013 ed il 2014 da Hollande, le milizie jihadiste sono rimaste ben radicate nei vasti territori dominati dalle dune delle sponde meridionali del deserto del Sahara e, tra il 2015 ed il 2016, le azioni hanno messo nel mirino soprattutto lo stesso Mali ed il Burkina Faso; a Bamako, nel novembre 2015 e con ancora negli occhi di molti l’impressione per gli attentati di Parigi, presso l’hotel Radisson Blu l’azione di un commando jihadista ha provocato 21 morti, mentre altri attacchi sono stati perpetuati sempre nel paese nei mesi successivi, l’ultimo lo scorso 18 giugno ancora una volta in una struttura alberghiera della capitale.

Il pericolo che proviene dall’Africa

La storia di Al Qaeda e dell’islamismo in Africa ha origini molto remote, non a caso già nei primi anni 90 l’Algeria ha dovuto fare i conti con l’insurrezione dei gruppi integralisti che hanno provocato la guerra civile chiusasi soltanto nel 1998; proprio dal più grande paese arabo, proviene colui che è stato denominato negli anni il ‘Bin Laden africano’, ossia Mokhtar Belmokhtar: nipote di un combattente anti francese durante la guerra d’indipendenza svolta a cavallo tra gli anni 50 e 60, Belmokhtar partecipa con un suo gruppo islamista nel conflitto civile algerino, prima di avventurarsi nei campi d’addestramento di Al Qaeda in Afghanistan nel 1993, lì dove un’esplosione gli procura la perdita di un occhio. E’ stato lui a fondare negli anni 2000 il gruppo ‘AQMI’ (Al Qaeda nel Magreb Islamico), sigla che da subito ha costituito un autentico spauracchio per i governi della zona e che ha rappresentato un punto di riferimento per gli aspiranti jihadisti magrebini e del Sahel.

Il terrorismo africano in quegli anni però appare ‘secondario’: l’11 settembre, le guerre in Afghanistan ed Iraq, gli attentati di Londra del 2005 compiuti da cittadini originari del Pakistan, la nazionalità saudita di Osama Bin Laden, hanno proiettato l’attenzione mediatica verso il medio oriente pur tuttavia anche nel cuore del Sahel i gruppi islamisti sono diventati con il passare del tempo sempre più pericolosi; Mokhtar Belmokhtar è quindi diventato tra i principali ricercati a livello internazionale, con una taglia milionaria che ancora oggi pende sulla sua testa. La povertà dilagante, il ‘buco nero’ lasciato in Libia dalla caduta di Gheddafi, le frontiere sempre più porose degli stati sub Sahariani, hanno permesso il radicamento dal Marocco fino alla Nigeria dell’islamismo più radicale, fino al ‘salto di qualità’ effettuato poi con la guerra in Mali nel 2012 e con gli attacchi contro le principali capitali dei vari paesi in questione.

La nascita del gruppo ‘Al Murabitum’ ed il dilagare dell’estremismo nel continente nero

Mokhtar Belmokhtar, secondo molte fonti d’intelligenze, sarebbe ad oggi soltanto il leader più carismatico ma meno operativo della galassia jihadista nordafricana: dato per malato, anche se ancora in vita, l’algerino è stato descritto lo scorso 26 luglio dal quotidiano spagnolo ‘El Confidencial’ come un ‘leader isolato’, citando fonti mauritane e del Mali; al suo posto, vi sarebbe il suo delfino Abderrahmane Al-Sanhaji. Ma in realtà il gruppo AQMI è già stato abbandonato da tempo, fuso con altre sigle della regione per creare la milizia ‘Al Murabitum’, con chiaro riferimento alla dinastia berbera degli Almoravidi; il gruppo sarebbe dietro le ultime azioni in Mali e nel Burkina Faso ma, soprattutto, è artefice di una vera e propria ‘scalata’ del terrorismo africano in ambito internazionale. E’ nell’altra sponda del Mediterraneo quindi che la lotta all’estremismo potrebbe intensificarsi già nei prossimi mesi: non solo la nascita di Al Murabitum, ma anche una crescente influenza dell’integralismo in molte regioni povere della zona e quel porto franco per gli estremisti che è rappresentato attualmente dalla Libia, vera e propria terra di nessuno in alcune delle sue più remote province.

Gli indizi provenienti dagli attentati in Europa ed in Africa effettuati tra il 2016 ed il 2017 parlano molto chiaro: se l’attacco a Parigi ed a Bruxelles è stato effettuato da cellule che hanno avuto esperienze in Siria ed all’interno del califfato islamico in Mesopotamia, a Manchester l’attentatore era di origine libica, così come a Nizza l’autore del primo atto terroristico effettuato con un tir lanciato sulla folla aveva origine tunisina. Ma non solo: l’attacco a Barcellona, effettuato secondo le prime ipotesi da una cellula marocchina, ha avuto luogo in una Spagna in cui da anni l’islamismo radicale proveniente dal Magreb ha messo piede e si è ramificato in molte metropoli della penisola iberica. Da Ouagadougou a Barcellona, passando per quanto accaduto negli ultimi mesi in Europa e nel Sahel: il terrorismo africano sembra alzare il tiro, di pari passo con la progressiva fine dell’esperienza del califfato islamico tra Siria ed Iraq; né per l’Europa e né tanto meno per l’Italia questa rappresenta una buona notizia.  

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