Il Califfato è collassato in Medio Oriente, sconfitto dalle Forze democratiche siriane (Sdf) e dai loro alleati occidentali. Da allora, l’Isis ha lavorato strenuamente per tornare alla ribalta sulla scena internazionale.
La recente apparizione in video di Abu Bakr Al-Baghdadi – per la prima volta dopo la proclamazione della nascita dello Stato islamico in Siria e in Iraq nel 2014 – mostra come l’organizzazione terroristica non abbia alcuna intenzione di rimanere nell’ombra, cercando, al contrario, di adattarsi ai cambiamenti cui è stata obbligata.
La nuova campagna mediatica
La ferita inferta dalla definitiva perdita dei territori del Califfato ha costretto l’Isis a cambiare strategia mediatica, focalizzandosi non più sulla conquista di nuovi territori, ma sulla vendetta per la caduta dello Stato islamico e dei suoi militanti uccisi in battaglia.
Il mese scorso, l’organizzazione ha inaugurato una nuova campagna, chiamata “Vendetta per lo Sham”. Uno slogan efficace, dotato di grafica dedicata e inserito in tutti i comunicati dell’Isis che rivendicano un qualsiasi attacco nel mondo a partire dal 9 aprile, cioè a pochi giorni di distanza dalla caduta di Baghouz, ultima roccaforte del califfato.
Non fa eccezione l’attentato che ha colpito lo Sri Lanka nel giorno di Pasqua; una macabra dimostrazione di come la rete globale dello Stato islamico stia reagendo alle perdite subite in Siria e in Iraq, trasformandosi da gruppo territoriale a sponsor del terrorismo internazionale.
Oltre a diffondere il suo messaggio per attrarre sempre nuovi seguaci, l’Isis sembrerebbe impegnato a “rubare” i membri di altri gruppi estremisti già presenti in loco o ad affiliarsi ai gruppi stessi. Un esempio di questa tattica è la riorganizzazione dei combattenti di Al-Shabaab all’intero della wilayat dell’Africa orientale.
Anche in Asia, l’Isis sembrerebbe aver adottato lo stesso schema. Nelle Filippine ha riunito i militanti di Abu Sayaaf all’interno della wilayat dell’Asia orientale, mentre in Afghanistan e Pakistan ha radunato i talebani nella Provincia del Khorasan (Isk), in cambio di finanziamenti, addestramento e pubblicità.
L’Asia è il nuovo fronte dell’Isis?
L’Asia orientale potrebbe rappresentare il nuovo fronte dello Stato islamico, costituendo un terreno fertile per la rinascita dell’organizzazione. Alcuni fattori, in particolare, renderebbero questo territorio maggiormente sensibile alla seduzione jihadista: povertà, discriminazione, radicalizzazione attraverso i social media, governi deboli e scarsa raccolta e condivisione dei dati di intelligence.
Povertà e senso di discriminazione, in particolare, “sono elementi forti che spingono le persone a cercare un’alternativa nelle ideologie”, come quella dell’Isis, spiega Sidney Jones, direttrice dell’Institute for Policy Analysis of Conflict (Ipac).
Non solo: tradizionalmente, in Bangladesh e Indonesia, le forme moderate di Islam sono state erose dall’influenza degli estremisti, che diffondevano le loro idee online. Il Bangladesh, in particolare, sarebbe particolarmente vulnerabile, secondo quanto riferito da Mubashar Hasan, dell’università di Oslo. “Con l’aumento degli utenti di internet e delle persone che possiedono un cellulare” – spiega Hasan – “sempre più persone sono connesse e le cattive idee dell’Isis possono facilitare il processo di radicalizzazione”.
In questi Paesi, la minaccia arriverebbe dalle cellule che, “in linea di massima, si riuniscono senza avere grande formazione, indottrinamento, armi o esperienza” – afferma sempre Jones dell’Institute for Policy Analysis of Conflict (Ipac). “Tuttavia, quello che di sicuro non manca loro è il desiderio di essere riconosciute”. Il pericolo, dunque, è che “con una leadership migliore, queste cellule affiliate all’Isis possano provocare gravi danni”.
Il ritorno dei jihadisti
Da non sottovalutare, infine, è il rientro in patria di molti combattenti dell’Isis provenienti da Paesi asiatici i quali, verosimilmente, una volta tornati a casa, continueranno la battaglia dell’organizzazione terroristica a livello locale.
Secondo il Centro internazionale per lo studio della radicalizzazione (Icsr) del King’s College di Londra, 800 militanti dell’Isis sarebbero partiti dall’Indonesia, 150 dalla Malesia, 100 dalle Filippine e 40 dal Bangladesh. Per non parlare delle Maldive, che, in proporzione alla popolazione, hanno fornito il maggior numero di reclute all’Isis.



