diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Il processo è iniziato lo scorso 8 settembre. Lui, Salah Abdeslam, contro ogni pronostico ha iniziato a parlare. Dopo cinque anni di silenzio negli interrogatori, in aula è invece costantemente un fiume in piena. Non certo per spirito di collaborazione con i giudici. Né tanto meno per mostrare pentimento per le sue azioni. Al contrario, il processo sulla strage del Bataclan e sugli attacchi terroristici che hanno insanguinato il 13 novembre 2015 la città di Parigi si è trasformato per lui, più o meno inaspettatamente, in un palcoscenico perfetto. Abdeslam, che del commando jihadista in azione nella capitale francese è stato l’unico superstite, da due mesi sta raccontando di tutto. Dal perché dell’attacco ai motivi politici dietro l’uccisione di innocenti. Fino ad arrivare, come fatto nelle ultime ore, al racconto della sua vita e del momento della sua conversione. Uno show, quello dell’islamista, forse finalizzato a fare di lui uno dei leader jihadisti in Europa. Oppure, circostanza più temuta, a lanciare precisi segnali all’esterno.

Le indagini che hanno portato al processo

Mentre Parigi piangeva ancora le 130 vittime del massacro del 13 novembre, gli inquirenti notavano che non tutti gli aspiranti kamikaze erano morti. Nella scena dell’attacco è stata accertata la presenza anche di un giovane terrorista belga, riuscito a fuggire via dalla capitale francese. Si trattava per l’appunto di Salah Abdeslam, nato nel 1989 a Molenbeek, quartiere difficile di Bruxelles e negli anni fucina di aspiranti jihadisti. Ed è proprio tra le vie di questo grande rione della periferia belga che Abdeslam è stato catturato. Era il 18 marzo 2016. L’irruzione delle forze speciali è stata fulminea, l’obiettivo era catturare il terrorista vivo. Questo perché per la prima volta in un maxi processo su attentati islamisti, uno dei protagonisti avrebbe potuto parlare e dare precise indicazioni sull’universo jihadista in Europa. Le inchieste su Abdeslam hanno accertato connivenze e complicità da parte di un nutrito gruppo di persone a lui vicine. Grazie a questa rete il terrorista belga è potuto andare via da Parigi poche ore dopo gli attentati ed ha potuto gestire per diversi mesi una difficile latitanza.

Le indagini sulla strage sono durate a lungo e in parte ancora non sono terminate. Secondo gli inquirenti, ad agire è stata una cellula dell’Isis dispiegata tra la Francia e il Belgio. La regia degli attacchi è stata considerata in mano ad Abdelhamid Abaaoud, altro terrorista belga. Quest’ultimo è stato ucciso in un raid portato avanti dalla polizia francese il 19 novembre 2015. I rapporti dei servizi di intelligence hanno descritto Abaaoud come una personalità carismatica, in grado di fare proseliti nel mondo islamista. E sarebbe stato proprio lui infatti a spingere verso la guerra santa Salah Abdeslam, conosciuto in carcere nel 2010 mentre entrambi erano detenuti per reati minori. Dopo cinque anni di inchieste, l’8 settembre scorso è scattato il maxi processo al terrorista sopravvissuto la notte del Bataclan e a 14 presunti suoi fiancheggiatori. Un’occasione per la Francia di guardare in faccia i carnefici e fare i conti con la realtà.

“Abbiamo agito in nome di siriani e iracheni”

Prima del processo forse nemmeno gli stessi carcerieri conoscevano la sua voce. Ma una volta in aula Salah Abdeslam ha iniziato a parlare. In primo luogo ha rivendicato la sua azione. “Sono un combattente islamico”, ha dichiarato il belga quando il giudice formalmente gli ha chiesto la sua professione. In aula Abdeslam, che adesso ha 32 anni, si è presentato vestito di nero. Ha un fisico ben allenato, dal carcere in cui è detenuto hanno fatto sapere ai media francesi che quando non prega pensa soltanto a fare allenamenti. “Siamo degli esseri umani, ci trattate come dei cani”, ha poi rimarcato il terrorista al giudice. In aula erano presenti molti parenti delle vittime. In totale sono 1.800 le parti civili. Alcuni hanno inveito contro Abdeslam. Lui però non ha fatto una piega, né ha mostrato pentimento. “Abbiamo colpito la popolazione, ma non c’era nulla di personale – è il contenuto più significativo di una delle sue dichiarazioni fiume – Ha sbagliato Hollande: sapeva che la sua decisione di partecipare all’intervento militare avrebbe portato francesi incontro alla morte”.

Una rivendicazione in pieno stile. Proseguita anche nella seconda udienza. “Abbiamo agito – ha continuato – in nome dei cittadini siriani e iracheni. La nostra è stata una reazione ai bombardamenti francesi e americani. Le vittime in Siria e Iraq potranno parlare?” Più che una dichiarazione, è sembrato un vero e proprio manifesto politico. E anche un modo forse per accrescere la sua popolarità negli ambienti jihadisti.

“Vivevo da occidentale, da libertino”

La vera domanda adesso è chiedersi come mai Abdeslam abbia deciso di trasformare un maxi processo in un palcoscenico a sua disposizione. La mente va al recente caso di Anders Breivik, il terrorista norvegese autore della strage di Utoya del luglio 2011. Anche se in un contesto del tutto differente dal mondo jihadista, l’assonanza è possibile vederla nell’uso del processo come sede di rivendicazione politica e base di propaganda delle proprie idee. L’islamista belga vuole quindi accreditarsi come figura di riferimento della galassia islamista europea? Difficile al momento da dire. Tra gli inquirenti c’è chi sospetta che dietro la sua strategia difensiva non ci sia solo mera ambizione personale o propagandistica ma, al contrario, anche la volontà di lanciare precisi segnali all’esterno.

Intanto nella prima udienza di novembre, Abdeslam si è lasciato andare anche a toni quasi autobiografici. “Ero un tipo calmo, servizievole – ha dichiarato al giudice con riferimento al periodo antecedente alla sua adesione all’Islam radicale – ero amato dagli insegnanti. Vivevo impregnato dai valori occidentali, vivevo per come mi avete insegnato voi”. Poi è arrivato l’odio verso questa vita e verso l’occidente. “Vivere da occidentale – ha infatti proseguito – vuol dire vivere da libertini. Vivere da libertino vuol dire vivere senza preoccuparsi di Dio, fare ciò che si vuole, mangiare ciò che si vuole, bere ciò che si vuole”.