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Si sono ritrovati silenziosamente, alcuni piangendo lacrime di rabbia e dolore, alcuni tenendo duro, a Aza Street, a Gerusalemme, vicino alla casa del primo ministro Benjamin Netanyahu. Sono i famigliari degli ostaggi ancora in mano ad Hamas un anno dopo gli attentati che hanno aperto l’anno più lungo del Medio Oriente. Su 251 ostaggi catturati da Hamas, quel giorno, 97 sono ritenuti “dispersi” da Israele. L’esercito ritiene che 33 di questi possano esser morti, aggiungendosi ai 37 deceduti di cui si è recuperato il corpo. Restano 64 prigionieri: 64 esistenze sospese dal giorno dell’assalto di Hamas che ha bucato le difese israeliane.



La protesta dei parenti degli ostaggi

Ad Aza Street, alle 6:29, orario in cui un anno fa iniziò l’incursione, erano in un piccolo, ma significativo gruppo: “Almeno 20 familiari di ostaggi ancora detenuti a Gaza erano presenti all’incontro di prima mattina“, ha scritto il Times of Israel, “tra cui i genitori dell’ostaggio Naama Levy, un soldato di sorveglianza; la famiglia di Ofer Calderon, rapito dal kibbutz Nir Oz; la figlia di Ohad Ben Ami del kibbutz Be’eri; la figlia di Keith Siegel; il fratello e il padre dell’ostaggio Matan Angrest, un soldato preso in ostaggio dal suo carro armato; e i genitori di Omer Wenkert, rapito dal festival Nova”, il famigerato rave nel deserto in cui si è consumata la parte peggiore della mattanza di 1.200 civili da parte dei terroristi.

Venti persone che amplificano il messaggio portato in piazza, più volte, da centinaia di migliaia di israeliani, per i quali la guerra a Gaza è innanzitutto una guerra per salvare gli ostaggi. I 64 rimasti dei 251 rapiti di un anno fa (117 sono tornati a casa), a cui se ne aggiungono quattro in custodia di Hamas dai tempi della guerra del 2014. La presa di ostaggi è una forma antica, tribale di guerra. Per Hamas è la vendetta per la scure della giustizia penale israeliana, che adotta il pugno duro contro i palestinesi e ha imprigionato per motivi politici almeno 5.200 di essi. Per il diritto internazionale la legge del taglione resta un crimine di guerra e in tempi di crescente disumanità e oscurità chi analizza le dinamiche globali è tenuto a ribadirlo.

Gli ostaggi nella morsa di Hamas e estremisti

Non esisteva alcun diritto in capo ad Hamas, che non rappresenta (e lo ha messo nero su bianco a Pechino in un accordo con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) la Palestina in quanto tale di aggredire, uccidere e rapire civili israeliani innocenti così come, chiaramente, non esiste alcun diritto in capo a Tel Aviv di vendicare morti e rapiti con l’idea della punizione collettiva e l’immane strage dell’ultimo anno. La detenzione di ostaggi in mano ad Hamas è stata, è, resterà inaccettabile. Ma questo non deve far venire meno un giudizio politico sulla risposta del governo israeliano e sulla presa di consapevolezza che, contrariamente alle dichiarazioni, il ritorno a casa degli ostaggi non è oggi, e forse non è mai stata, una delle priorità del governo Netanyahu.


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Non lo vogliono i falchi di estrema destra: la cattura e la detenzione degli ostaggi, per Itamar Ben-Gvir e sodali, è ai loro occhi una conferma del fatto che con i palestinesi non si può e non si deve scendere a compromessi. E sostanzialmente non sembra accelerare su questo fronte nemmeno Bibi, che preso dalla foga tattica di aprire più fronti non esplicita, o forse cela volutamente, il fine della guerra a Gaza. Il cui obiettivo non è più la liberazione degli ostaggi, non è (o non prioritariamente) la sconfitta di Hamas, ma è più ampio: l’obliterazione definitiva di Gaza e della prospettiva di uno Stato palestinese.

La posizione dei leader

Liberare gli ostaggi fermerebbe questo disegno: per questo motivo politico la società israeliana si è spesso schierata duramente contro Netanyahu sul caso e per il medesimo principio la stampa più critica della condotta della guerra, a partire da Haaretz, ragiona del ritorno a casa dei prigionieri come via maestra per la pace.

Lo hanno capito, fin da inizio guerra, quei leader globali che fin dalle prime battute hanno connesso i temi della fine della violenza sui civili a Gaza, del cessate il fuoco e del ritorno a casa degli ostaggi come interdipendenti tra loro. All’inizio erano pochi, tra cui Papa Francesco e Pedro Sanchez, poi ci sono arrivati tutti: il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron, la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. Tutti, ad oggi, meno Netanyahu e i vertici di Hamas. Per i quali una trattativa, avente al centro anche l’uscita degli ostaggi superstiti da Gaza, non è più concepibile. E una volta di più, tra i prigionieri nelle mani dei jihadisti e i civili gazawi che soffrono sotto le bombe, a perdere in questo braccio di ferro sono gli innocenti.

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