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Terrorismo

Marocco, la lotta al terrore

Sono oltre 1600 i marocchini che combattono con lo Stato islamico in Siria e in Iraq. Di questi, almeno 553 sarebbero morti in battaglia. I numeri sono stati diffusi ieri dal direttore della polizia giudiziaria marocchina, Al Wali al Dakhisi,...

Sono oltre 1600 i marocchini che combattono con lo Stato islamico in Siria e in Iraq. Di questi, almeno 553 sarebbero morti in battaglia. I numeri sono stati diffusi ieri dal direttore della polizia giudiziaria marocchina, Al Wali al Dakhisi, nel corso di una conferenza stampa intitolata Le politiche di sicurezza e i pericoli del terrorismo in Africa.Da tempo il Marocco è impegnato nella lotta al terrore. Proprio pochi mesi prima degli attentati parigini del 13 novembre 2015, a Rabat era stato aperto il Central Bureau of Judicial Investigation, “un servizio di intelligence sul modello Fbi creato (…) per volontà del re Mohammed VI, nato dalla Direction Genérale de le Surveillance du Territoire diretta da Abdellatif Hammouchi e specializzato proprio nell’antiterrorismo”, come ha scritto Paolo Bracalini su Il Giornale. Il controspionaggio è guidato da  Abdelhak Khayam, ex capo della Brigade nationale de la policie judiciaire del Marocco. È stato proprio Rabat a mettere Parigi sulla pista di Abdelhamid Abaaoud, l’architetto delle stragi parigine.Ma non è solamente con l’antiterrorismo che il Marocco combatte i jihadisti. Lo fa cercando di arginare le frange più estremiste dell’islam. Lo scorso anno ci trovavamo in terra marocchina. Lontani dallo splendore di Casablanca e del nord del Paese. Ci trovavamo nel sud, in quello che comunemente viene chiamato Sahara occidentale, una fascia di terra contesa tra Marocco e Fronte Polisario. A Dakhla la comunità cristiana vive in piena armonia con quella musulmana. Così pure la comunità ebraica nel nord del Paese.Lo scorso gennaio il Marocco ha vietato la produzione e la vendita di burqa, l’indumento usato dalle ali più radicali dell’islam, per coprire integralmente il corpo e il volto delle donne. Nel paese nordafricano si usa solitamente l’hijab, che nasconde il capo ma lascia scoperto il viso. I motivi che hanno portato Rabat a questa decisione riguardano innanzitutto la sicurezza, come ha spiegato un alto ufficiale del Ministero degli Interni: “Diversi criminali hanno usato questo capo per mascherarsi. Per questo abbiamo deciso di metterlo al bando”.Più di 1600 volontari del jihad sono tanti. Ma sembrano molti di meno se si confrontano ai 6mila foreign fighters che hanno raggiunto le bandiere nere dalla Tunisia, culla della rivoluzione dei Gelsomini. I volontari provenienti dall’Arabia Saudita sarebbero oltre 2500. Dalla Giordana, invece, sarebbero arrivati più di 2mila terroristi.





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