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“Se stanno per combinare qualcosa, lo faranno qui”. È quasi mezzanotte, a Times Square fa freddo, molto freddo, ma in piazza ci sono almeno due milioni di newyorkesi, tutti intenti a salutare l’avvento del nuovo millennio. Tra questi c’è anche John O’Neill, responsabile dell’Fbi per l’anti terrorismo, all’altro capo del telefono c’è un suo amico, Richard Clarke, responsabile dell’anti terrorismo del National Security Council, l’organo che consiglia il presidente degli Stati Uniti in materia di sicurezza nazionale.

O’Neill è preoccupato, negli ultimi mesi i segnali non sono stati incoraggianti. Fermi e arresti di sospetti terroristi segnalavano un aumento dell’attività sul suolo americano. Poco meno di due anni prima due ambasciate statunitensi in Africa erano finte nel mirino dei terroristi e da quel momento il Bureau aveva acceso i riflettori su Osama Bin Laden.

Per il dirigente dell’Fbi non è più questione se ci sarà o meno un’attacco, ma di quando. O’Neill in realtà sbaglia solo il momento, ma non il luogo. Passano solo 15 giorni e a Los Angels atterra un volo proveniente da Bangkok. A bordo ci sono due uomini Nawaf al-Hazmi e Khaled al-Mihdhar. I due si spostano subito a San Diego e da quel momento iniziano a prendere lezioni di volo. Passano 724 giorni e i due insieme ad altri tre compagni si schiantano sul lato ovest del Pentagono uccidendo 189 persone una manciata di minuti dopo il doppio attacco al World trade center.

A vent’anni dai tragici fatti dell’11 settembre una delle cose che sconvolge ancora è l’incredibile buco dell’intelligence americana, a tutti i livelli, che permise l’operazione di Al Qaeda. Eppure quell’attacco, e quei fallimenti, hanno ancora effetti a lungo temine per gli Stati Uniti e il mondo. Come hanno dimostrato i fatti di quest’estate.

Il caotico ritiro dall’Afghanistan

L’onda lunghissima di quello choc si è vista chiaramente in quello che è successo in Afghanistan. Il ritiro americano e il collasso del neonato Stato afghano in favore del ritorno dei talebani è sembrato un enorme reset di quanto avvenuto nei primi due decenni del nuovo secolo. Il ritorno al potere degli studenti del Corano ha portato sul banco degli imputati non solo l’amministrazione Biden che ha curato la ritirata, ma altre tre amministrazioni Usa.

Le analisi piovute nell’ultimo mese hanno indagato a 360 gradi per capire le ragioni della debacle, se poteva essere evitata e come, e soprattutto le sue ripercussioni per Washington. Nei prossimi mesi questo studio continuerà e presto sarà pane per gli storici, intanto c’è uno dei protagonisti di quella stagione che non ha dubbi su come analizzare quanto successo. Per Ali Soufan, agente Fbi tra i collaboratori di O’Neill e tra i primi a trovare il collegamento tra gli attentati dell’11 settembre e Al Qaeda, ha raccontato che secondo lui la guerra in Afghanistan è stata persa già nell’autunno del 2002, un anno dopo l’inizio dell’invasione americana.

“Fu allora”, ha raccontato Soufan al tedesco De Spiegel, “che l’amministrazione Bush iniziò a spostare molte risorse importanti per prepararsi alla guerra in Iraq in un momento in cui al-Qaida e i talebani si stavano riorganizzando in Afghanistan. E questo è stato un duro colpo per qualsiasi sforzo costruttivo“.

Per l’ex Fbi spostare le risorse per un secondo fronte Mediorientale di fatto bloccò ogni tentativo di stabilizzare il Paese. Ma alla base del fallimento non ci fu solo questo: anche quella che molti hanno indicato come una totale mancanza di comprensione di cosa fosse, di cosa sia ancora oggi, l’Afghanistan. Il frutto avvelenato di una reazione violenta post attentato che molto spesso è stata senza strategia.

Lo storico Max Hastings ha scritto su Bloomberg come la reazione dell’America all’attentato sia stata scomposta e votata all’inutile show muscolare che di fatto ha finito col destabilizzare un’intera regione. Nel 2003 il giornalista americano Bob Woodward nel libro La guerra di Bush, riportò un significativo scambio tra il segretario alla difesa Donald Rumsfeld e il capo della Cia George Tenet: “Dobbiamo colpire qualcosa. Non c’è molta Al Qaeda da colpire”. Un passaggio significativo del settembre 2001 che avrebbe fatto da preludio a quando avvenuto due anni dopo con l’invasione dell’Iraq.

I “veri costi” della guerra al terrore

La risposta muscolare post 11 settembre negli anni si è rivelata costosa e disastrosa. La stabilità è stata una chimera per tutto il ventennio e giocoforza la sicurezza non è aumentata. Se è vero, come ha detto a più riprese Joe Biden, che la missione principale è stata raggiunta con l’uccisione di Bin Landen, non si può dire lo stesso per Al Qaeda. Oggi l’organizzazione principale resta svuotata e concentrata sopratutto in operazioni che si potrebbero definire di lobbing, come il lungo rapporto costruito coi talebani. Ma allo stesso tempo i rami “locali” hanno prosperato, da Al Qaeda nel Sub continente indiano, fino a quella attiva nella Penisola arabica, per non parlare delle varie derivazioni come Hurras al Din che opera in Siria o Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin nel Sahel africano.

In mezzo miliardi di dollari bruciati in operazioni militari e tentativi, vani, di nation building. Secondo una serie di stime del Watson Institute della Brown University tra il 2001 e le previsioni per il 2022 gli Usa hanno speso qualcosa come 5.800 miliardi di dollari ai quali vanno aggiunti almeno altri 2.200 per i costi di cura dei veterani da qui al 2050.

Anche i costi umani di quella “reazione” sono stati insostenibili. Oltre settemila militari tra Afghanistan e Iraq e 8 mila tra i contractors al soldo degli americani sono rimasi uccisi per non parlare delle vittime civili che hanno pagato il debito più alto. Sempre secondo la Brown University i civili che hanno perso la vita sarebbero tra i 363 e 387 mila, mentre le forze di sicurezza dei neonati stati afghani e iracheni sarebbero tra la 204 e 207 mila. I costi umani arriverebbero quindi a sfiorare il milione di vittime, tra le 987 e 923 mila.

A tutto questo va poi aggiunta l’onda lunga dei migranti. Per vent’anni i conflitti in Medio Oriente, scatenati direttamente da Washington (Afghanistan e Iraq) o appoggiati tramite proxy (Yemen, Libia e Siria) hanno creato vere e proprie bombe migratorie. È il caso ad esempio del 2015 con la rotta balcanica letteralmente esplosa con l’acuirsi della crisi siriana che ha colpito l’Europa. Per non parlare dell’onda lunga afghana e una rotta, quella che parte dal Paese, attraversa Iran e Turchia e approda in Europa che non si è mai del tutto spenta e che anzi ora può riaccendersi con stime che parlando addirittura di 1 milione di persone pronte a muoversi.

L’elaborazione del lutto

Ma gli effetti di quel 11 settembre 2001 continuano a farsi sentire anche sul suolo americano. Verso fine agosto due agenti hanno bussato alla porta della famiglia Morgan a Long Island. I due portavano una missiva a Nykiah Morgan: “Abbiamo trovato sua madre”. Dorothy Morgan lavorava come impiegata nel settore assicurativo al 94esimo piano della Torre Nord e fu tra le 2.753 vittime morte nel crollo delle torri.

Qualche settimana fa Dorothy è diventata la 1.646esima vittima identificata grazie ai test del Dna. Qualche giorno dopo è stato invece identificato il 1647esimo, un uomo di cui non si conoscono le generalità. Si tratta delle prime identificazioni dal 2019. Da oltre vent’anni i medici forensi lavorando per individuare le vittime. All’inizio, nei primi anni dopo l’attacco, le identificazioni erano centinaia all’anno, ma oggi il ritmo è rallentato e spesso non sono più di una o due l’anno.

Ancora oggi centinaia di famiglie non sanno che l’ufficio del medico legale newyorkese è ancora al lavoro. Attualmente i medici e i ricercatori sono a lavoro su 22 mila resti umani recuperati tra i rottami di Ground zero, all’appello mancano circa 1.106 vittime, il 40% di coloro che morirono a New York.

Il fumo dalla macerie del World Trade Center ritratte il 20 settembre 2001 (La Presse)

Subito dopo gli attacchi centinaia di famiglie avevano donato campioni di Dna per aiutare i ricercatori a trovare i resti dei famigliari, nella speranza di avere qualcosa da seppellire. Ma oggi, quando così tanto tempo è passato, la ricerca rischia di fare più male che bene.

La stessa Nykiah Morgan ha raccontato al New York Times di non essere sicura di volere i resti della madre: “Improvvisamente devi decidere cosa fare con una persona cara che è morta 20 anni fa. È quasi come riaprire vecchie ferite. Nel corso del tempo, ti senti come se stessi migliorando e poi dopo 20 anni devi affrontare tutto da capo”.

Nel frattempo i team che si occupano delle identificazioni sono ottimisti, negli anni le tecnologie sono migliorate e le nuove tecniche aiuteranno a velocizzare il processo. Ma non tutti verranno identificati, resterà sempre qualcuno senza nome, senza tomba. O perché i frammenti sono troppo danneggiati, o perché quei resti appartengono a chi è già stato identificato o perché i campioni per il confronto non bastano.

I processi senza fine

A riaprire vecchie ferite potrebbero essere anche i processi. Tolti gli autori dell’attacco e Osama Bin Laden, restano ancora i mandanti, le menti dell’attentato. Dopo vent’anni dall’attacco e nove dalla formalizzazione delle accuse, i processi rimango ancora in alto mare.

Solo martedì scorso Khalid Sheikh Mohammed e altri quattro imputati sono apparsi in tribunale dopo oltre un anno di stop per alcune dispute preliminari. Nonostante questo non ci sono nuove udienze all’orizzonte. La sensazione, sottolineano in tanti, è che non si voglia tendere il processo. Per Kevin Powers, esperto del Boston College e in passato consigliere del Pentagono per Guantanamo, “è importante che le persone capiscano che il sistema è impostato per fallire”.

Detenuti nel carcere di Guantanamo (La Presse)

Ed effettivamente basta vedere la storia recente del carcere per farsi un’idea: viaggiare verso l’enclave americana sull’isola di Cuba è un incubo logistico, negli anni il ricambio di giudici e avvocati è stato frequente e il sistema delle commissioni militari è stato cambiato radicalmente nel passaggio dall’amministrazione di George W. Bush e quella di Barack Obama. Il vero limite, hanno detto i vari avvocati della difesa che si sono succeduti al fianco dei sospetti di Al Qaeda detenuti, è stata la segretezza. Per anni faldoni di indagini non passavano dagli inquirenti militari ai difensori, per non parlare dei limiti durante gli interrogatorio.

Intanto le sentenze non arrivano, e con queste velocità è possibile che servano altri 10 anni per arrivare a un verdetto di primo grado. E non è detto che ci sarà mai un vero colpevole dato che forse il processo non si farà mai. Secondo molti le ombre delle torture della Cia contro i prigionieri avvenute prima dell’arrivo a Guantanamo potrebbe rendere confessioni e prove inammissibili e addirittura chiudersi con eventuali assoluzioni.

Le ultime ombre

La partita su quel giorno di settembre però non è ancora chiusa anche per un’altra ragione. Dopo 20 anni circa, ad esempio, sappiamo ancora molto poco del coinvolgimento dell’Arabia Saudita. Nei giorni scorsi Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per ordinare al dipartimento di Giustizia e altre agenzie federali di riesaminare i dossier sull’11 settembre e desecretare ciò che rimane entro sei mesi. Il boccone più ghiotto resta quello inerente all’operazione Encore dell’Fbi, l’inchiesta sulla possibile complicità di Riad negli attacchi.

Secondo l’ex agente del Bureau Danny Gonzalez i contatti tra gli attentatori e uomini vicini ai sauditi erano chiari. E questo ci riporta all’inizio della nostra storia a Nawaf al-Hazmi e Khaled al-Mihdhar. Per Gonzalez i due avevano potuto godere dell’appoggio di una rete di impiegati sauditi che li avrebbero aiutati nelle prime fasi dell’inserimento nel Paese. Sempre secondo l’ex agente Fbi se il dossier dell’Encore fosse rivelato il popolo americano avrebbe molto da imparare e soprattutto cambierebbe la comprensione pubblica dell’11 settembre.

Un paese diviso

Forse nei prossimi mesi sapremo qualcosa di più su questo ramo e soprattutto sapremo se cambierà o meno la percezione dell’America. Intanto però oltre 70 milioni di americani sono nati dopo i fatti di New York e oggi gli Usa appaiono quanto mai diversi da allora. Smaltito il senso di unità nazionale dopo l’attacco negli anni la società americana è scivolata verso la polarizzazione. Il Paese ha mostrato una crescente divisione, accelerata dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca.

Oggi democratici e repubblicani sono sempre più lontani e con loro gli elettori. Lo choc dell’11 settembre e i disastri militari degli anni successivi hanno cambiato le prospettive interne degli Stati Uniti. Una parte del Paese ha virato verso l’isolazionismo, pensiamo ad esempio all’America rurale che sicurezza, riduzione dell’immigrazione e maggiore protezione dal mondo. Un’altro frammento dell’America, invece, ha scelto una prospettiva ancora più globale, in molte città, New York in testa, ha soffiato il vento liberal di apertura e maggiore integrazione delle minoranze. Di fatto spingendo queste due Americhe in direzioni opposte.

In questo senso l’11 settembre è stato il catalizzatore perfetto per allargare la spaccatura del Paese. Paese che oggi, con il ritiro caotico dall’Afghanistan, si scopre ancora meno “eletto”, più vulnerabile. A tratti spaventato dalla potenza emergente cinese, una sensazione nuova per la superpotenza, anzi una sensazione sentita forse solo un’altra volta: alle 8:46 di una tiepida mattina di settembre.

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