Secondo quanto rivelato dal noto sito di tecnologia statunitense The Verge, la prossima settimana Facebook potrebbe annunciare che cambierà nome alla sua società principale, ovvero il gruppo che controlla sia l’omonimo social network che le controllate, WhatsApp e Instagram in primis. Il fatto che la società di Menlo Park guidata da Mark Zuckerberg possa proporre una mossa del genere apre a una serie di analisi a tutto campo sulla strutturazione dei gruppi del big tech nell’era post-pandemica.

In quest’ottica, è stato chiaramente fatto presente il diretto collegamento tra l’uscita di queste indiscrezioni e il recente caso delle accuse lanciate dall’ennesima talpa del big tech Usa, l’ex manager Frances Haugen. L’ingegnere informatico ex dipendente di Facebook ha contribuito con il trasferimento di documenti secretati ad un’inchiesta del Wall Street Journal sulle presunte responsabilità di Facebook nella creazione di algoritmi potenzialmente in grado di alimentare la rabbia sociale e di aver avuto un ruolo nel favorire l’organizzazione via social dell’assalto al Campidoglio dei sostenitori di Donald Trump del 6 gennaio scorso. Il gruppo di Mark Zuckerberg si è trovato per l’ennesima volta sotto assedio, attaccato da più parti per una presunta mancanza di coerenza nella gestione dei suoi algoritmi e si troverebbe a dover gestire un brand appesantito da diverse critiche sistemiche, che coinvolgono anche le sue due controllate, su temi che vanno dai contenuti scambiati al loro interno alla gestione della privacy.

Al contempo, però, un eventuale cambio di denominazione potrebbe anche voler significare una svolta in materia economico-industriale. Facebook insomma si potrebbe indirizzare sulla stessa strada di Google, che da diversi anni ha trasformato in Alphabet la sua controllata principale, per dimostrare in particolar modo la volontà di uscire da una dipendenza da un modello di business tradizionale legato, principalmente, alla focalizzazione dei ricavi sull’incasso pubblicitario, che rappresentavano nel 2020 l’82% degli incassi di Google e il addirittura 98% di quelli di Facebook. In quest’ottica la diversificazione di Big G è già ben più avviata.

La holding di Mountain View ha messo in atto da alcuni anni una politica “industriale” che ricorda quello dei fondi dei Paesi del Golfo che si diversificano rispetto al mondo del petrolio e che ha portato a espandere la rete di Alphabet. Essa controlla DeepMind, società attiva nel settore dell’Ia che potenzia gli algoritmi di profilazione di Big G e offre servizi alle imprese. Gestisce i fondi di venture capital e gli incubatori aziendali riuniti attorno a GV e Jigsaw che si mettono all’opera nella costruzione di start-up e società destinate a essere incorporate nel gruppo. Inoltre, promuove anche una serie di diversificazioni di business: GoogleFiber partecipa al mercato della connettività internet tradizionale, fornendo cavi in fibra ottica che mireranno a sfondare il terabit di potenza, e Alphabet è inoltre attiva nel settore della robotica con Google X, in quello dei veicoli a guida autonoma con Waymo, nel biomedicale con Verily e Calico, sue partecipate. Infine, Project Loon mira a garantire la connettività tramite palloni ad alta quota in forma alternativa all’internet via satellite.

In prospettiva, Alphabet mira a separare i destini economici del suo gruppo dalla dipendenza degli introiti del suo campione tecnologico centrale, a essere protagonista della sfida dell’innovazione di frontiera, a espandersi sulla scia di quanto fatto da Amazon verso il ruolo di vera e propria “compagnia delle Indie” contemporanea sfruttando la potenza del capitalismo delle piattaforme. Diversificare il business e slegare i brand permette anche al gruppo di dividere le sue sorti da casi come gli scandali che hanno colpito Facebook. Del resto, negli ultimi mesi il gruppo di Zuckerberg non è stato certamente a guardare. StartMag segnala in quest’ottica che il gruppo di Menlo Park ha recentemente lanciato un progetto di ampia portata “che mira a insegnare all’IA come comprendere e interagire con il mondo attraverso una prospettiva in prima persona. La maggior parte della visione artificiale è addestrata su immagini e video ripresi da una prospettiva in terza persona, ma per costruire assistenti e robot di intelligenza artificiale che possano lavorare con noi nel mondo reale, i ricercatori dovranno compilare set di dati basati su ciò che è noto come percezione egocentrica”, sfruttando la profilazione garantita dall’analisi dei dati a disposizione.

Non più solo estrattivismo delle informazioni garantite a mezzo social, dunque, ma un’espansione del core business in forma più dinamica e attenta a governare i cambiamenti dell’economia: Mark Zuckerberg, se la notizia di The Verge fosse confermata, parrebbe pronto a cogliere l’opportunità che l’evoluzione delle piattaforme tecnologiche garantisce e a mettere al sicuro il gruppo dalla dipendenza dei suoi social network. Facendo fruttare a tutto campo dati e potenza finanziaria a disposizione. Funzionerà? In un tempo in cui l’antitrust Usa guidato da Lina Khan ha il big tech nel mirino e Facebook è sotto assedio è ancora tutto da dimostrare. Ma certamente Zuckerberg è pronto a interpretare una tendenza chiara nel mondo tecnologico: l’era dei grandi gruppi centrati su un solo prodotto “core” è, nella vbreve storia del big tech, un capitolo già chiuso.

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