La vicenda che ha visto contrapporsi Apple, il governo britannico e la Casa Bianca non è solo un episodio tecnico legato alla crittografia degli iPhone. È una pagina di guerra economica a pieno titolo. Da un lato, Londra, che aveva chiesto ad Apple di aprire una “porta di accesso” segreta ai dati, nel nome della lotta al terrorismo e agli abusi sui minori. Dall’altro, Washington, che ha reagito come se la richiesta colpisse un’infrastruttura critica della sua potenza nazionale.
Il vicepresidente americano JD Vance è intervenuto in prima persona, convincendo il governo di Keir Starmer a ritirare l’iniziativa. Ufficialmente, per difendere la privacy degli utenti. Ma in realtà per proteggere un asset strategico americano: Apple. Dietro la retorica sulla libertà digitale, c’è il patriottismo economico che da sempre guida la politica industriale statunitense. Difendere il criptaggio significa difendere la fiducia globale nell’ecosistema tecnologico americano, e quindi il dominio dei GAFAM.
Per il Regno Unito, la lezione è amara. Londra voleva rafforzare la sicurezza interna, ma ha dovuto piegarsi. Persino un alleato di ferro, parte dei “Five Eyes”, non ha avuto la forza di imporre la propria linea di fronte alla pressione di Washington. E questo dimostra che la sovranità tecnologica degli Stati europei è relativa, perché le grandi piattaforme non rispondono agli Stati dove operano, ma al governo del Paese che le ha generate.
Dietro la privacy un partita di potere
Qui emerge la chiave di lettura offerta dalla Scuola di Guerra Economica di Parigi. Christian Harbulot ha spiegato più volte come l’informazione e le tecnologie di controllo dei flussi siano diventati le nuove materie prime strategiche. Chi controlla i dati controlla il potere. E in questo caso è evidente che i dati, custoditi da Apple, restano sotto la protezione del governo americano.
Ma il caso Apple-Londra mette in luce un problema più grande: l’Europa può davvero limitarsi alla sola regolamentazione? Negli ultimi anni Bruxelles ha alzato la voce con strumenti come il Digital Services Act e il Digital Markets Act. Ha inflitto multe miliardarie a Meta e ad Apple, rivendicando il diritto sovrano a regolamentare il digitale. Ma senza campioni industriali, senza un ecosistema tecnologico competitivo, il rischio è di trasformarsi in un gigante normativo ma in un nano industriale.
La guerra economica non si combatte solo con le leggi, ma con la capacità di produrre tecnologia, di innovare, di imporre standard. L’intelligence economica diventa qui fondamentale: serve per mappare le dipendenze, per anticipare le pressioni americane, per difendere gli spazi di autonomia europea.
La conclusione è chiara. La vicenda Apple dimostra che la privacy è solo il linguaggio con cui si copre una partita di potere. Gli Stati Uniti difendono Apple non perché temono per i dati dei cittadini, ma perché sanno che da quei dati dipende la loro centralità economica e politica. Per l’Europa, la scelta è inevitabile: continuare a subire o adottare un vero patriottismo economico, che unisca regolazione, intelligence e costruzione di una filiera tecnologica autonoma. Solo così il Vecchio Continente potrà smettere di essere teatro e diventare attore nella guerra economica del XXI secolo.