Il tema delle smart city sta diventando anno dopo anno più importante per capire il futuro delle città principali su scala globale e gli impatti sociali dell’attuale fase di innovazione diffusache dal campo dell’energia a quella delle abitazioni civili (domotica) sta portando graduali e inesorabili cambiamenti nella nostra quotidianità.

La questione delle città intelligenti si intreccia con diverse questioni relative all’attuale ondata di progresso tecnologico. I centri urbani del futuro potranno farsi più “smart” perché in grado di coniugare digitalizzazione dei servizi e contatto diretto dei cittadini con le amministrazioni, gli uffici pubblici, le autorità locali; l’aspettativa è che la coniugazione tra i più moderni metodi di trasmissione dati (fondate sul 5G e la tecnologia dell’internet delle cose o IoT) e la ricerca di uno stile di vita più sostenibile per quanto riguarda gli ecosistemi urbani, i trasporti e la prossimità tra cittadinanza, servizi e attività di pubblica utilità aumenti sensibilmente la qualità della vita.

L’utilizzazione di infrastrutture di rete per migliorare l’efficienza economica e politica e consentire lo sviluppo sociale, culturale e urbano è spesso ritenuta la chiave di volta per definire effettivamente una smart city, i cui modelli si vanno via via moltiplicando dalla Cina all’Europa e al Giappone. Chiaramente, l’ampiezza del concetto rende difficile indicare idealtipi su cui focalizzare una definizione univoca: la città di Southampton, nel Regno Unito, intende come perimetro della smart city tutti i servizi accessibili tramite smart card dai cittadini; in Italia Forum Pa stila annualmente una classifica delle città più “smart” valutando otto parametri, ovvero accessibilità online dei servizi pubblici, disponibilità di app di pubblica utilità, adozione delle piattaforme digitali, utilizzo dei social media, rilascio degli open data, trasparenza, implementazione di reti wi-fi pubbliche e tecnologie di rete intelligenti. La classifica ha visto per il 2020 Bologna precedere Milano e Firenze sul podio.

Tali visioni spesso eterogenee tra loro non possono fare a meno, in ogni caso, che farci riflettere su quelle che sono le problematiche che la definizione del concetto di smart city porta con sé.

In primo luogo, si pone un fondamentale tema di privacy e di gestione della sicurezza dei dati e delle informazioni sensibili dei cittadiniAxis ricorda in questo contesto una diretta proporzionalità tra l’aumento della digitalizzazione delle città e la crescita dei rischi in termini di cybersecurity: “la superficie di attacco delle infrastrutture di una Smart City sta aumentando in modo quasi esponenziale, dal momento che sempre più device vengono collegati ai sistemi urbani – il cosiddetto Internet of Things – e i sistemi che precedentemente erano separati stanno diventando integrati, anche grazie all’adozione di nuovi protocolli di comunicazione“. In questo contesto “le città continueranno a essere un obiettivo per i criminali informatici. Le tecnologie obsolete, la mancanza di una strategia di trasformazione digitale e gli scarsi controlli sui dispositivi connessi rappresentano, infatti, l’occasione perfetta per un attacco informatico”, come il recente caso di Brescia, che per un mese tra fine marzo e fine aprile ha visto i suoi servizi online depotenziati da un’azione ostile, bene insegna.

In secondo luogo, strettamente connesso al primo punto, vi è il nodo della sorveglianza. I critici della rivoluzione tecnologica in atto ritengono come possibile rischio collaterale legato al proliferare dei dispositivi interconnessi la presenza di una possibilità per autorità pubbliche o aziende private di sorvegliare in continuazione e implacabilmente i propri cittadini. O di vedere l’opera di sorveglianza compiuta, indirettamente, da potenze straniere come ha riportato il Financial Timescitando il dibattito sul proliferare delle tecnologie di sorveglianza cinesi nella capitale serba Belgrado, tema peraltro molto “caldo” anche nel nostro Paese.

Vi è poi, infine, la questione connessa all’inclusività effettiva dello sviluppo garantito dalle smart cities. I servizi connessi, le infrastrutture di mobilità sostenibile, la forte digitalizzazione che spingono le smart cities a una diffusione sempre più pervasiva hanno, al tempo stesso, un impatto non irrilevante in termini di influenza sui costi dei servizi forniti, degli ambienti urbani, della vita stessa. In sostanza, le smart city, in nome della loro sostenibilità e “leggerezza”, rischiano di trasformarsi in cerchie altamente esclusive. Vere e proprie gated communities aventi alla loro periferia spazi urbani meno “innovati” o destinati ad essere sconvolti dalle nuove dinamiche. Un po’ come accaduto con i fenomeni di gentryfication che hanno contraddistinto svariate metropoli occidentali negli ultimi decenni.

L’urbanistica “neoliberista” che spinge apertamente alla valorizzazione economica degli ambienti urbani, alla loro trasformazione in centri di creazione o attrazione di valore (capitale umano, imprese, investimenti) se applicata al tema delle smart city rischia di produrre effetti problematici. Candido, il romanzo distopico scritto da Guido Maria Brera e dal collettivo “I Diavoli”, lo testimonia apertamente mostrando tutte e tre le questioni citate: una città fortemente digitalizzata ma al tempo stesso sottoposta a un forte centralismo in termini di controlli e straordinariamente diseguale, divisa tra i super-ricchi dell’economia dei servizi tecnologici più avanzati e gli scartati della gig economy, come il rider che dà il nome al romanzo, rivisitazione dell’omonima opera di Voltaire in chiave contemporanea. L’innovazione tecnologica non è sempre garanzia di innovazione sociale: perché così sia, va messa pienamente al servizio dell’uomo, sia nella sua accezione di lavoratore che, prima di tutto, di cittadino. E per esser veramente “smart” la città del futuro non dovrà prevaricare le libertà individuali e la possibilità per chiunque di vivere al suo interno.

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