Tra tecnologia e sicurezza nazionale, la sfida cinese di Apple

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Geoeconomia e tecnologia a braccetto: la partita di Apple per accedere alla fornitura di chip di memoria prodotti da Cxmt, attore cinese tra i leader del settore nella Repubblica Popolare. Cxmt non è ufficialmente bandita o sottoposta a controlli formali stringenti, ma ha un altro freno: il Pentagono. Cxmt è inserita nella Lista della Sezione 1260H del Dipartimento della Difesa, un ormai noto elenco di compagnie indicate dal Pentagono come sospette di legami con l’Esercito Popolare di Liberazione e dunque ritenute di fatto sconvenienti quando si tratta di farci affari o di inserirle nella catena del valore per l’alta tecnologia a stelle e strisce.

Cxmt nella filiera Apple

Cxmt è stata inserita a giugno, al fianco di aziende note come Baidu, Alibaba e Byd, in una nuova infornata di 65 aziende che a Arlington definiscono potenzialmente in grado di finanziare il complesso militare-industriale di Pechino. L’inserimento non garantisce in automatico che scattino sanzioni di qualche tipo ma si innesta su un contesto critico per fare affari con queste aziende, in una nuova forma di commistione tra capitalismo tecnologico, sfera della sicurezza nazionale e perimetri del diritto che è propria di quest’epoca di grandi convulsioni strategiche.

Nel quadro della partita per la supremazia tecnologica, proxy della sfida per l’egemonia globale, Washington e Pechino non si risparmiano. E nel non risparmiarsi tracciano quelle che sono le “linee invisibili” della geopolitica, del diritto e dell’economia, per citare un libro interessante sul tema dell’avvocato Luca Picotti, faglie profonde della globalizzazione che emergono nelle partite più importanti e rimodellano i mercati e le supply chain. Tanto che perfino un colosso come Apple si trova a dover far lobbying presso la Casa Bianca e l’Amministrazione di Donald Trump per avere semaforo verde ai rapporti con Cxmt.

La sfida di Apple

Apple, nota il Financial Times, ha bisogno di forniture certe e a buon mercato di chip di memoria nel quadro di una crisi generalizzata della disponibilità e di una concentrazione della produzione in Asia, tra Cina, Giappone e Corea del Sud, dopo che la crescita dei prezzi ha portato a un rincaro dei listini dei prodotti di punta che il 25 giugno ha causato uno scossone in Borsa: “La rara decisione di Apple di aumentare i prezzi di MacBook e iPad giovedì ha bruciato 263 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato, il secondo calo giornaliero più consistente nella storia dell’azienda”, segnala il Ft, aggiungendo che da lì è emersa la volontà di mostrarsi favorevole alla riapertura dei rapporti transpacifici. Significativo, in tal senso, che Apple intenda negoziare un’operazione di mercato, almeno tale é la scelta di un fornitore sulla carta, subordinandola alle ragioni della sicurezza nazionale: chiedere, dunque, preventivamente garanzie circa la possibile continuità di una relazione industriale di fronte alle forche caudine delle possibili sanzioni o di possibili restrizioni provenienti da Washington, che a Cupertino costerebbero caro.

In tal senso, è questa la prima prova del fuoco per la leadership in Apple di John Ternus, neo-Ceo della Mela di Steve Jobs guidata fino a poche settimane fa da Tim Cook e figura specializzata nella gestione dei rapporti legati allo sviluppo dell’hardware e, dunque, delle filiere produttive concrete. Ciò passa anche per la scelta di fornitori solidi e capaci di garantire sicurezza e, ad oggi, Cxmt è considerato uno di questi. Riuscirà il mercato a districarsi tra sicurezza nazionale e nuovo bipolarismo? La partita che si gioca attorno Cupertino è dirimente per la relazione tecnologico-industriale sino-americana. E dirà molto del mondo che verrà in campo di innovazione e sviluppo di frontiera.

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