Pedro Sanchez entra a gamba tesa sui social network e anticipa la proposta del governo spagnolo per rivoluzionare l’approccio di Madrid alla loro governance e alla gestione delle piattaforme.

Il presidente socialista del governo spagnolo ha dichiarato nella giornata di ieri che Madrid proporrà delle normative per vietare l’accesso ai social network ai minori di 16 anni, vecchio cavallo di battaglia della maggioranza iberica, già promotrice di una legge per proteggere i minorenni nell’infosfera oggi in discussione alle Cortes. Inoltre, Sanchez intende sostanzialmente alzare l’asticella della responsabilità penale dei signori del digitale.

Il bando spagnolo ai social network

Come da tempo prospettato, il leader di Madrid ha chiesto che si possa imporre una responsabilità penale per i reati commessi dai sistemi di intelligenza artificiale gestiti da social come X di Elon Musk, TikTok e le piattaforme di Meta di proprietà di Mark Zuckerberg. Dal deepfake al revenge porn, sono molte le fattispecie critiche che sono emerse a livello globale per l’abuso delle IA da parte degli utenti.

Per questo si imporrà un divieto chiaro: no all’ingresso sui social prima dei 16 anni e obbligo di verifica tramite biometria o documenti di identità dell’età reale, superando la tradizionali autocertificazioni dei social. Va da sé che ciò infliggerà un colpo durissimo all’anonimato online.

Inoltre, Sanchez vorrebbe di fatto equiparare gli attori social agli editori e, riporta El Pais, “sta lavorando a una modifica alla legge affinché i dirigenti delle piattaforme siano legalmente responsabili delle violazioni che si verificano sulle loro piattaforme” e per introdurre la fattispecie di reato di manipolazione strumentale degli algoritmi. Parliamo di un’offensiva che Sanchez proponeva da tempo.

La sfida regolatoria di Sanchez

Il premier spagnolo è in testa per la sfida regolatoria contro Big Tech e aveva spesso avvertito del ruolo potenzialmente dannoso dei social per l’ordine pubblico, la corretta comunicazione, l’effettiva democraticità della vita politica.

“Il proprietario di un piccolo ristorante è responsabile se il suo cibo avvelena un cliente, il proprietario di un social network dovrebbe essere responsabile se avvelena la nostra società”, ha detto Sanchez un anno fa al forum di Davos presentando il suo manifesto contro i tecno-oligarchi.

Per Sanchez “non è per errore che i social network sono diventati un campo di battaglia”. Allora il leader di Madrid accusò i padroni del digitale di “non fermare le fake news perché sono buone per gli affari e portano più click e pubblicità” e di essere magnati che “non si accontentano di avere il potere economico, ma vogliono il potere politico in un modo che sta minando le nostre istituzioni democratiche“.

La mossa di Sanchez e l’ira di Musk

Sanchez ha applicato una visione che applica da tempo e che ha trovato spesso manifestazione anche nelle politiche europee ispirate dalla sua ex vice e attuale titolare del portafoglio della Concorrenza alla Commissione Europea, la vicepresidente Teresa Ribera, orientata a usare il peso regolatorio per convincere le piattaforme ad adattarsi per non perdere ricchi mercati come quello spagnolo.

Il premier iberico è stato attaccato da Musk, che lo ha definito su X un “fascista totalitario” (per l’uomo più ricco del mondo, invece, Adolf Hitler era un “comunista”) segnalando il peso che la regolamentazione spagnola impone sul più noto e influente dei tecno-miliardari padroni delle piattaforme.

La mossa arriva dopo un mese di contenzioso tra Europa e Stati Uniti sul tema politico e dopo l’emersione di dibattiti sull’influenza statunitense oltre Atlantico. Sanchez lancia la volata, ma la sfida europea è chiara: il vassallaggio tecnologico dall’America permane e i social Usa restano i padroni dell’immaginario culturale, sociale e politico, così come le tecnologie a stelle e strisce impongono vincoli di dipendenza al Vecchio Continente. Sanchez argina il problema mirando a chiamare a responsabilità i vertici delle compagnie. Ma chiaramente si tratta di un gioco di rimessa e non della soluzione definitiva a un problema sempre più pressante.

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