Automobili, personal computer, cellulari, schede video, perfino la PlayStation 5. La crisi del mercato dei semiconduttori sta portando a una paralisi sistemica della disponibilità di diversi prodotti di largo consumo sulla scia di un’enorme asimmetria tra la crescente domanda di chip da parte di svariati comparti industriali e le difficoltà dei gruppi produttori a star dietro a questa corsa con la dilatazione dell’offerta.

Il chipageddon ha a che fare in parte con la pandemia di Covid-19, che ha creato colli di bottiglia dirottando dapprima la domanda in maniera pressoché assoluta sul settore tecnologicoin una fase in cui a causa del confinamento fisico e del lockdown la domanda di automobili era crollata e le case automobilistiche avevano ridotto a zero i loro ordini e assistendo poi alla sommatoria tra le richieste di entrambi i comparti. Il “drenaggio” di chip compiuto nella fase di ripresa economica da parte della Cina ha mostrato tutta la fragilità della catena del valore globale di un settore che ha la produzione concentrata in pochi, ridotti centri nevralgici. Aziende come Samsung e la taiwanese Tsmc hanno un vero e proprio oligopolio di mercato.

In particolare Tsmc, definita dal Financial Timesla meno nota tra le aziende più importanti nel mondo”, padroneggia sia lo spettro completo dei microchip oggigiorno disponibili sia le dinamiche della legge di Moore che puntano a una diretta correlazione tra la sofisticatezza dei nuovi semiconduttori e la riduzione della loro dimensione. Tsmc produce circa il 30% dei chip più grandi di 130 nanometri e tra il 40 e il 65% nelle categorie di chip comprese tra il 28 e i 65 nanometri, e ora sta progettando sull’isola del Pacifico un impianto per realizzare chip da 3 nanometri utilizzabili in device di ogni tipo, dagli smartphone ai supercomputer. Tutto questo mentre, però, i veri colli di bottiglia sono nella fascia di media e grande dimensione in cui si trovano i chip di più largo e diffuso consumo.

L’automotive sta subendo danni devastanti in questo campo. Inizialmente AlixPartners ha stimato che su scala globale nel 2021 la produzione di veicoli potesse ridursi di 1,5 milioni di unità a causa della carenza di chip, ma ora gli studi di AutoForecast Solutions (Afs) hanno notevolmente peggiorato le previsioni. In questo contesto, 2,07 milioni di veicoli non sarebbero stati finora ultimati e la somma complessiva potrebbe toccare in tutto il 2021 quota 3 milioni, imponendo un nuovo anno nero alle prospettive del settore. Nella giornata del 3 maggio, per fare un esempio a noi vicino sugli impatti diretti del caos chip, lo stabilimento Fca (ex Fiat) di Melfi, in Basilicata, è stato fermato dalla casa automobilistica che ne è proprietaria e i i suoi circa 7.000 dipendenti posti in cassa integrazione fino al 10 maggio: la crisi di offerta ne ha completamente paralizzato la produzione di Jeep e Fiat 500X. E non finisce qui. Mercedes e Peugeot hanno fermato le linee. E la parallela insorgenza di una crisi nella disponibilità di gomma per pneumatici aggiunge ulteriore incertezza.

Il mondo tecnologico è stato preso in contropiede da una crisi che segnala la vulnerabilità delle catene del valore globali già tese dalla pandemia. La citata Samsung, che è al contempo tra i più grandi produttori, venditori e utilizzatori di chip al mondo, non ha potuto esimersi dal subire in prima persona gli effetti della crisi venendo costretto a rimandare l’entrata in linea del Galaxy Note a e ridimensionare anche la campagna di lancio del Galaxy S21. Tra gli appassionati di informatica, i fan del gaming e i tecnici del settore invece si discute molto della carenza di schede video, central process units (Cpu) e altre componentistiche fondamentali dei Pc, la cui disponibilità è quasi completamente azzerata. “Ci aspettiamo che la domanda continui a superare l’offerta per gran parte di quest’anno“, ha affermato il Cfo Colette Kress durante la giornata annuale degli investitori di Nvidia, tra i massimi produttori del settore, ricordando che la crisi è ben al di là dal trovare soluzione.

In questo contesto, nota Tom’s Hardware, gli operatori del mercato dei chip sono intenzionati a reagire rafforzando le prospettive della produzione, “sebbene la maggioranza delle fabbriche stia già operando oltre il 90% della capacità. Nel tentativo di ampliare ulteriormente la produzione, stanno cercando di modificare i tassi sulle macchine esistenti – cioè tentano di consegnare in anticipo l’hardware già ordinato e, successivamente, ottenere maggiori risultati dalle stesse filiere”. Produrre chip impone un processo lungo: dall’ordine di un semiconduttore alla sua consegna possono passare fino a 26 settimane (sei mesi) e la costruzione di nuove foundries è un processo complesso e che richiede importanti investimenti.

La questione sta assumendo un taglio geopolitico. La pandemia e la crisi economica ad essa associata hanno segnalato la necessità per gli Stati di controllare le fasce più strategiche della catena del valore in settori critici come quello tecnologico. Stati Uniti ed Europa hanno messo in campo piani per il reshoring e un colosso come Intel sta mettendo sul piatto 20 miliardi di dollari per costruire nuovi stabilimenti sul suolo statunitense. L’Unione Europea vuole varare una strategia da 30 miliardi di euro per creare una filiera interna al Vecchio Continente, per il quale la cancelliera tedesca Angela Merkel e le colleghe Kaja Kallas (Estonia), Sanna Marin (Finlandia) e Mette Frederiksen (Danimarca) hanno chiesto un cambio di passo sulla sovranità digitale. Puntando inoltre a costruire rapporti di mutua dipendenza con quei Paesi che è difficile sostituire in larga misura nelle filiere e valorizzando le politiche nazionali per approfondire l’utilizzo di tecnologie e brevetti a livello di applicazione materiale. L’alleanza internazionale per la tecnologia come antidoto alla competizione industriale.

In questa strategia i chip sono centrali come driver per la conquista di nuovi mercati e la risoluzione di una crisi che gli esperti prevedono si protrarrà fino al 2022. Il chipageddon svela la fragilità delle catene del valore tecnologiche globali, l’importanza del retroterra “materiale” della società digitale, le trappole del meccanismo della domanda e dell’offerta. Se ne uscirà, ma con lungaggini e problematiche che colpiranno consumi e prospettive di industrie e interi settori. L’immensamente piccolo, chip da pochi nanometri, che genera danni immensamente grandi: un effetto farfalla che sembra la versione economica della pandemia di Covid-19, a cui è strettamente correlato.