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100 miliardi di dollari di investimento per generare una leva di 500 miliardi complessivi in quattro anni nel settore dell’intelligenza artificiale, con un’alleanza tra istituzioni e grandi multinazionali del tech: il primo grande progetto del secondo mandato di Donald Trump è Stargate, un avveniristico piano per costruire un network di infrastrutture volte ad ampliare la potenza di calcolo ed elaborazione della nuova rivoluzione tecnologica.

Stargate, il Progetto Manhattan di Trump e i suoi Oppenheimer

Un vero e proprio Progetto Manhattan del XXI secolo, per la mole delle risorse coinvolte, quello annunciato da Trump martedì alla Casa Bianca assieme a Masayoshi Son, Ceo della banca giapponese SoftBank che a dicembre aveva annunciato a Mar-a-Lago 100 miliardi di investimenti negli Usa, Larry Ellison, navigato top manager di Oracle, multinazionale altamente competitiva nei settori del cloud, e Sam Altmann, alla guida di OpenAI, la multinazionale che ha lanciato ChatGpt. Tre uomini di punta del settore che, seppur meno noti dei più chiaccherati Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, non sono meno influenti nel quadro della corsa americana alle tecnologie di frontiera.

Lo Stato americano, già in campo nell’era di Joe Biden con il Chips Act e l’Inflation Reduction Act, da investitore si fa stratega e Trump mette il cappello su questo progetto che nelle intenzioni gli Stati Uniti potranno garantire spingendo su tagli fiscali, incentivi agli investimenti e logica di sistema. L’obiettivo è partire da Abilene, Texas, come sito per realizzare il primo di una serie di data center e centri di calcolo volti a potenziare la capacità generativa dell’Ia e le sue applicazioni dirompenti in campo industriale, scientifico, financo militare.

Alleanza con Big Tech, oltre i nomi tradizionali

Il progetto potrebbe saldare ulteriormente Trump e i magnati della tecnologia togliendo il focus dell’innovazione alla California roccaforte anti-repubblicana. E inoltre si presta a un’ampia lettura circa le rotte geopolitiche che la superpotenza a stelle e strisce seguirà. In primo luogo, l’asse tecnologico e finanziario tra Oracle, OpenAI e Soft Bank risponderà alla volontà di guidare la tecnologia globale propria di ogni amministrazione ma anche al proposito di Trump di fare degli States nuovamente “una nazione manifatturiera”: per realizzare i data center servirà industria ad alto valore aggiunto; serviranno laboratori, ricerca in campo di tecnologie critiche, alleanze industriali con Paesi partner.

Ci sarà bisogno di appaltatori industriali di peso: sul fronte del software e della sistemistica, scenderà in campo Microsoft; sulla fornitura delle schede grafiche, l’immancabile Nvidia sarà partner del progetto, abilitando un nuovo boom della domanda che potrebbe ripercuotersi sui nuovi impianti di produzione di chip in costruzione negli Usa e sull’asse con attori come Taiwan, Corea del Sud e Giappone. Dal Paese nipponico viene, invece, Son, investitore attivo a plasmare alleanze di sistema coi suoi investimenti, la cui vicinanza a Trump apre anche all’estensione globale delle partnership tecnologiche.

Son è un finanziere fortemente inserito nel tessuto finanziario e produttivo di due Paesi, Israele e Arabia Saudita, fondamentali per The Donald. Yossi Cohen, ex capo del Mossad, dirige le operazioni nello Stato Ebraico per SoftBank, partner della monarchia del Golfo per il progetto Saudi Vision 2030 e, nonostante diversi scivoloni negli scorsi anni per i ritardi nello sviluppo del Paese, collabora attivamente con Mohammad bin Salman e i suoi sodali. Tel Aviv e Riad intendono giocare un ruolo fondamentale negli investimenti tecnologici di domani e la presenza di Son può essere un ponte con gli States.

Stargate, la nuova alleanza tra potere e big tech

Poi, in nome della convergenza degli investimenti con Paesi amici (friend-shoring) Stargate guarderà al Golfo, e lo farà con appetito. Il fondo emiratino Mgx si unirà al progetto Stargate, che troverà convergenze anche con l’obiettivo di Hussain Sajwani, presidente del fondo Damac con sede a Dubai, di piazzare 20 miliardi di dollari nel settore americano dei data center espresso in un incontro con The Donald in Florida prima della cerimonia d’insediamento. In quest’ottica, inoltre, Trump intende mostrare il primato della politica a stelle e strisce su qualsiasi condizionamento da singoli leader tecnologici. E qua il riferimento va ovviamente a Elon Musk, non coinvolto nel processo: “Trump, consapevole della situazione, non vuole essere dipendente da un solo leader tecnologico ma vuole farli “sbranare” tra loro. Vogliono fare i “gladiatori”? Prego, procedano”, ha commentato su X Alessandro Aresu, di recente autore di Geopolitica dell’intelligenza artificiale.

Il progetto è ambizioso e la rivoluzione dell’Ia troppo importante per non far fare sistema al mondo del capitalismo tecnologico Usa. Trump, insediatosi, intende militarizzare l’industria tecnologica e plasmare una nuova “corte” di manager e imprenditori desiderosi di investire negli Usa, per gli Usa, sugli Usa in nome della prosperità e, soprattutto, della sicurezza nazionale. Una risposta all’arrembante corsa degli investimenti cinesi, alimentata da un oceano di fondi pubblici, che fa sentire al confronto inerme un’Europa che mentre l’America agiva a Davos parlava per bocca di Ursula von der Leyen della necessità di una maggiore ambizione senza dire nulla di significativo, dopo aver normato con l’AI Act una tecnologia che non ha. Ma qua siamo alle note a piè di pagina di un libro che viene scritto solo su una delle due sponde dell’Atlantico. Un indizio? Non è quella orientale…

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