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La “battagia di TikTok” si avvicina al momento clou negli Stati Uniti: venerdì la Corte Suprema deciderà sulla costituzionalità di una legge che vieterebbe l’attività del social network cinese se la società che lo controlla, ByteDance, rifiutasse di vendere il suo ramo di attività negli Usa. La Corte Suprema dovrà decidere se sono giuridicamente fondate le richieste di ByteDance di cassare la legge promossa dal Procuratore Generale uscente dell’amministrazione Biden, Merrick Garland,

Perché TikTok preoccupa gli Usa

Il Governo statunitense ha pressato dai tempi della prima amministrazione di Donald Trump la società cinese, temendo che la base dati a disposizione di TikTok possa alimentare server nella Repubblica Popolare e alzando l’ansia da sicurezza nazionale su questo fronte tecnologico. In particolare, il fatto che un’applicazione usata da 170 milioni di cittadini americani sfugga al controllo della superpotenza è letta dagli apparati americani come una prima breccia a quella primazia di sistema che Washington non vuole cedere a Pechino.

Negli anni, TikTok è diventato un simbolo, al pari delle altre compagnie di punta della tecnologia di Pechino, prima fra tutte, Huawei, la cui influenza sulla popolazione americana, specie quella più giovane, è stata ascritta addirittura a un piano di guerra ibrida volto a sfibrare la superpotenza partendo dal condizionamento dei consumi. Qualche analista più spericolato unisce addirittura TikTok al ruolo delle Triadi cinesi nel commercio di fentanyl ipotizzando un solo masterplan cinese contro Washington. Il fatto che elementi di verità in questi discorsi non manchino, dato che la neutralità della tecnica è tutto fuorché confermata negli anni della rivoluzione digitale, è indubbio. Ma a Washington si è stati a dir poco tranchant.

TikTok e sicurezza nazionale

Per l’ex direttore dell’Fbi, Christopher Wray, TikTok era addirittura direttamente “controllata dal Governo cinese“. Ciò consentirebbe, secondo una ricerca dell’Observer Research Foundation, alle “istituzioni controllate da Pechino di influenzare il popolo americano poiché la stessa piattaforma può essere utilizzata per lanciare operazioni di spionaggio”, dato che “il rapporto annuale sulla valutazione delle minacce del direttore dell’intelligence nazionale degli Stati Uniti ha recentemente evidenziato la continua interferenza del governo cinese e i rischi di interagire con piattaforme come TikTok nella loro forma attuale”.

Questa chiave di lettura è forse radicale nella sua interpretazione, ma dà l’idea della tensione esistente nella sfera securitaria americana. Non possono essere, infatti, i semplici dati l’oggetto del contendere: dall’e-commerce alle ricerche online, sono molti i siti e le piattaforme cinesi attive negli Usa in cui gli utenti possono fornire dati poi potenzialmente soggetti alla lettura e allo screening degli apparati di Pechino. Un social network come TikTok offre un potere di condizionamento ben più ampio, dato che consente di influenzare il cuore e le menti della popolazione americana, specie la più giovane.

Sotto accusa, in particolare, la possibile conformità di TikTok alla National Intelligence Law del 2017, che imporrebbe la possibile intrusione degli apparati securitari di Pechino nei server di ByteDance. Ironia della sorte, nulla di diverso da quanto succede spesso nel rapporto tra le agenzie americane e le Big Tech, come dimostrato da un’ampia serie di casi del genere e all’interesse degli operatori americani delle infrastrutture, della tecnologia di frontiera e della finanza per le reti globali, come ben dimostrato dalle mosse italiane di gruppi come Kkr.

Politica e geopolitica delle piattaforme

Nel 2021 un interessante paper accademico della Internet Policy Review sottolineava la complessità della questione, ricordando che “la controversia su TikTok rientra in una competizione sempre più serrata tra Stati Uniti e Cina sul valore strategico dell’ambiente digitale”.

L’autrice della ricerca, Joanne E. Gray, docente al Digital Media Research Centre della Queensland University of Technology di Brisbane (Australia), notava che dopo una fase di egemonia statunitense in questa fase storica “la geopolitica dell’ambiente digitale, e più specificatamente delle piattaforme, implica una disputa su chi riesce a estrarre valore economico dall’economia delle piattaforme”. Finché si trattava del “capitalismo della sorveglianza” descritto da Shosana Zuboff nel suo omonimo libro o dell’estrattivismo delle piattaforme dai dati degli utenti a fini commerciali, Washington si curava poco delle conseguenze a tutto campo di queste problematiche: si era in un terreno di gioco disegnato dagli Stati Uniti. Unica superpotenza capace, ricordava Gray “di stabilire leggi e norme ed esercitare influenza ideologica attraverso vasti sistemi sociotecnici”.

Oggi la Cina sfida Washington, unica grande potenza a godere, si scriveva nel paper, “del potere politico strategico derivante dal controllo o dall’accesso ai dati e alle infrastrutture digitali” e del parallelo trend di influenza culturale e d’immaginario che questo comportava. TikTok, insomma, ha cambiato le carte in tavola. Portando la sfida nel quadro della sicurezza nazionale, unico in cui Washington sa di poter avere gli strumenti per contrastare le tecnologie cinesi. Ma sono il cambiamento culturale e l’accettazione del fatto che il mondo tecnologico non è più unipolare a non esser stati accettati. E l’illusione che bandendo TikTok questo processo possa essere interrotto rischia di essere solo una pia illusione per gli States.

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