SoftBank entra in Intel e lo Stato americano ci pensa: tra il fondo del magnate giapponese Masayoshi Son e l’amministrazione di Donald Trump il rapporto continua a essere di solida e virtuosa collaborazione dopo la partecipazione di SoftBank al progetto Stargate sull’intelligenza artificiale e oggi la collaborazione riguarda principalmente la spinta a sostenere la ripresa del colosso dei chip di Santa Clara.
Le mosse di Lip-Bu Tan, quelle di Son e l’Iri di Trump
Nelle scorse settimane avevamo scritto che la strategia di Intel, dopo anni disastrosi in cui era stata battuta dai big dell’Asia orientale sulla manifattura dei chip e spiazzata dalla concittadina Nvidia sulla realizzazione di schede grafiche e processori avanzati sul fronte dell’Ia, stava andando nella direzione di ammiccare alle politiche industriali della Casa Bianca e alla grande strategia di The Donald. Più manifattura negli Usa, addio ai progetti europei, focalizzazione da parte del Ceo Lip-Bu Tan a fare del gruppo un componente fondamentale della catena produttiva a stelle e strisce.
Son e il suo fondo compreranno il 2% di Intel per 2 miliardi di dollari, mentre il governo degli Stati Uniti, come confermato dal Segretario al Commercio Howard Lutnick, è pronto a offrire cinque volte tanto e prenotare una quota del 10%. Un intervento che si inserisce sul solco della decisione da parte del Pentagono di procedere all’acquisto del 15% di MP Materials, inaugurando una fase dell’apparato americano come titolare di uno “Stato imprenditore” che in Italia non può non ricordare la stagione tanto gloriosa quanto controversa dell’Istituto di Ricostruzione Industriale (Iri), attivo tra gli Anni Trenta e Novanta.
Come Washington può sbarcare in Intel
Washington entrerebbe in Intel, spiega Forbes, tramite la “conversione di fondi stanziati dal Chips and Science Act in capitale azionario” e se concretizzata “l’operazione renderebbe il governo Usa il principale azionista della società, segnando un passo significativo verso la ristrutturazione strategica del settore dei semiconduttori negli Stati Uniti”. Un progetto già indicato da Trump come strategico a fine luglio, quando lanciando la strategia Usa sull’Ia la Casa Bianca ha invitato all’uso sistemico dei fondi del Chips and Science Act, invitato i campioni della tecnologia a far squadra con le istituzioni.
La capacità di produzione di Intel, per quanto ammaccata da anni di crisi e da scelte errate del gruppo un tempo dominante nella microelettronica a stelle e strisce, è ritenuta vitale da Trump per contribuire allo sforzo di preservare la supremazia americana nella corsa all’Ia e per ridimensionare la dipendenza dall’Asia della manifattura tecnologica statunitense.
Di fronte ai progetti corposi di gruppi come la taiwanese Tsmc e Micron per espandere la produzione negli Usa, Intel ha bisogno di capitali freschi. Washington intende però garantirsi sul possibile successo dei progetti finanziati per espandere la produzione di chip e messi a terra dal gruppo di Santa Clara.
I progetti di Intel
“Intel è in lizza per sovvenzioni per un totale di 7,9 miliardi di dollari in sussidi diretti alla produzione, volti a sostenere i progetti produttivi Intel in Arizona, Ohio, Nuovo Messico e Oregon”, nota il Financial Times, aggiungendo che “un programma separato di sussidi da 3 miliardi di dollari del Dipartimento della Difesa, sempre ai sensi del Chips Act, è stato concordato all’inizio del 2024, portando i sussidi totali di Intel a circa 10,9 miliardi di dollari”. Guardacaso, il valore pressoché esatto del capitale convertibile in azioni detenute dal governo. Tutto questo in sinergia e condivisione del rischio con Masayoshi Son, uno dei magnati che maggiormente ha puntato sull’era Trump come fonte di una nuova primavera industriale per i colossi tecnologici.
Il caso Intel mostra la priorità data nei grandi investimenti dalla logica della sicurezza nazionale in campo industriale e tecnologico alle semplici dinamiche di mercato ordinarie: per gli Usa avere la manifattura tecnologica è vitale, costi quel che costi, e anche operare una scelta un-American come entrare con fondi pubblici nel capitale di un colosso come Intel è legittimo, in un contesto in cui il fine (la supremazia sulla Cina) giustifica ex ante i mezzi. Il paradigma del “capitalismo politico” oggi imperante traccia un nuovo metodo d’azione che non deve stupire.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

