“L’innovazione più significativa dell’anno nel campo della tecnologia informatica non è coincisa né con lo scintillante PowerBook G4 in titanio di Apple, né con Windows XP di Microsoft. È coincisa con il Simputer. Un computer portatile collegato alla rete e semplice da usare”.
Nel dicembre 2001, il New York Times elogiava uno strano dispositivo appena annunciato in India che, secondo lo stesso quotidiano statunitense, una volta sviluppato avrebbe portato la rivoluzione informatica nel Terzo Mondo. Spoiler: nonostante queste premesse non sarebbe mai accaduto niente del genere. Eppure, il piccolo pc indiano che nessuno (o quasi) ha mai sentito nominare è stato, a sua insaputa, il capostipite di alcune innovazioni che, qualche anno più tardi, avrebbero reso famoso l’iPhone.
Siamo all’alba del nuovo millennio. L’India è sotto i riflettori della comunità internazionale. Gli analisti ritengono che Nuova Delhi possa presto diventare il nuovo gigante mondiale dell’economia. Bangalore, una delle megalopoli più dinamiche del Paese, ribolle di idee. Il Simputer (acronimo delle parole inglesi simple e computer) nasce proprio qui.
Nelle intenzioni dei suoi creatori, l’India Institute of Science (IISC) e l’industria di software Encore, doveva essere un computer palmare tanto semplice da usare quanto economico. O, meglio ancora: avrebbe dovuto collegare l’India degli ingegneri – quella, per intenderci, minoritaria e relegata nei parchi tecnologici più all’avanguardia – con l’enorme massa formata da agricoltori e contadini – e cioè la vera spina dorsale di un Paese arretrato in lenta via di sviluppo.
Il Computer Semplice
Il Computer Semplice, nella testa del professor Vijay Chandru, dell’IISC, e di Vinay Deshpande, CEO di Encore, era stato concepito per assumere i connotati di un dispositivo alla portata di qualsiasi abitante di un comune villaggio dell’India. Doveva quindi essere a prova di analfabetismo tecnologico, ma soprattutto mega economico.
Il prezzo iniziale previsto era di 320 dollari, che sarebbe poi sceso a circa 190 in fase di produzione di massa. Il Simputer era inoltre stato concepito per funzionare con un software open source (Linux) e utilizzare uno specifico inserto che avrebbe consentito al dispositivo di essere utilizzato, in momenti differenti, da molte persone diverse, all’interno della stessa organizzazione di villaggio o comunità. Bastava che ciascuno utilizzasse la propria smart card (costo: circa 4 dollari).
L’idea, in altre parole, era quella di portare un pc del genere in ogni centro rurale dell’India, così da offrire ai meno abbienti l’opportunità di stringere tra le mani un computer. L’obiettivo? Colmare il divario digitale dell’India, portando la potenza dell’informatica nelle mani dell’uomo comune.
La produzione pilota è iniziata nel settembre 2002. Due anni più tardi, nel 2004, il Simputer era in commercio. Assomigliava ad una specie di computer palmare (però più potente) e si poteva comodamente tenere in mano. Funzionava senza tastiera, attraverso il tatto (aveva uno schermo a sfioramento), il suono e semplici icone visive. Poteva tradurre i siti web in lingua inglese nelle lingue indiane locali e leggere i contenuti ad alta voce agli utenti analfabeti.
Dal punto di vista tecnico era leggero, a basso consumo energetico (era progettato per funzionare sia con l’alimentazione di rete che con quella di batterie AAA ricaricabili), di facile manutenzione e tollerante alle condizioni meteorologiche indiane. Ciascun utente poteva inserire una smart card personale – contente i propri dati – in uno slot del Simputer. Il gioco era fatto.
Un’occasione persa
L’hype che il Simputer era riuscito a scatenare oltre i confini indiani era spaventosa. “Questa è l’informatica come sarebbe apparsa se Gandhi l’avesse inventata e poi avesse usato Steve Jobs per la sua campagna pubblicitaria”, scriveva entusiasta il NYT.
Il Computer Semplice, del resto, presentava caratteristiche interessanti per l’epoca nella quale era stato concepito. L’accelerometro permetteva di muovere la mano per spostare le pagine, zoomare o invertire lo schermo. Fino a quel momento una funzione del genere non era presente in nessun dispositivo portatile (sarebbe diventata comune dopo il lancio di iPhone). Il Simputer era abilitato all’e-commerce, aveva uno stilo in dotazione e consentiva poi di scrivere le e-mail a mano, con una tastierina virtuale, senza l’ausilio di una tastiera fisica (anche questo non si era mai stato visto prima in un dispositivo portatile).
Ok, la storia di successo di questo pc finisce qui. Il team che aveva sviluppato l’idea del Simputer creò una società chiamata PicoPeta Simputers Private Limited per produrre il dispositivo, ma nessuno degli ideatori aveva esperienza di marketing, né una strategia su come commercializzare il prodotto. La catena di approvvigionamento indiana non era inoltre pronta a sostenere la diffusione di oggetto simile.
Come se non bastasse, i venture capitalist e le istituzioni finanziarie credevano – e continuano a credere in realtà ancora adesso – che l’India fosse un Paese di software e non di hardware. Emersero alcuni problemi di finanziamento. Non solo: il Simputer, che nasceva come un computer per ridurre il divario digitale e consentire a chiunque, nei Paesi sottosviluppati, di poter usare un pc, è sempre stato pubblicizzato come “il computer per i poveri”. Il suo punto di forza si era insomma trasformato in uno stigma.
Le ragioni del fallimento
Risultato: il Computer Semplice non riuscì a trovare un mercato adeguato in patria nonostante fosse fatto su misura per l’India. Perché? Ci sono varie ragioni. Il governo e le autorità non hanno mai contattato PicoPeta per ordini consistenti. I critici, di pari passo, non capivano perché mai le autorità di un Paese del Terzo Mondo avrebbero dovuto investire denaro per consentire ai propri cittadini di usare un pc, quando quegli stessi governi non potevano neppure offrire adeguate infrastrutture mediche e acqua potabile. In India, pensavano altri critici, date le condizioni generali sarebbe stato più utile puntare prima sulla diffusione della telefonia mobile mediante sistema UMTS, che non su un bizzarro computer per poveri.
In definitiva, il Simputer è stato costruito, è uscito e viene venduto ancora oggi. Non è tuttavia destinato ad un mercato di massa, tanto meno a compiacere i più poveri, quanto a nicchie specializzate. Gli agenti di polizia di Bangalore, ad esempio, ne usano una versione migliorata che funge da simulatore per gestire il traffico della megalopoli ed effettuare multe. Un’altra versione è stata usata a lungo dall’esercito indiano, soprattutto per i suoi carri da combattimento, mentre un’altra ancora è stata riadattata come base per creare un lettore palmare di carte di credito particolarmente apprezzato da negozi e centri commerciali.
“Hai visto che oggi tutti parlano dell’iPhone della Apple e dei sensori di movimento integrati che fanno passare l’orientamento dell’immagine da verticale a orizzontale quando inclini il telefono? Lo avevamo sviluppato noi per il Simputer”, affermava Chandru in un’intervista rilasciata nel 2011. Chissà se oggi un’idea come quella del Simputer, riferita non ad un pc ma ad altre tecnologie d’uso quotidiano, potrebbe incontrare maggiore fortuna.
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