Le Big Tech americane non potranno gestire i dati finanziari degli utenti dell’Unione Europea raccolti tramite le applicazioni digitali di pagamento. La regolamentazione comunitaria sulla condivisione dei dati finanziari e sulla regolamentazione dei sistemi di pagamento digitale, a cui Bruxelles sta lavorando, infatti, appare destinata a non consentire alle aziende tecnologiche di poter accedere ai big data generati dai consumatori del Vecchio Continente. Lo segnala il Financial Times, sottolineando come la proposta mira a escludere Meta, Apple, Amazon e Google e ha tre principali sostenitori.
Germania, Commissione, banche: scacco a Big Tech
In primo luogo, chiaramente, spinge per la mossa la Commissione Europea, al lavoro su questo nuovo processo di governance. In secondo luogo, tra i governi, è la Germania il Paese maggiormente attivo nel far lobbying su Bruxelles perché applichi questa normativa. Infine, il settore bancario sta combattendo un braccio di ferro per emancipare dagli operatori maggiori del settore tecnologico il processo gestionale di queste informazioni.
Tecnicamente stiamo parlando della discussione sull’inclusione nel regolamento Fida (Financial Information Data Access) destinato a normare il futuro processo gestionale dei dati finanziari degli utenti delle aziende che, ai sensi del Digital Markets Act, rischiano di essere definite come “gatekeeper“, cioè come controllore di piattaforme finanziarie in cui le informazioni sui sistemi di pagamento fornite dai consumatori verrebbero annacquate in un più vasto mare di big data, ampliando sproporzionatamente il potere contrattuale di questi colossi.
Come funzionerà la nuova prescrizione
Dopo mesi di tensione tra Usa e Unione Europea sulla regolamentazione dei colossi del digitale e la limitazione del mercato della Silicon Valley in ambito comunitario, questa mossa può creare attriti tra le due sponde dell’Atlantico, poche settimane dopo il raggiungimento di un accordo commerciale tra Donald Trump e Ursula von der Leyen. Washington ha incassato lo stop al pagamento in Europa della Global Minimum Tax per le multinazionali Usa e chiede più margine di manovra dalle prescrizione del Digital Services Act, accusato di poter potenzialmente generare censura ai contenuti e all’operatività delle sue aziende.
Il Digital Markets Act vieta ai conglomerati tecnologici di consolidare i dati raccolti da più piattaforme proprietarie (come possono essere WhatsApp e Facebook per Meta) a fini di profitto, regola la tutela degli utenti dalla targetizzazione eccessiva dei motori di ricerca e garantisce la privacy di fronte ai potentati tecnologici. La violazione può portare a multe fino al 10% del fatturato. E ai sensi del Dma, oggi, i sistemi di pagamento sono lasciati fuori dal perimetro di consolidamento, in un risultato ritenuto favorevole dalle banche europee, che temevano di subire concorrenza eccessiva dai big della tecnologia, e da governi come quello tedesco, che mirano a rafforzare la sovranità digitale e tecnologica dell’Europa.
Uno schiaffo a Trump?
Come nota il Financial Times, il “Parlamento europeo spera di raggiungere un accordo sul testo definitivo del regolamento questo autunno”, anche se “Trump ha ripetutamente minacciato tariffe di ritorsione contro i Paesi le cui tasse o leggi trattano ingiustamente le aziende tecnologiche statunitensi”. Bruxelles, una volta di più, prova a usare il potere della regolamentazione per dare freni di mercato ai giganti statunitensi.
Basterà? L’Ue spera di contare nel mondo tech giocando la partita del suo enorme mercato interno, a cui nessuno vuole ad oggi rinunciare. Ma mentre sul sistema dei pagamenti si preparano grandi svolte, dalle stablecoin alle monete digitali di banca centrale, sul lungo periodo non basterà normare. Servirà innovare per rendere veramente tale l’aspirazione di sovranità digitale e finanziaria. E prevenire ogni possibile “vendetta” americana.
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