Vi ricordate DeepSeek, la startup cinese che qualche mese fa ha stravolto il settore mondiale dell’intelligenza artificiale con i suoi modelli ultra economici ma allo stesso tempo in grado di competere con i sistemi della Silicon Valley pagati miliardi di dollari?
Bene, sappiate che la balenottera blu fondata da Liang Wenfeng è appena finita nel mirino degli Usa. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) statunitense ha infatti ordinato la rimozione di tutta la tecnologia Ia legata a DeepSeek dalle agenzie governative civili del Paese. Divieto assoluto anche per l’impiego di qualsiasi tecnologia sviluppata con l’ausilio dei suoi modelli di intelligenza artificiale. “I modelli di DeepSeek presentano molteplici vettori di minaccia” e un loro uso “potrebbe comportare il trasferimento di dati sensibili in Cina se utilizzati da dipendenti o fornitori del governo statunitense”, si legge nell’avviso del DHS. La restrizione, almeno per il momento, riguarda gli appalti governativi e non impone un divieto generale all’utilizzo di DeepSeek a livello privato da parte dei cittadini americani. (Leggi la nostra newsletter, InsideWeek, per approfondire questi temi e molto altro, è gratuita).
La crociata Usa contro DeepSeek
Per quale motivo gli Usa hanno avviato la crociata contro DeepSeek soltanto adesso, e cioè svariato tempo dopo il lancio e il successo su scala planetaria dei modelli di Ia realizzati dalla startup cinese?
La postura adottata dagli Stati Uniti nei confronti di Pechino è alquanto curiosa. In primis perché si materializza circa un mese dopo l’ultimo produttivo incontro tra Donald Trump e Xi Jinping e a poche settimane da un nuovo vis a vis – che forse includerà anche Vladimir Putin – in occasione dell’Apec di Shenzhen.
Considerando che l’Ia sarà uno dei temi caldi nei prossimi meeting Trump-Xi, la stretta statunitense su DeepSeek potrebbe essere stata varata nel tentativo di rafforzare la posizione negoziale di Washington. Da non sottovalutare neppure il significato politico del gesto, annunciato a una manciata di giorni dalle elezioni di medio termine, presumibilmente per accontentare l’elettorato anti cinese del tycoon.
La mossa appare in ogni caso rischiosa. Il ministero del Commercio di Pechino ha infatti subito chiesto agli Usa di revocare le “restrizioni discriminatorie”, sostenendo che una simile decisione ignora gli accordi raggiunti tra Trump e Xi.
Cina-Usa: si scalda la rivalità tecnologica
Attraverso restrizioni discriminatorie con il pretesto della sicurezza nazionale, gli Stati Uniti stanno cercando di reprimere e contenere la Cina, ha spiegato lo stesso ministero cinese del Commercio in un comunicato aggiungendo che “la Cina monitorerà attentamente la situazione e adotterà tutte le misure necessarie per difendere con fermezza i suoi legittimi diritti e interessi“.
Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino ha aggiunto che il governo cinese “tutelerà con fermezza i diritti e gli interessi legittimi delle aziende” del Paese e ha avvertito di possibili ritorsioni. Un avviso, quello del Dragone, che Washington farebbe bene a non prendere troppo sotto gamba.
E pensare che Trump e Xi avevano concordato, di comune accordo, di istituire un canale di comunicazione per affrontare gli incidenti legati all’intelligenza artificiale. Adesso i falchi dell’amministrazione Trump hanno scelto di intraprendere una strada diametralmente opposta gettando nuove incognite sui rapporti Usa-Cina.