Tutti i sogni di gloria del Giappone di tornare ad essere una potenza mondiale dei semiconduttori risiedono in Rapidus. La startup, creata nell’agosto del 2022 grazie al sostegno di otto grandi aziende giapponesi – Denso, Kioxia, MUFG Bank, NEC, NTT, SoftBank, Sony e Toyota, che ne sono anche azionisti – e supportata dallo Stato, ha il compito di tornare a far tornare a brillare il settore casalingo dei chip. Un settore tanto competitivo negli anni ’80, quando Tokyo deteneva una quota globale di circa il 50% dell’industria globale dei semiconduttori, quanto asfittico oggi, ridottosi al 10%.
Il motivo del crollo? Aspre frizioni commerciali con gli Stati Uniti, che all’epoca imposero pesanti dazi e tariffe sulle memorie dinamiche ad accesso casuale (DRAM) made in Japan, in una sorta di guerra dei chip ante litteram e pre Cina; lo scoppio della famigerata bolla speculativa nel 1992, con l’inizio di una grave crisi economica e l’impossibilità di mantenere elevati investimenti in ogni settore; l’ascesa, infine, di competitor all’avanguardia come Corea del Sud e Giappone.
“In passato, gli Stati Uniti hanno ostacolato la crescita dell’industria giapponese dei chip. Ora abbiamo il sostegno dell’America”, ha dichiarato Tetsuro Higashi, presidente di Rapidus. E non potrebbe essere altrimenti, visto che adesso il mondo ha sempre più fame di semiconduttori ultra avanzati, che la loro produzione latita e che, last but not least, Taiwan, regina indiscussa dei chip, ha il fiato della Cina sul collo.
L’anno di Rapidus
Chissà cosa avrà pensato Mr. Higashi quando, nell’estate del 2020, ricevette un’inaspettata chiamata da John E. Kelly III, un amico di lunga data e dirigente IBM. Kelly spiegò che il colosso tecnologico statunitense voleva produrre in serie i suoi chip da 2 nanometri di nuova concezione in Giappone, ma che aveva difficoltà a trovare un partner locale.
Per Tokyo era arrivato il momento di tornare sulla cresta dell’onda dei chip dopo un ventennio gettato al vento. Nel 2022 una cordata di player nipponici decide quindi di investire congiuntamente circa 48,3 milioni di dollari per fondare Rapidus, una società dedicata alla produzione di massa di semiconduttori di nuova generazione per applicazioni quali guida autonoma e intelligenza artificiale.
L’obiettivo, fissato per il 2027, consiste nello sviluppare e produrre chip con una larghezza di linea di circuito di 2 nanometri. Per capire di cosa stiamo parlando, basti pensare che un nanometro equivale ad un miliardesimo di metro, e che più piccolo è questo numero più all’avanguardia è il chip. Al momento, lo stabilimento di semiconduttori più avanzato del Paese è un impianto a 40 nanometri di proprietà di Renesas Electronics.
Rapidus sta costruendo il suo stabilimento a Chitose, nell’Hokkaido, ad una velocità disarmante, e da qui – se tutto andrà bene – mira a plasmare la tecnologia dell’intero pianeta. Lo scorso dicembre l’azienda, che continua a ricevere finanziamenti statali e pure privati, ha ricevuto la sua prima macchina litografica a ultravioletti estremi (EUV) da ASML, il principale fornitore di apparecchiature per la produzione di chip. L’installazione del dispositivo dovrebbe avvenire entro la fine di marzo e la produzione di prova a 2 nm ad aprile.
La corsa contro il tempo del Giappone
Nonostante la pioggia di denaro ricevuta e l’entusiasmo generale, il progetto di Rapidus deve fare i conti con sfide enormi. La prima riguarda ovviamente la complessità nel realizzare chip da 2 nm, i più avanzati sul mercato, seguita da un’altra incombenza non da poco: da qui ai prossimi anni serviranno ancora tanti finanziamenti. Il ministero dell’economia, del commercio e dell’industria giapponese (METI) ha stanziato 638 milioni di dollari nella sua proposta di bilancio per l’anno fiscale 2025 per supportare la startup ma la sensazione è che servirà ben altro, anche da parte degli azionisti della società.
Altro rebus non da poco: la carenza di lavoratori qualificati. Quelli impegnati in Rapidus devono infatti maneggiare materiali come il nitruro di gallio ed essere in grado di padroneggiare le tecnologie di confezionamento e di intelligenza artificiale. Peccato che, da quando il Giappone ha perso la sua leadership nella produzione di semiconduttori, il Paese non abbia più abbastanza addetti con le conoscenze necessarie per produrre chip avanzati. Sono stati inviati, in fretta e furia, centinaia di lavoratori da IBM per ricevere un’adeguata formazione, ma la Japanese Electronics and Information Technology Industries Association è stata chiara: Tokyo ha bisogno di almeno 40.000 ingegneri di semiconduttori in tempi brevissimi.
Sul mercato ci sono poi già attori affermati nel settore dei chip, come Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) e Samsung Electronics: Rapidus dovrà competere con loro e non sarà affatto facile. Certo, la startup giapponese ha dalla sua uno yen debole, che potrebbe convincere gli Stati Uniti a riversare i loro dollari all’ombra del Monte Fuji, e la volontà di Washington di diversificare i propri clienti. Il motivo? Semplice: se dovesse scoppiare un conflitto nello Stretto di Taiwan o una guerra nella penisola coreana, TSMC e Samsung potrebbero avere seri problemi.