L’industria guarda allo spazio: nasce la prima fabbrica di semiconduttori in orbita

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Negli ultimi anni i semiconduttori sono diventati uno dei principali terreni di competizione tra le grandi potenze economiche e tecnologiche: dalla crisi delle catene di approvvigionamento emersa durante il Covid-19 alle restrizioni all’export imposte dagli Stati Uniti verso la Cina, la produzione di chip è ormai riconosciuta come infrastruttura critica, al pari dell’energia o delle telecomunicazioni. In questo scenario, ogni innovazione che promette di aumentare l’efficienza, ridurre i colli di bottiglia produttivi o aggirare i limiti strutturali della manifattura terrestre assume un valore che va ben oltre la dimensione tecnologica.

È in questo contesto che si colloca il risultato annunciato da Space Forge, startup britannica fondata nel 2018, che ha prodotto per la prima volta plasma in orbita a bordo del satellite sperimentale ForgeStar-1. Si tratta di un passaggio che sposta la manifattura avanzata in un dominio finora riservato quasi esclusivamente alla ricerca scientifica pubblica. La possibilità di condurre processi produttivi complessi nello spazio apre infatti una prospettiva nuova per l’industria dei semiconduttori, tradizionalmente vincolata a impianti terrestri estremamente costosi, energivori e concentrati in poche aree del mondo.

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ForgeStar-1 e il superamento della fase sperimentale

Il satellite ForgeStar-1 è stato lanciato a giugno 2025 e, dopo mesi di test e calibrazioni, nel dicembre dello stesso anno ha attivato con successo una fornace in miniatura capace di generare plasma a temperature prossime ai 1.000 gradi Celsius. La produzione di plasma è un elemento essenziale per la crescita dei cristalli in fase gassosa, uno dei passaggi fondamentali nella realizzazione di semiconduttori avanzati. Fino a oggi, esperimenti simili erano stati condotti soltanto a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, in un contesto fortemente controllato e con finalità prevalentemente scientifiche.

Space Forge ha invece dimostrato che tali condizioni possono essere replicate e gestite su una piattaforma autonoma, commerciale e dedicata, senza il supporto diretto di infrastrutture orbitanti governative. Questo determina inevitabilmente un cambio di rotta da non sottovalutare: lo spazio non è più soltanto un laboratorio, ma inizia a configurarsi come un ambiente produttivo potenzialmente integrato nelle filiere industriali terrestri. La dimostrazione del plasma conferma che le condizioni estreme necessarie alla crescita avanzata dei cristalli possono essere create e controllate in orbita bassa, rendendo ForgeStar-1 il primo strumento commerciale a volo libero per la manifattura di semiconduttori mai operato nello spazio.

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Microgravità, materiali critici e vantaggi competitivi

Il principale vantaggio della produzione in orbita risiede nelle condizioni fisiche offerte dall’ambiente spaziale: in microgravità vengono meno fenomeni come la convezione naturale e la sedimentazione, che sulla Terra introducono imperfezioni nei cristalli durante la crescita. A questo si aggiungono un vuoto di altissima qualità, con livelli di contaminazione estremamente ridotti, e una maggiore stabilità termica. Secondo Space Forge, questi fattori consentono agli atomi di allinearsi con una precisione superiore, producendo semiconduttori con prestazioni elettriche e termiche migliori rispetto a quelli realizzati a terra.

L’azienda si concentra su materiali considerati strategici per le tecnologie emergenti, come il nitruro di gallio, il carburo di silicio, il nitruro di alluminio e il diamante sintetico: questi componenti sono già oggi fondamentali per l’elettronica di potenza, le comunicazioni avanzate, il calcolo ad alte prestazioni e le applicazioni quantistiche. Space Forge stima inoltre che l’uso di semiconduttori cresciuti in orbita potrebbe consentire una riduzione fino al 60% dei consumi energetici dei dispositivi elettronici.

Se confermato su scala industriale, questo dato avrebbe implicazioni di enorme portata non solo per l’efficienza tecnologica, ma anche per le politiche energetiche e ambientali dei Paesi più industrializzati. Il modello produttivo ipotizzato non prevede una delocalizzazione totale nello spazio, ma un sistema ibrido: i cristalli cresciuti in orbita verrebbero riportati sulla Terra e integrati nelle catene di produzione esistenti.

Una nuova dimensione industriale

Il caso Space Forge va letto anche come indicatore di una trasformazione più complessa delle dinamiche industriali globali: la possibilità di produrre materiali critici nello spazio introduce una variabile nuova nella competizione tecnologica tra Stati e blocchi economici, riducendo potenzialmente la dipendenza da territori, risorse e infrastrutture terrestri soggette a una certa instabilità. In un contesto provato da tensioni commerciali, politiche di reshoring e una maggiore attenzione alla sicurezza delle filiere, la manifattura orbitale potrebbe diventare uno strumento di resilienza strategica.

Allo stesso tempo pone domande non meno importanti sul piano normativo, ambientale e politico: dall’accesso equo allo spazio alla gestione del traffico orbitale, fino alla sostenibilità a lungo termine delle attività industriali extra-atmosferiche. L’esperimento di ForgeStar-1 non rappresenta quindi soltanto un avanzamento tecnologico, ma un segnale anticipatore di come lo spazio stia progressivamente entrando nel cuore dell’economia produttiva terrestre. Se queste tecnologie dimostreranno di essere scalabili e sostenibili, la manifattura in orbita potrebbe ridefinire i confini stessi dell’industria avanzata nel XXI secolo, trasformando lo spazio in un nuovo tema centrale delle catene globali del valore.