Dopo mesi di incubazione, è partito il progetto Stargate con cui OpenAI, il laboratorio americano creatore di ChatGpt, intende rafforzare la sua potenza di calcolo con un’iniezione di fondi garantita delle sue disponibilità e da grandi e strategici patroni dal valore complessivo di 500 miliardi di dollari.
Stargate parte, OpenAI freme, Trump spinge l’iniziativa
Il progetto, che gode della benedizione dell’amministrazione Usa di Donald Trump, mira a rafforzare le capacità statunitensi nel mercato dell’intelligenza artificiale e a rispondere alla sempre più insorgente concorrenza cinese manifestata dal ruolo attivo giocato da piattaforme come DeepSeek nell’offrire servizi di Ia scalabili, efficaci e poco costosi.
Al fianco di OpenAI si sono schierati alcuni dei nomi più nobili del sistema finanziario e tecnologico internazionale: SoftBank, il fondo del giapponese Masayoshi Son, che ha contribuito con 40 miliardi di dollari al capitale della creatura di Sam Altmann; Oracle, colosso del cloud guidato dal veterano Larry Ellison, che si è offerto di disaccoppiare OpenAI dalla tradizionale dipendenza dal suo maggior finanziatore, Microsoft; infine, Mgx, fondo sovrano di Abu Dhabi focalizzato sull’Ia.
Sono stanziati 100 miliardi di dollari per avviare il progetto e si sta avviando la prima opera legata a Stargate, un data center parzialmente costruito ad Abilene, in Texas. “Nel progetto entrerà anche il mega sviluppatore immobiliare emiratino DAMAC Properties, dato che il suo fondatore Hussain Sajwani, a inizio gennaio, a sua volta in visita a Mar-a-lago da Trump, aveva annunciato investimenti per almeno 20 miliardi di dollari in datacenter negli Usa”, nota Bebeez, sottolineando come OpenAI sia dunque ora pressata su due fronti per portare risultati.
La svolta globale di Altman
Da un lato, c’è l’elemento di competizione strategica tra gli Usa e la Cina, in cui il rafforzamento di OpenAI è funzionale all’interesse americano, e il sostegno agli investimenti dei colossi attivi negli States per rafforzare la potenza di calcolo di ChatGpt va di pari passo con un’espansione in Paesi terzi volta a controbattere la penetrazione cinese.
Nota Axios che “Chris Lehane, responsabile degli affari globali di OpenAI, ha affermato che il nuovo progetto “OpenAI for Countries”, annunciato mercoledì, mira a creare partnership con Paesi o regioni per costruire e gestire data center che forniscano versioni localizzate di ChatGPT ai loro cittadini, con particolare attenzione all’assistenza sanitaria e all’istruzione”. Una Ia che Altman e i suoi intendono mantenere “democratica”, cioè orientata a modelli Made in Usa, dovrà conquistare nuovi mercati per radicarsi.
Il dilemma sui profitti per OpenAI
Dall’altro, OpenAI ha scommesso fortemente sulla possibilità di evolvere la propria struttura aziendale da organizzazione sostanzialmente senza fini di lucro a compagnia ordinaria, che però sembra essersi incartata.
Come nota il Financial Times, la creatura di Altman, “che ha recentemente raccolto fondi per una valutazione di 260 miliardi di dollari, aveva sostenuto di aver bisogno di una struttura aziendale semplificata per attrarre maggiori investimenti. Ma i critici sostenevano che, se il consiglio di amministrazione no-profit del gruppo non avesse mantenuto il controllo, non avrebbe rispettato la sua missione fondante: garantire che l’intelligenza artificiale sia di beneficio per l’umanità“.
Altmann ha subito la sfida di Elon Musk, a lungo tra i finanziatori del gruppo di San Francisco, che ha preso posizione pubblicamente contro la proposta di svolta “for profit” dell’intero gruppo e non solo della sua sussidiaria aziendale, anche per ridimensionare la sua prospettiva di fare concorrenza a Grok, l’intelligenza artificiale di X.
Alla fine, prosegue il Ft, nella giornata di lunedì 5 maggio “OpenAI ha annunciato che avrebbe invece modificato lo status della sua controllata a scopo di lucro. Ciò significa che gli investitori dell’azienda, tra cui Microsoft, e i dipendenti deterranno quote azionarie convenzionali anziché il diritto a una quota degli utili, lasciando all’organizzazione no-profit il controllo finale” dell’attività ma riducendo la prospettiva di una svolta verso la quotazione del gruppo, che ne farebbe esplodere la valorizzazione, in virtù della sua tecnologia unica. La rivalità tra tecno-oligarchi può spingere in avanti la corsa Usa alla frontiera dell’innovazione. Ma rischia di portare alcuni campioni in un vicolo cieco. Un dato che sicuramente alla Casa Bianca peseranno con cura.
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