Risale a pochi giorni fa la pubblicazione del documento sulla Strategia italiana per l’intelligenza artificiale. Tra gli studiosi e accademici autori di questo studio di 38 pagine, che delinea le tappe di un percorso che nel breve-medio periodo dovrà portarci a saperci confrontare con player internazionali molto più avanti di noi sul tema digitale, c’è il professor Antonio Teti, componente del Comitato di Coordinamento per l’Intelligenza Artificiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e docente di IT Governance e Big Data al Dipartimento di Economia Aziendale presso l’Università degli Studi “Gabriele D’Annunzio” di Chieti. Lo abbiamo intervistato per capire qualcosa in più in merito a quello che sembra il piano per un salto a piedi pari verso il futuro.
Dalla pubblicazione del documento sulla strategia italiana sull’IA a una sua effettiva applicazione nella realtà socio-politica italiana, quanto ritiene che passerà?
Sul piano dell’attuazione di una strategia per l’adozione di piattaforme IA, l’Italia si pone tra i primi Paesi dell’UE in termini di rapidità nella comprensione di come questo fenomeno tecnologico potrà rivoluzionare le nostre esistenze. Non credo che i tempi di attuazione possano essere particolarmente lunghi, in funzione della rapidità di sviluppo e adozione di queste piattaforme, ma soprattutto per gli enormi investimenti finanziari che il settore sta attraendo a livello planetario. Bloccare o rallentare lo sviluppo delle tecnologie è un’utopia, e di conseguenza anche l’utilizzo delle stesse da parte delle masse. Secondo il rapporto rilasciato da Ital Communications-Iisfa, solo il 31% degli italiani non ha ancora usato tecnologie basate sull’IA, e parliamo di una percentuale riferibile agli ultra 54enni, ma tra loro la metà dichiara l’intenzione assoluta di adoperare sistemi di intelligenza artificiale in futuro.
A chi è rivolto in particolar modo questo documento? Chi dovrà farsi carico dell’ammodernamento del Paese?
“Il documento si basa su quattro aree tematiche: ricerca, pubblica amministrazione, imprese e formazione, che evidenziano la natura pervasiva dell’IA. Ovviamente giocano un ruolo determinante anche le piccole e medie aziende e soprattutto i cittadini, che dovranno imparare ad utilizzare questo nuovo strumento che ci accompagnerà, d’ora in avanti, nella nostra quotidianità. L’attuale Governo si sta già facendo carico di questo corposo processo di ammodernamento, e sta lavorando anche sulla realizzazione di apposito disegno di legge in materia di intelligenza artificiale. Purtuttavia, va evidenziato che per consentire il corretto uso delle piattaforme di intelligenza artificiale si rende indispensabile la completa collaborazione delle aziende interessate al loro sviluppo. In altri termini, siamo di fronte ad una sorta di rivoluzione industriale del terzo millennio, che richiede la collaborazione di tutti i protagonisti di questo processo di trasformazione socioeconomica globale”.
Le direttrici di rinnovamento individuate, come da lei sottolineato, sono 4: ricerca, pubblica amministrazione, imprese, formazione. Quale sarà, secondo lei, il settore più ostico alla trasformazione? Dove si riscontreranno le maggiori resistenze?
“A mio modesto parere sarà proprio quello della formazione. Mi spiego meglio. Nessun processo di cambiamento può realizzarsi senza un adeguato percorso di formazione che possa consentire all’individuo di comprendere come affrontare le sfide derivanti dalle innovazioni del futuro. Alla scuola, alle università e alle strutture di formazione pubbliche e private spetta tale gravoso compito. Di conseguenza si rende necessaria l’implementazione di un sistema di acculturamento nazionale ad ampio spettro che deve basarsi sul coordinamento dei diversi “attori” del settore della formazione. Solo in questo modo sarà possibile spiegare all’intera cittadinanza il corretto utilizzo di queste piattaforme e quali possono essere i rischi derivanti da un utilizzo sbagliato”.
Nel documento viene riportato che l’IA generativa potrebbe contribuire a far crescere il PIL italiano fino a un più 18,2% annuo, come?
“Anche nello studio “AI 4 Italy: Impatti e prospettive dell’Intelligenza Artificiale Generativa per l’Italia e il Made in Italy”, elaborato da The European House-Ambrosetti in collaborazione con Microsoft Italia, si ipotizza tale percentuale di incremento. L’IA Generativa avrà infatti impatti rivoluzionari e trasversali su tutti i settori e gli aspetti della nostra società, mutando radicalmente i sistemi di utilizzo delle tecnologie, ma soprattutto le modalità di consumo e produzione dei contenuti informativi. Un altro aspetto importante risiede nella capacità dell’IA generativa di fronteggiare le conseguenze negative dell’invecchiamento della popolazione. Entro il 2040 in nostro paese perderà circa 3,7 milioni di occupati. Se consideriamo che attualmente tale numero garantisce i livelli di produttività, con l’AI generativa sarà possibile mantenere invariato il medesimo livello di produttività e, di conseguenza, anche il benessere economico del paese. Va sottolineato che l’incremento del 18% della produttività può essere garantito se si sfruttano sapientemente soprattutto le potenzialità dell’IA in termini di capacità di ricerca, assimilazione e accorpamento delle informazioni finalizzate ad una rapida formulazione di analisi e previsioni in ambiti diversi. I settori della finanza, manifatturiero e sanitario rappresentano quelli più indicati per l’utilizzo dell’IA generativa. Purtuttavia, l’intelligenza artificiale generativa pone una serie di rischi sul piano etico-sociale. Certamente assisteremo alla sostituzione dell’uomo per una serie di attività lavorative e professionali, e ciò potrebbe produrre finanche delle conseguenze sul piano socio-economico. Per questo motivo è indispensabile adottare un approccio responsabile, contraddistinto da trasparenza, corretto utilizzo delle piattaforme, estrema affidabilità, sicurezza ed imparzialità”.
L’IA potrebbe migliorare il rapporto dei cittadini con le istituzioni, può quindi essere usata per far regredire quel senso di sfiducia che negli anni la popolazione ha assunto nei confronti dello Stato. A livello pratico in che modo può essere realizzato?
“Il miglioramento del rapporto cittadini/istituzioni può giungere, come ho già detto, solo come diretta conseguenza dell’innalzamento del livello di acculturamento della popolazione sull’utilizzo delle tecnologie digitali e su una maggiore digitalizzazione della PA. L’attuale Governo sta conducendo uno sforzo enorme a tal proposito, ma resta ancora molto da fare soprattutto per quanto concerne la pubblica amministrazione. Ancora oggi, i problemi di inefficienza, rigidità burocratica e contrasto alle innovazioni, rimangono i mali endemici della nostra macchina burocratica nazionale. A ciò si aggiunge il problema dell’invecchiamento del personale della PA che certamente non contribuisce ad innalzare il livello di miglioramento dei servizi al pubblico e lo snellimento delle procedure. Anche alcune norme nazionali, sempre più spesso, contribuiscono alla paralisi dei processi amministrativi. L’IA può rappresentare uno strumento formidabile per ridurre o persino eliminare tali problemi, ma solo se progettata e utilizzata in maniera corretta”.
Facendo una stima, entro quanti anni l’Italia potrà definirsi al pari dei Paesi europei sul piano della cultura digitale?
“Domanda a cui è difficile fornire anche solo una previsione. Certamente è una delle sfide più grandi che il nostro Paese sta affrontando e lo sforzo richiesto è enorme. Tuttavia confido il quello che definisco il cosiddetto “genio italico”, ovvero la capacità degli italiani di trovare soluzioni immediate a problemi inaspettati e complessi, una caratteristica che solo noi possiamo vantare di possedere”.
L’IA generativa comporta un alto rischio di omogeneizzazione culturale, ma anche alcune conferme su falsi assunti, perché e come si contrasta questo fenomeno?
“I rischi dell’IA sono molteplici. Innanzitutto partiamo dalle tecniche di autoapprendimento delle piattaforme IA, che devono basarsi su “fonti informative” affidabili. Le fonti di informazione su cui si basa un sistema di IA devono essere attendibili, verificate e correttamente descritte. Solo in questo modo sarà possibile fruire di una piattaforma versatile, scalabile, e concretamente utilizzabile. Al contrario, se la formazione della piattaforma si basa su un’attività di “scraping” ad ampio spettro della rete, è corretto attendersi una formazione condizionata da informazioni ridotte, manipolate, o completamente false. In altri termini parliamo di un sistema di IA che ingurgita anche disinformazione. Ciò produce inesorabilmente il fenomeno delle cosiddette “allucinazioni” dell’IA, ovvero la generazione di output che non sono basati sulla realtà o su verità oggettive. Ciò può produrre la diffusione di credenze che possono produrre convinzioni nell’uomo molto pericolose e soprattutto in ambiti diversi. L’IA rappresenta uno strumento dalle potenzialità straordinarie, ma sarà l’uomo, come sempre, a deciderne la tipologia di utilizzo. L’intelligenza artificiale è come un coltello, può essere utilizzato per affettare del pane o per spalmare della marmellata, ma può essere utilizzato anche per offendere. È sempre l’essere vivente a decidere del suo destino”.
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