Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Il biennio della pandemia, con la sua spinta all’accelerazione sulla digitalizzazione delle nostre società, ha portato con sé un’enfatizzazione del valore della sicurezza dei dati, della loro privacy e della loro corretta gestione da parte delle autorità pubbliche.

La “sovranità” dei dati da parte dei cittadini e la loro corretta gestione da parte delle autorità saranno al centro di molti discorsi fondamentali, in quest’ottica, sul futuro della democrazia, dei rapporti di forza sociali, dei potentati tecnologici. Nell’epoca in cui si moltiplicano le effrazioni, i furti di dati, le offensive cyber in tutti i maggiori Paesi occidentali si fa parimenti sempre più attivo lo scrutinio di agenzie securitarie e apparti di intelligence sulle tecnologie critiche e sui dati. E bisogna capire in che misura, in futuro, si replicheranno alcune problematiche che hanno contraddistinto i primi anni dell’era della digitalizzazione di massa, in una fase in cui la sicurezza digitale e cyber sarà cruciale per qualsiasi dominio della sicurezza nazionale. Problematiche legate innanzitutto all’imagazzinamento e al “mining” di questi dati da parte delle autorità di sicurezza.

Abusi del passato insegnano che la tentazione di “governare” i dati estraendone informazioni può spingersi oltre i limiti fissati dalla legge sulla privacy, dalle garanzie costituzionali e dal rapporto fiduciario tra Stati e collettività. E questo non vale solo per Paesi che stanno costruendo veri e propri apparati di sorveglianza di massa, come la Cina, ma anche per le democrazie, Stati Uniti in testa. Il caso Nsa-AT&T svelato da The Intercept può contribuire a far capire questa dinamica.

Nel giugno 2018 Ryan Gallagher e Henrik Moltke, due reporter della celebre testata di inchiesta statunitense, hanno rivelato che nel cuore di otto diverse città erano operative strutture della Nsa adibite all’intercettazione del traffico Internet e telefonico gestita dalla National Security Agency in stretta collaborazione con la AT&T, tra la maggiori aziende di telecomunicazioni americane. Una rivelazione che testimoniava quanto già espresso in questo campo da Julian Assange e, soprattutto, Edward Snowden circa l’esistenza di programmi governativi di sorveglianza di massa dei cittadini.

Atlanta, Chicago, Dallas, Los Angeles, New York City, San Francisco, Seattle e, ovviamente, Washington: gli hub Nsa avevano sede in tutte le città più nevralgiche degli Stati Uniti e hanno monitorato negli anni miliardi di mail, telefonate, transazioni, messaggi e documenti scambiati attraverso le reti AT&T, dotata ai tempi di quasi 20mila punti di accesso Internet e telefonici in 149 nazioni, a capo di una rete strutturata, fornitrice di infrastrutture e servizi utilizzati da tutti gli altri operatori per trasportare i loro dati. Tra queste compagnie AT&T includeva “Sprint, Cogent Communications e Level 3”, tre colossi statunitensi, ma anche “la svedese Telia, l’indiana Tata Communication, la tedesca Deutsche Telekom” e la nostra Telecom Italia.

“Rimane allo stato attuale del tutto irrisolta dal punto di vista normativo la facoltà di queste agenzie di poter procedere a un’intercettazione sul larghissima scala motivandola con la scusa della sicurezza nazionale, dietro la quale molto spesso si nasconde semplicemente la volontà di tenere sotto controllo l’opinione pubblica americana e/o controllare i rivali economici degli Stati Uniti”, ha notato Giuseppe Gagliano su StartMag in riferimento alla vicenda. Con le nuove tecniche di creazione e elaborazione dati fornite dal 5G, dall’intelligenza artificiale, dal supercalcolo bisogna tenere in considerazione il fatto che oggigiorno tali procedure potrebbero, in prospettiva, avvenire in taglia ancora maggiore. E dunque c’è bisogno che i governi, occidentali e non, mostrino una totale trasparenza e una chiara acoountability sul fronte della capacità di gestione e protezione dei dati dei loro cittadini.

Inoltre, questo avanzamento di esposizione su più fronti e questa crescente centralità dei dati impongono delle conseguenze non solo politico-sociali, ma anche strategiche. Il tutto per due chiari motivi. In primo luogo, per la matrice profondamente fisica dell’economia digitale, spesso chiamata impropriamente “immateriale”. Il 99% del traffico di dati telefonici e informatici viaggia attraverso cavi che, in stragrande maggioranza, sono inabissati nel cuore degli oceani del mondo e buona parte di essi gli Usa sfruttano sia la natura geografica di “isola” al centro del mondo sia la primazia delle loro aziende per poter controllare gli snodi geografici di buona parte dei cavi.

In secondo luogo, Paesi come quelli europei rischiano di essere ulteriormente marginalizzati nella partita geopolitica della tecnologia, nella competizione tra le intelligence e nella guerra dei dati se sceglieranno di non giocarla e restare apatici. Le operazioni dell’Nsa e di agenzie simili del resto avrebbero dovuto mettere in allarme anche molti attori politico-economici del Vecchio Continente; qualcosa sembra muoversi con i discorsi dell’autonomia strategica europea, ma la partita è ancora agli albori.

Letta retrospettivamente, la storia della sinergia tra grandi apparati di sorveglianza e imprese tecnologiche americane è una lezione che può dunque dare utili spunti alla gestione dell’era della corsa verso la frontiera infinita delle nuove tecnologie. In primis, chiamando a un governo più democratico e trasparente della gestione dei dati; in secondo luogo, ricordando il fondamentale legame tra digitale e infrastrutture fisiche che, anche oggi, plasma la rivoluzione tecnologia e i suoi accenni securitari. In terzo luogo, invitando i Paesi sulla carta più vulnerabili a mostrare segni di autonomia nel campo decisivo per la futura geografia del potere globale. Senza mostrare, ovviamente, la tentazione di volger tale autonomia a discapito di quella dei loro stessi cittadini su privacy e sicurezza.

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