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Tecnologia

Musk, Nvidia, la sfida Usa-Cina, l’Europa assente: Alessandro Aresu legge la geopolitica dell’Ia

L’intelligenza artificiale e la corsa alla frontiera tecnologica sono centrali nella rivalità tra le grandi potenze. E al contempo anche nel sistema di potere del capitalismo internazionale una nuova schiera di protagonisti sta emergendo, plasmando nuove relazioni col potere politico....

L’intelligenza artificiale e la corsa alla frontiera tecnologica sono centrali nella rivalità tra le grandi potenze. E al contempo anche nel sistema di potere del capitalismo internazionale una nuova schiera di protagonisti sta emergendo, plasmando nuove relazioni col potere politico. Lo si è visto di recente nelle elezioni americane, dove Donald Trump ha vinto anche grazie al sostegno di molti magnati del tech, come Elon Musk e Peter Thiel, interpreti di una nuova visione dell’innovazione, estremamente libertaria. Politica, potere, finanza e rivalità tra grandi sistemi-Paese condizionano l’innovazione: Alessandro Aresu, studioso specializzato in scenari geopolitici legati all’industria tecnologica e consigliere scientifico di Limes, ne parla nel suo ultimo saggio, Geopolitica dell’intelligenza artificiale, dei cui contenuti discute con InsideOver.

Partiamo dalla fine. Al fianco di Donald Trump, rieletto alla Casa Bianca, emergono tre figure collegate da un filo rosso…repubblicano: il vicepresidente J.D. Vance, Elon Musk, Peter Thiel. Cosa ci raccontano queste figure del nuovo matrimonio tra Partito Repubblicano e mondo tecnologico-securitario?

Sono figure che compaiono nei miei articoli e nei miei libri degli ultimi dieci anni, a partire da Thiel. Tutti e tre sono apparsi da Joe Rogan in lunghe conversazioni che invito ad ascoltare. Del resto, non si può certo parlare dell’America di oggi senza ascoltare Joe Rogan e gli altri podcast e informandosi magari sulla CNN, non si capisce nulla. Tra l’altro la CNN è proprio peggiore come qualità e solidità degli argomenti e come livello culturale, l’ho seguita apposta per un paio di settimane negli Stati Uniti e vi assicuro che è così. In sostanza, sono tutti e tre espressioni e gemmazioni della cosiddetta “PayPal Mafia”, il gruppo di persone che emerge circa 25 anni fa e che non è limitato ai fondatori dell’azienda, ma a una rete più ampia di figure che caratterizzano le altre imprese su cui Musk, Thiel e altri protagonisti investono i loro soldi.

Un asse che viene da lontano, dunque…

Si. Thiel è co-fondatore di PayPal e Palantir, primo investitore esterno in Facebook, mentore di Mark Zuckerberg, primo grande attore della Silicon Valley a scommettere su Trump nel 2016.  J.D. Vance, a livello professionale, è stato un dipendente di Peter Thiel nelle sue società di venture capital, e Thiel è ringraziato nel libro di memorie che l’ha reso celebre, oltre ad aver finanziato la sua campagna al Senato. Vance ha quindi già avviato un’esperienza politica, avendo prima conosciuto il mondo delle difficoltà della sua infanzia nell’America interna, poi il mondo militare (e l’opposizione alle “guerre sbagliate” da militare), poi il venture capital.  Musk, infine, è senz’altro un soverchiante protagonista di quest’elezione e rappresenta per me anzitutto la capacità statunitense nello spazio, di cui è il principale esponente della storia (ed è tutt’altro che un’espressione eccessiva, vista la capacità di SpaceX) nonché simbolo della rinascita manifatturiera. Musk è anche una figura centrale dell’intelligenza artificiale contemporanea, in quanto ideatore di OpenAI. Sia per garantire il successo delle sue aziende rispetto all’evoluzione della regolamentazione degli Stati Uniti sia per alcune convinzioni megalomani, Musk ha investito moltissimo nella campagna di Trump ed è chiaramente un grande protagonista di questa fase.  

L’asse di cui abbiamo parlato mostra la trasversalità e l’attenzione del sistema americano, in cui si plasmano nuove alleanze attorno al potere politico. In che misura questo ha a che vedere con la corsa tecnologica in atto?

Come ho spiegato nei miei libri sul capitalismo politico, viviamo nell’epoca in cui la politica viene sempre più definita dalla sicurezza nazionale. Non è vero che lo spazio politico venga totalmente eroso dall’economia, perché la sicurezza nazionale costituisce in alcuni sistemi un vincolo sempre più rilevante per i processi economici, per controllare alcune tecnologie, la cui definizione (il cui “cortile”, per dirla con Sullivan) si allarga. Quindi una certa parte della politica (una politica importante, per esempio quella sociale) è senz’altro erosa dall’ambito economico, mentre la politica della sicurezza nazionale mostra la sua forza, più o meno fragile.  Allo stesso tempo, la tecnologia vuole cambiare alcuni sistemi di distribuzione di risorse che dipendono da scelte politiche-burocratiche. Un esempio fondamentale in questo senso è proprio la tesi di Peter Thiel con Palantir, a cui seguono anche aziende come Anduril, di cui parlo nel libro: in questo caso, attori privati divengono in sostanza un nuovo Deep State, soppiantando e/o convertendo quello tradizionale. È un tema che continuerò ad approfondire lavorando di più sul concetto di Deep State in futuro.  

Il suo libro parla di storie imprenditoriali importanti, e soprattutto di storie umane, innovatori. Il 2024 ha dato fortuna ai suoi protagonisti: parlano chiaro i risultati di Nvidia, ma anche quelli dei Premi Nobel. Cosa ha prodotto l’esplosione della “geopolitica dell’Ia” partendo dal sommarsi di queste storie?

Certo, ricordo che l’azienda su cui è incentrato il mio libro, NVIDIA, è l’attore più importante dell’ecosistema dell’intelligenza artificiale, e questo dipende da fattori precisi e importanti, che vanno studiati, al di là dei valori di borsa che riflettono più o meno, con le oscillazioni che fanno parte della finanza, la posizione competitiva di NVIDIA.  Poi, tra i protagonisti della mia storia sull’intelligenza artificiale, Demis Hassabis ha vinto il Premio Nobel per la Chimica e Geoffrey Hinton il Premio Nobel per la Fisica nel 2024. E in questo percorso c’entra, in parte, anche l’Italia.

In che misura?

Una cosa divertente è che l’esplosione di tutto questo avviene a Firenze nel 2012. Se pensiamo a Firenze nel 2012, una delle cose che ci vengono in mente è la campagna di Matteo Renzi delle primarie del Partito Democratico. Vi ricordate la stazione Leopolda? Lì si tiene una cena della conferenza europea sulla computer vision, e a Firenze viene presentato, sotto gli auspici di Fei-Fei Li, il fondamentale paper di AlexNet che è considerato il “Big Bang” dell’intelligenza artificiale, perché poi attira i grandi investimenti privati. Quel momento è molto importante perché mostra l’importanza della tesi di NVIDIA, fa cambiare gli obiettivi e la struttura dell’azienda, mentre si muovono i giganti come Google e Facebook.  

La filiera che emerge per la spinta dell’Ia a farsi strada è quella tradizionale: accademia e sapere, finanza, industria. L’abilitatore, negli Usa, è la ricerca della nuova frontiera. Che dinamiche emergono da questo nuovo capitalismo?

Anzitutto, l’intelligenza artificiale è sempre il capitalismo, chiaro? Non c’è nessun meccanismo magico per cui il sistema capitalistico viene superato dall’uso di parole d’ordine come “intelligenza artificiale”. Questa filiera è fatta di aziende che vogliono arricchirsi, che hanno clienti e fornitori, che partecipano a supply chain interconnesse, che chiedono finanziamenti e presentano i loro risultati finanziari agli azionisti. Avere questa immagine capitalistica di un tema come quello dell’intelligenza artificiale secondo me è fondamentale, se ci illudiamo che ci siano solo gli importanti discorsi teorici e filosofici di Alan Turing, per esempio, davvero non capiamo a che punto siamo.  Anche lavori che affrontano questo tema in modo sistematico, come per esempio “Potere e progresso” dei premi Nobel per l’Economia, non considerano a mio avviso in modo adeguato questo tema: siamo davanti a una filiera che dobbiamo considerare e conoscere, non possiamo scrivere cento pagine sul luddismo e poi zero su TSMC, su Foxconn, sui sistemi di raffreddamento, altrimenti non possiamo capire questo capitalismo. 

Una storia che viene scritta giorno dopo giorno e da osservare attentamente…

Ora, questo capitalismo ha anche sicuramente una struttura oligopolistica e di intensità di capitale: il cerchio con enormi barriere di ingresso di grandi aziende tecnologiche e gli enormi investimenti in conto capitale che sono necessari per le infrastrutture di calcolo, quindi per NVIDIA e gli altri attori, e questo crea chiaramente rapporti di potere da considerare e anche in diversi casi questioni antitrust.

Si può dire che la corsa dell’Ia sia la riproposizione moderna di quella tendenza alla frontiera verso cui punta il capitalismo Usa?

Ci sono alcuni aspetti di ricerca della “frontiera ultima”, la cosiddetta “intelligenza artificiale generale”, di cui parlo nel libro, che però non deve essere al centro della nostra analisi, altrimenti rischiamo di credere troppo ad alcune baggianate che queste aziende ci rifilano per i loro interessi, le cose sul “bene dell’umanità”, eccetera.  Direi che c’è la frontiera della conquista di mercati, della digitalizzazione di mercati, di cui le tesi di NVIDIA sono un esempio.  E poi c’è una fondamentale frontiera fisica, che è fatta di fabbriche, di infrastrutture, di energia, di acqua, rame, acciaio. Una frontiera materiale. Vedo molto questa tipologia dello spirito della frontiera.

Capitolo Cina: abbiamo visto in questi mesi un boom del mercato mondiale degli asset che abilitano l’Ia ma anche della rivalità in materia tra Pechino e gli Stati Uniti. Come si muoverà, in prospettiva, Pechino?

È un tema che sviluppo nella terza parte del mio libro e nelle conclusioni, introducendo il concetto di “nuovo vantaggio dell’arretratezza”. Il fatto che la Cina sia la superpotenza manifatturiera del mondo incide sempre su queste dinamiche, anche in un contesto in cui senz’altro, per le difficoltà economiche interne, le aziende cinesi hanno difficoltà a mobilitare capitali pari a quelli degli Stati Uniti. Nel libro ritorno molto a lungo sulla storia di Huawei e del suo ritorno, dopo che ho dedicato al caso Huawei una parte importante de “Le potenze del capitalismo politico”. 

Come si sostanzia l’approccio cinese?

Come dico nelle conclusioni di “Geopolitica dell’intelligenza artificiale” (all’interno di un più ampio ragionamento per cui devo rimandare al volume), la prospettiva cinese si può riassumere in tre punti: uno, l’intelligenza artificiale intesa come supporto per i processi delle fabbriche e come riduzione dei difetti di produzione continuerà ad ampliare la forza della “superpotenza manifatturiera”, col coinvolgimento crescente dei vari capi filiera, delle storie di successo cinesi di cui BYD è l’ultimo straordinario esempio; secondo, gli attori cinesi avranno una presa consistente in mercati fuori dall’Occidente, sostanzialmente con un’estensione di ciò che è già accaduto con gli smartphone cinesi; terzo, non ci sarà veramente – nella prospettiva cinese – una piena scelta atlantica dell’Europa e gli europei, che rappresentano un mercato non irrilevante ancorché privo di soggettività politica, continueranno a essere sensibili, più o meno, rispetto all’attrattività del mercato cinese, e la Cina continuerà a esportare alcune merci – non tutte – in Europa. 

A livello regionale, è l’Asia uno dei perni del mercato mondiale delle nuove tecnologie. Resterà così a lungo?

Senz’altro l’Asia resterà il centro manifatturiero del mondo, l’hub fondamentale per la manifattura di nuove tecnologie che hanno bisogno comunque anche delle “vecchie”, l’area in cui c’è in modo più forte una grande corsa al capitale umano, alla formazione.  Questo fatto non si può cambiare perché dipende dalla demografia e dalle capacità industriali e formative degli ecosistemi dell’Asia orientale. Oltre alla cultura, visto che gli articoli di “Nikkei Asia” sulla tecnologia sono i più interessanti al mondo. Pertanto, il tema è la distribuzione e conflittualità interna di queste capacità all’interno delle agglomerazioni regionali dell’Asia, dei vari ecosistemi asiatici che competono. 

Che scenari vedi, alla luce di quanto scrivi nel libro,sui nuovi equilibrio per le supply chain? Come cambiano le filiere di interi settori industriali-manifatturieri?

Il mio più grande desiderio attualmente è andare a Guadalajara a vedere la fabbrica di Foxconn che si sta sviluppando lì per i server dell’intelligenza artificiale di NVIDIA. Per me è incomprensibile che si parli anche solo per mezzo secondo di cose come il caso Boccia-Sangiuliano quando in queste settimane il più grande assemblatore di elettronica, la taiwanese Foxconn, costruisce in Messico gigantesche fabbriche, e quindi dobbiamo immaginare gli ingegneri taiwanesi che interagiscono con gli operai messicani, le spie americane e cinesi, i cartelli della droga e molti altri attori lì, a Guadalajara, a costruire qualcosa senza cui l’intelligenza artificiale non esiste. È pazzesco. Per capire il nostro tempo, bisogna vedere i giganteschi luoghi industriali in dismissione, come Wolfsburg in Germania o il triste destino del Lingotto, bisogna proprio immaginarli e vederli, e nel mentre immaginare il movimento terra di Guadalajara e i lavoratori che si muovono. Ed è un esempio di questi equilibri delle supply chain, dove Paesi come Messico, Malaysia, Vietnam hanno assunto nel giro di 3-4 anni, per via della guerra tecnologica tra Washington e Pechino, un ruolo di primissimo piano. 

L’Europa sembra restare una volta di più, un passo indietro. In che misura abbiamo perso il treno anche di questa rivoluzione tecnologica?

Sì.  Tutto quello che ho scritto sul ritardo europeo negli ultimi 5 anni, a partire da “Le potenze del capitalismo politico”, si è sempre realizzato. Quando ho presentato nel 2020 quel libro, mi dicevano “ah ma sei troppo duro con l’Europa perché ora arriva il grande rilancio europeo con Next Generation EU”: bene, quattro anni dopo, bisogna riconoscere che quell’argomentazione era un’evidente idiozia, perché quel programma di investimenti non ha portato alcuna palingenesi. Non è che ha fatto male, figuriamoci, è importante che si realizzino investimenti e ci dovrebbero chiaramente essere programmi simili, ma per analizzare la posizione europea bisogna conoscere e interpretare a fondo la storia recente, concentrarsi su cose alle quali non si è data sufficiente importanza (come l’uscita dagli smartphone con Nokia, un episodio epocale) e non su cose alle quali si dà troppa importanza.

Dopo la “sfida americana” abbiamo perso anche quella cinese sull’industria manifatturiera, ora siamo definitivamente condannati a un ruolo di Serie B?

Per queste ragioni, e per altre, l’approccio sull’Europa che ho esposto nelle 1.300 pagine e 2.500 note dei miei tre libri sul capitalismo politico, che fornisce la versione lunga della risposta che ho dato (“Sì”), continuerà a essere quello giusto.  Questo non significa che io sono “anti-europeo”, si tratta di termini da bancarotta intellettuale e che non spiegano i temi e i problemi, anche perché nei miei saggi ho dato grande rilievo alle grandi storie imprenditoriali europee, a partire da ASML. In “Geopolitica dell’intelligenza artificiale”, come in Le Grand Continent, ho spiegato quanto sia importante l’aspetto “europeo” nello sviluppo di DeepMind. Ma, anche se assumiamo il Regno Unito come “Europa” in questo discorso, dobbiamo poi riconoscere che la finanza britannica non ha investito né in DeepMind né in Arm, al contrario di Peter Thiel, Google, Masayoshi Son. Pertanto, loro hanno vinto e noi abbiamo perso. Ed è così e basta, non si può né confutare quest’argomento né portare indietro le lancette.   In questo continente, dove è stata sviluppata la straordinaria cultura di personalità di cui parlo a lungo in “Geopolitica dell’intelligenza artificiale”, a partire da Leibniz, abbiamo passato ormai 25 anni fa a citare frasi inutili di Jean Monnet senza combinare nulla. La discussione sul mercato dei capitali da questo punto di vista è incredibile: se ne parla da 12 anni senza fare niente. 

La possibilità che l’Europa sia un attore paragonabile agli Stati Uniti e alla Cina è “near zero”: la stessa possibilità che il test Trinity incendi l’atmosfera generando la fine del mondo nel film “Oppenheimer”. 

Sarà Trump, in quest’ottica a svegliare l’Europa? C’è chi parla di rinnovata “autonomia strategica”…

Non credo che il risveglio avvenga sulla base di fattori esterni, di un deus ex machina. È una stupida illusione che ci distrae dall’esigenza del cambiamento e ci pone in una situazione in cui si passa un anno a fare convegni su “cosa faremo se arriva Trump” per poi dedicarsi a un anno di convegni su “cosa facciamo ora che è arrivato Trump”. Ma perché invece non parliamo di cose serie?  

Quali sono i discorsi da superare, a suo avviso?

Nel discorso europeo continuano a esserci fantasie assolute tipo “siamo leader nei supercomputer!” (senza spiegare come sono fatti i supercomputer e quali aziende ne controllino la filiera) o “arriveremo al 20% del valore aggiunto dei semiconduttori” (non succederà mai e questo numero peraltro è anche inutile, data la struttura del mercato). Ciò che dico è: basta con queste fantasie, basta con queste stupidaggini. Impariamo a guardare la realtà della competizione tecnologica e a puntare su quello che abbiamo, come dico anche nel finale del libro, a partire da chimica e gas industriali. Smettiamo una volta per tutte di rendere la vita difficile alle nostre imprese. Tagliamo tutte le norme e le cose inutili con cui ci siamo complicati la vita: basta compilare moduli, basta certificati, basta creare nuove agenzie, basta con questa gabbia kafkiana che non serve a niente, che non garantisce diritti, che non migliora l’ambiente, che non integra i mercati. Così forse combineremo qualcosa. Se invece parleremo di grandi destini di autonomia strategica, vivremo un declino sempre più pronunciato.

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