Michael Burry torna a sfidare Palantir e il titolo del colosso del data mining e dell’applicazione dell’IA crolla finché non arriva in sostegno nientemeno che Donald Trump con un endorsement esplicito al colosso fondato, tra gli altri, da Peter Thiel e guidato dal manager-guerriero, occidentalista e pro-Trump Alex Karp.
La sfida di Burry a Palantir, Karp e Trump
Il finanziere titolare del portale Cassandra Unchained, divenuto famoso per aver anticipato i trend che avrebbero portato alla Grande Recessione del 2007-2008 e reso celebre dal film La grande scommessa, ha messo l’azione Palantir nel mirino rivelando nella giornata di giovedì di aver assunto una posizione “short” sul titolo dell’azienda centrale nel Project Maven, il programma di IA militare del Pentagono, recentemente usato per sostenere le forze armate Usa nelle missioni in Venezuela (3 gennaio) e, soprattutto, contro l’Iran nella Terza guerra del Golfo.
Il titolo Palantir scambiava a 133 dollari ad azione mercoledì. Giovedì Burry ha dichiarato e venerdì ribadito in un post su Substack che manteneva due scommesse per opzioni “put” che impegnano a vendere una data azione a un dato prezzo in una precisa scadenza. Le date segnate sono il 19 dicembre 2026, in cui scade un’opzione con cui Burry si impegna a vendere azioni Palantir a 100 dollari e il 17 giugno 2027, entro cui si ripropone di farlo per un’altra tranche a 50 dollari. La scommessa è che in entrambi i casi il valore reale del titolo ad azione sia inferiore.
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Trump in soccorso del colosso del data mining
Le parole di Burry hanno suscitato un terremoto sul mercato. Palantir ha perso il 18% tra giovedì e le prime ore di venerdì prima che Trump arrivasse al soccorso scrivendo su Truth che Palantir ha “grandi capacità belliche” e aggiungendo ironicamente: “Chiedetelo ai nostri nemici”. I software di Palantir pare siano stati decisivi per la raccolta informativa che ha condotto a molti raid di Usa e Israele contro l’Iran, ivi compreso l’attacco in cui il 28 febbraio è stato ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei. Alla prova dei fatti, però, nemmeno la supremazia tecnologica ha permesso agli Usa di vincere sul campo la guerra e lo Stretto di Hormuz rimane chiuso. Ma l’esperienza accumulata ha portato a una strutturazione crescente del rapporto tra Palantir e il Pentagono. L’azione dell’azienda di Thiel e Karp ha recuperato il 5% dalle 16 ora italiana fino a fine seduta, registrando però una perdita settimanale cumulata dell’11%.
Burry contesta, in nuce, la narrazione di Palantir di essere un’eccezione tra le aziende capaci di integrare dati da più fonti e fornire dashboard operative per accelerare la gestione delle informazioni processate tramite IA. Non ne contesta il successo attuale (il settore commerciale privato ha aumentato i ricavi del 137% nell’ultimo anno e gli appalti governativi del 66%) ma sottolinea che Palantir potrà essere sostituita da altre aziende nel suo core business, a partire dalla rampante Anthropic di Dario Amodei. A febbraio Burry aveva precisato che a suo avviso Palantir non “fa” intelligenza artificiale, ma usa l’intelligenza artificiale per fornire servizi di consulenza e il suo è un successo commerciale prima ancora che tecnologico.
Palantir alla prova di Burry e della realtà
Non c’è dubbio che Palantir abbia saputo comunicare positivamente un prodotto di punta nel suo settore. La presenza di Thiel tra i finanziatori ha contribuito da anni (lo scrivevamo già nel 2019) a creare un’immagine positiva di Palantir nel mondo conservatore, gli apparati di sicurezza in cerca di tecnologie sovrane capaci di mantenere Washington davanti alla Cina hanno adottato l’azienda di Karp, le applicazioni militari hanno fatto il resto.
La spinta di Karp all’utilizzo della tecnologia come strumento di dominio e rilancio dell’Occidente, spesso ribadita dal Ceo, ha fatto il resto. “Karp ha inoltre difeso con fermezza il lavoro svolto da Palantir per le agenzie governative statunitensi, sostenendo che l’azienda ha contribuito a difendere i confini dell’America”, nota il Financial Times, che sottolinea che Palantir “ha firmato diversi nuovi accordi multimiliardari, anche con il Dipartimento per la Sicurezza Interna e l’Immigration and Customs Enforcement, che sta attuando la controversa politica di repressione dell’immigrazione voluta dall’amministrazione”. Per Burry, tutto questo non rende Palantir insostituibile. E la sua “grande scommessa” del 2026 è contro l’idea dell’integrazione crescente tra l’azienda e il sistema di sicurezza nazionale americana. Dunque contro la via trumpiana al nuovo complesso militare-industriale-tecnologico.
Neanche Palantir, del resto, ha fatto sì che venisse riaperto lo Stretto di Hormuz manu militari, alla fine dei conti. E sulla scia della fine dell’hype bellico, Burry si è mosso. Ora il braccio di ferro interno al mercato vedrà la Cassandra per eccellenza sfidare non solo Palantir ma anche Trump, molto propenso a sostenere apertamente il contesto industriale-finanziario che ritiene più vicino a sé.